Lo chiamano El Frasquito, ma dalla sua bottiglietta il calcio da bollicine ammirato a fine estate sembra non sgorgare più. Ma a detta dell'interessato il nomignolo che più gli si adatta è Maxi. Un diminutivo per aiutarsi a essere grande soprattutto nei fatti succosi del gioco, laddove non arriva il fisichino. Peccato che del Moralez in versione furetto imprendibile, con il trascorrere delle giornate, si stiano smarrendo un po' le tracce. Se dobbiamo credere a quanto visto contro l'Udinese alla vigilia del compleanno numero 104 dell'Atalanta, la bella favola di un inizio di stagione scoppiettante languisce sotto i colpi di un incantesimo che pare ormai svanito. E così la magica doppietta all'esordio nella tana del Genoa, figlia dell'opportunismo nonché di una velocità supersonica nel capire il gioco e finalizzarlo, rischia di finire nel dimenticatoio. Chiusa nell'archivio dei bei ricordi rimasti senza seguito, o magari derubricata in un faldone recante la scritta "fuochi di paglia estivi".

L'investimento del mercato nerazzurro, che è costato più o meno quanto Guido Marilungo a gennaio (cinque milioni), avrà sicuramente molte altre prove d'appello da qui alla fine dell'annata del grande rilancio della Bergamo del pallone sul palcoscenico che conta. Nondimeno, di questi tempi pecche e limiti del trequartista di Granadero Baigorria sono sotto la lente d'ingrandimento. Domenica, al "Comunale", al  cospetto delle undici zebrette nominalmente schierate con un 3-5-1-1 ma in realtà sempre a cinque dietro in fase di non possesso, con il sovrappiù di almeno due uomini arretrati dalla mediana a presidiare gli avamposti altrui, El Enano a tratti è letteralmente sparito dal campo. Confermando che dietro i nickname più crudi un fondo di verità c'è sempre: se dall'altra parte c'è una squadra che fa della fisicità un'arma a proprio favore, il nostro soffre per mancanza di spazi. Ossigeno, per uno come lui, che da bravo pampero predilige le praterie per prendere al lazo le difese. Se poi la palla gli arriva a più di mezza altezza, addio: il marcatore di turno non fatica a prendergli le misure e lo sovrasta.

Questione di doti strutturali insufficienti a reggere il confronto con un team chiuso a riccio e bravo ad erigere la diga, oppure c'è altro? L'impressione, di cui si aveva avuto qualche sentore soprattutto a Roma prima della pausa per le Nazionali, è che in presenza di reparti arretrati a densità elevata - parafrasando un'espressione uscita di bocca a Stefano Colantuono - il mollichino con il numero 11 sulla schiena perda la trebisonda. Incapondendosi magari nelle battute di dribbling in un fazzoletto, oppure abbozzando la conclusione per vie centrali - con i furlàn non s'è visto nemmeno un tiro, però - anziché variare il gioco com'è nelle sue corde: quante volte, prima che l'autunno calasse le sue brume sui suoi barlumi di classe, ne abbiamo applaudito le diversioni sulla sinistra con cui fa(ceva) ammattire quei corazzieri stagliatisi al suo orizzonte? Di una cosa siamo certi: la Dea non può fare a meno del suo piccolo asso. Da pigliatutto ad attore da scene mute, la metamorfosi sarebbe troppo brutta per essere vera. Forse un po' di riposo, a cominciare da Parma, gli farà bene. Né, del resto, mancano alternative come modulo e pedine: fatto salvo il ricorso ormai istituzionale agli esterni, per sfondare le linee nemiche meglio che schierare due attaccanti non c'è. Per alleviare le fatiche del Tanque Denis con un altro elemento dotato di corazza ed elmetto, perché i carrarmati da soli non bastano a vincere le guerre.

Sezione: Editoriale / Data: Mar 18 ottobre 2011 alle 12:45
Autore: Simone Fornoni
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