Prendersi sulle spalle non larghissime una provinciale sprofondata in C e riportarla nel paradiso del pallone, ricevendo come premio a tante fatiche la Juventus. Sembra una favola d'altri tempi, e in effetti lo è. Solo un eroe Anni Ottanta come Marino Magrin, splendido cinquantunenne che supera oggi di due giri terrestri il mezzo secolo di vita terrena, poteva costruirsi addosso un'epopea del genere. Piovuto dal cielo di Mantova a ridare un senso logico alla Dea del giovane presidente Cesare Bortolotti, appena risucchiata nei perigliosi mulinelli di quell'impetuosa fiumana chiamata terza serie, il lindo ed educatissimo trevigiano mise subito mano all'operazione risalita. E ci riuscì, insieme a un gruppone di baldi giovanotti di belle speranze, alcuni dei quali sarebbero rimasti compagni di spogliatoio fino all'agognata reconquista della A.
Califfo della manovra, destro diabolico sui calci piazzati, il figlio del Grappa in campo rivestiva i panni del leader. Eppure con un'umiltà disarmante, sicuramente inconcepibile se rivista con gli occhi dei calciofili di oggi, abbonati a star e starlette di un calcio devotamente schiavo dei diritti televisivi. Con Ottavio Bianchi in panchina e altri alfieri del calibro dell'ultimo Giovanni Vavassori atalantino, del baffuto portiere Mirco Benevelli, del ringhioso centrale difensivo Giampaolo Rossi e del duo offensivo formato dal compianto Carletto De Bernardi e da Lino Mutti (24 gol in due, ben 16 del trescorese), la promozione in B fu immediata. La banda nerazzurra era attesa da un biennio in purgatorio, ma con alcuni innesti sapienti - Andrea Agostinelli, Enrico Vella - e l'esplosione dei ragazzini terribili Roberto Donadoni e Marco Pacione, il nuovo profeta Nedo Sonetti riportò - anche grazie ai 14 gol del nostro - la nobile decaduta al piano superiore.
Dal 1984/85 al 1986/87, tre stagioni filate a battagliare con le big e altro capitombolo, addolcito dalla finale di Coppa Italia contro il Napoli scudettato. L'uomo cresciuto a pane, radicchio e sfera di cuoio, però, tra giocate e gol pesanti si era meritato un posto al sole. La Juventus decise di puntare su di lui per un dopo Platini rivelatosi traumatico e interlocutorio: due annate così così, ma sempre facendo il proprio dovere - e rinunciando per modestia al numero 10, finito prima sulla schiena di Gigi De Agostini e poi su quella di Ciccio Marocchi -, sotto Rino Marchesi prima e Dino Zoff poi. Sbolognato a... Verona, col Mago della Bovisa Osvaldo Bagnoli a predicare calcio operaio dalla tolda di comando, vi trascorre tre anni tra alti e bassi prima di chiudere in tono minore con la maglia del Bassano Virtus, esattamente da dove era partito. Il proletario del calcio dai piedi buoni, però, a Bergamo - che l'avrebbe adottato - è visto ancora come un eroe, e bene a ragione: 192 presenze e 40 reti sotto le insegne della ninfa più veloce della mitologia, dall'inferno della C all'empireo ritrovato, non si dimenticano così facilmente. Come neppure la mitica incisione dell'inno "Forza Atalanta dai", finita dritta nelle hit parade di un'epoca ormai sfiorita ma capace di farci sognare e trepidare. Quando il calcio era ancora un divertimento dal sapore casereccio.
Marino Magrin: il who's who
Marino Magrin è nato a Borso del Grappa (Treviso) il 13 settembre 1959. Inizia a tirar calci al pallone a sedici anni, nei dilettanti del Bassano Virtus, con cui nel 1975/76 disputa il campionato di serie D. A giugno la squadra scende nei Dilettanti, ma il giovane centrocampista si è già fatto notare con 7 presenze e 3 gol. Resta a Bassano del Grappa fino al 1978, anno in cui passa al Montebelluna, in serie D, per due campionati da 57 presenze e 14 reti. A giugno 1980 il trasferimento al Mantova in C1: 27 partite 1 rete, che gli valgono il reclutamento all’Atalanta. Nel giro di tre stagioni i nerazzurri conquistano la massima serie, con Magrin assurto a ruolo di bandiera. Debutta in A tre giorni dopo il suo 25esimo compleanno, il 16 settembre ’84, 1-1 contro l’Inter. Resta a Bergamo fino al giugno 1987, sommando 192 presenze e 40 gol. Poi l'avventura in bianconero, meno felice di quanto si sperava: nel 1987/88 solo un sesto posto, con la partecipazione alla Coppa UEFA ottenuta grazie allo spareggio-derby col Torino. L’anno dopo è solo quarto posto. Considerato una delusione, Magrin lascia Torino nel giugno 1989, con un "curriculum" di 44 presenze e 7 reti in campionato.
Ormai 30enne, passa al Verona di Osvaldo Bagnoli, dove disputa le ultime altalenanti stagioni di attività (2 retrocessioni in B intervallate da una risalita) fino al 1992, quando ritorna a Bassano per giocare l'ultima stagione prima del suo ritiro.
Nel carniere, anche 3 gare nella Nazionale Olimpica nel 1987.
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