Bergamo è il punto di partenza e, almeno per un pomeriggio, anche quello di arrivo. Marialuisa Jacobelli ha incontrato Matteo Ruggeri nella sua città, quella di Zingonia e dei sogni coltivati fin da bambino, per il quinto episodio di The Climb, il podcast della giornalista bergamasca pubblicato sul suo canale YouTube. Il risultato è una conversazione densa, autentica e sorprendentemente matura per un ragazzo di 23 anni che, dopo quattordici anni nell'orbita nerazzurra, si è costruito un posto da titolare nell'Atlético Madrid di Diego Pablo Simeone, arrivando a giocare le semifinali di Champions League contro l'Arsenal. Ruggeri parla di testa e talento, di famiglia e sacrifici, di critiche e serenità. E a un certo punto, in una sezione giocosa ma rivelatrice del podcast, svela — con una risata — il nome del compagno più sopravvalutato con cui ha condiviso uno spogliatoio: «Adesso gioca nella Fiorentina». Ecco quanto evidenziato da TuttoAtalanta.com
Matteo, quando hai capito che il calcio poteva davvero diventare la tua vita?
«Diciamo che è stato intorno ai 17-18 anni, quando ho fatto il primo allenamento in prima squadra. Da lì si è aperta un po' la strada e ho iniziato a credere, ho iniziato a sognare, perché è stata una chiamata inaspettata. Stavo tornando a casa dopo un allenamento in Primavera e da lì è iniziato tutto il mio percorso professionistico.»
Da piccolo eri già disciplinato oppure andavi più di istinto e divertimento?
«Diciamo che ci sono diverse fasce d'età. Quando hai 15-16 anni sei più vivace; poi, quando inizi a capire che le cose si fanno sul serio, inizi a ragionare un po' di più.»
Chi è stata la prima persona che ha davvero creduto in te?
«Sicuramente mio papà, perché è quello che mi ha fatto iniziare a giocare a calcio. Lui, senza dubbio.»
E il primo allenatore che ricordi?
«Il primo allenatore è stato Stefano Bonaccorso, che era responsabile di tutto il settore giovanile. Con lui ho fatto tutta la parte della scuola calcio, dai pulcini ai giovanissimi: è stato il primo.»
Quattordici anni all'Atalanta: c'è stato un momento in cui hai pensato "ce la posso fare davvero"?
«Sì, con la prima convocazione con Gasperini. Lì ho iniziato davvero a crederci. Era il 2020, l'anno in cui poi ho esordito.»
Quanto è stato importante crescere nel settore giovanile dell'Atalanta?
«L'Atalanta sicuramente ti fa crescere — a parte il fattore calcistico — prima come persona, umanamente. E poi, ovviamente, guardano anche il fattore tecnico. Ma la cosa molto positiva è che già da bambino guardano moltissimo al comportamento e ci contano tanto.»
Qual è stata la rinuncia più grande che hai dovuto fare per arrivare dove sei?
«Diciamo che, come ho detto, quei due o tre anni dai 16 ai 18 sono quelli in cui devi resistere, devi avere la testa giusta, perché sei in un'età un po' più "ballerina". I miei amici uscivano e io non uscivo, però sono stati gli anni che poi mi hanno dato la possibilità di fare quello che ho fatto. Se non hai la testa, comunque, è difficile.»
Ci sono stati momenti in cui ti sei sentito indietro rispetto agli altri?
«Sicuramente appena sono arrivato in prima squadra, come è giusto che sia. Tra l'altro quella era l'Atalanta con il Papu Gomez, c'era Duvan Zapata, c'era Ilicic, c'era Toloi — c'erano tutti. Dal primo allenamento ho capito che il livello era altissimo, però col passare del tempo mi sono detto: "Ci posso stare".»
Come gestisci le giornate in cui la motivazione cala?
«Penso che bisogna sempre avere equilibrio, sia quando le cose vanno bene sia nei periodi di alti e bassi. L'equilibrio è la cosa fondamentale per non perdere la carreggiata, ed è quello che ti porta poi ad avere risultati importanti.»
Conta più la testa o il talento?
«La testa. Se hai talento ma non hai testa puoi essere bravo quanto vuoi, però abbiamo visto tanti esempi di giocatori con qualità stratosferiche che si sono persi perché non avevano la testa giusta.»
Qual è stato il momento più difficile della tua carriera fino ad oggi?
«Quando a Salerno ho avuto due o tre stiramenti di fila: rientravo dall'infortunio, mi allenavo due giorni e avevo subito una ricaduta. Ero entrato in un periodo da cui era difficile uscire. Era l'anno della salvezza miracolosa, il 2021-2022. Anche in quei momenti bisogna sempre riuscire a restare concentrati.»
Hai mai avuto paura di non farcela?
«Di non farcela, no. Come ho detto, quando arriva la testa i risultati arrivano. Ci sono vari momenti della carriera in cui devi saper gestire le cose, che siano positivi o negativi. Se ci credi fino alla fine, i risultati poi arrivano.»
Sui social gli atleti sono sempre più esposti alle critiche. Come reagisci? Le leggi?
«Fortunatamente ho un carattere che, diciamo tra virgolette, mi fa scivolare tutto addosso. La gente esprime il suo parere, che sia sui social o in televisione, ed è giusto così. Tutti i giorni ci sarà la persona che ti elogia e quella che ti massacra. A volte si possono anche leggere, però non bisogna farsi influenzare.»
C'è un errore che ti ha insegnato più di tutti?
«Non un errore vero e proprio, però un insegnamento che ho vissuto sulla mia pelle: non devi mai calare l'attenzione o accontentarti. Quando ti accontenti è il momento in cui le cose iniziano ad andare male. Devi sempre mantenere l'equilibrio e tenere il livello alto, che le cose vadano bene o male.»
Ti ha aiutato il fatto di esordire nella tua città, vicino a casa?
«Sì, perché i compagni mi hanno fatto sentire subito a mio agio. Ed essendo anche vicino a casa, essendo ancora giovane, mi ha aiutato molto.»
La tua famiglia ha avuto un ruolo fondamentale nei momenti difficili?
«Sì, mi hanno aiutato ad alzarmi dai momenti meno positivi, ma la cosa più importante che mi hanno insegnato è di essere una persona educata, una persona per bene. Perché al di là del lavoro che fai, è quello che conta di più nella vita. Partendo da quella base, viene tutto il resto.»
Molti tuoi coetanei, quando arriva il successo, non riescono a gestirlo. Come mai tu sì?
«Dipende tanto dal carattere. Ognuno la vive a suo modo e deve saper gestire le cose come meglio può.»
Ricordi cosa hai provato il giorno dell'esordio in prima squadra?
«L'esordio era in Champions League, contro il Liverpool. Mi stavo scaldando e a un certo punto il mister dice: "Matteo, vieni?" — però si stava scaldando anche Pessina, che si chiama anch'egli Matteo. Allora io dico a Pessina: "P, guarda che devi entrare tu." Poi il secondo di Gasperini mi guarda e lì ho capito. Da quel momento le gambe hanno cominciato a battere un po', però da quando sono entrato mi sono dimenticato di tutto.»
Quando hai sentito di essere diventato un professionista vero?
«Dopo l'anno dell'esordio, in cui avevo fatto una decina di partite — per un primo anno non era affatto male. Ho capito che potevo starci, che la testa faceva la differenza e che a questi livelli non puoi accontentarti.»
Quali sono i lati del lavoro del calciatore professionista che non sopporti?
«Il fatto di essere molto esposti alle critiche. La gente ti giudica sia quando fai bene sia quando fai male. Bisogna sempre avere equilibrio e non perdere mai di vista l'obiettivo.»
Cosa ti ha sorpreso di più del calcio ad alto livello? E chi ti ha sorpreso di più?
«A livello professionistico, l'intensità e la qualità di tutti i giocatori. La differenza la fanno i minimi dettagli. Se devo fare un nome, c'è un giocatore che secondo me fa un altro sport, che ho anche affrontato — ma non posso dirlo.»
Ti senti arrivato o pensi di essere soltanto all'inizio?
«Quando le cose vanno bene devi continuare a fare in modo che le cose vadano bene: mai accontentarsi. Sono sempre dell'idea che bisogna restare concentrati sull'obiettivo e non perdere di vista quello che dobbiamo fare ogni giorno.»
Quando ti ha chiamato l'Atlético Madrid, dov'eri e cosa hai provato?
«Ero a casa, mi sembra. Mi ha chiamato il mio procuratore dicendomi che c'era questa possibilità — all'inizio era una cosa molto blanda, aveva parlato coi direttori. Poi la cosa si è concretizzata e ho capito che poteva essere qualcosa di davvero bello. Penso che sia il sogno di tutti andare a giocare in una squadra così. Alla fine si è realizzato. Sto da Dio, tanta roba.»
Che rapporto hai con la pressione? La senti?
«La mia fortuna è sempre stata la tranquillità. Che sia il derby di Madrid o un'altra partita, ho sempre avuto una certa serenità che mi ha sempre permesso di fare le prestazioni migliori e di raggiungere gli obiettivi che mi ero fissato.»
Com'è stato vivere il derby di Madrid dal campo?
«Il derby di Madrid è tanta roba. Vivendolo dal campo, penso che poche partite al mondo siano paragonabili. Ma, come ho detto, la mia fortuna è sempre stata la tranquillità.»
Quanto è importante avere una routine solida fuori dal campo?
«Fa la differenza, sicuramente. Per arrivare dove sono arrivato bisogna rinunciare a tante cose, soprattutto negli anni in cui si vorrebbe divertirsi di più. Devi essere sempre sul pezzo. Non è una vita semplice: in tanti vedono solo l'oro, ma ci sono tanti sacrifici.»
Dove trovi la forza nei momenti difficili?
«Sicuramente nell'appoggio della mia famiglia e dei miei amici. Quando hai delle persone al tuo fianco che ti vogliono bene e ti consigliano, ti aiutano. Tra l'altro vengono spesso a trovarmi a Madrid, quindi raramente sono solo.»
Che tipo di persona vuoi diventare, al di là del calciatore?
«Al di là del lavoro, quello che mi ha insegnato di più la mia famiglia è di non perdere mai la testa. Che tu sia un fenomeno o un giocatore normale, la differenza la fa la persona. Puoi essere fortissimo, ma magari non essere una persona buona. Quello che mi hanno insegnato di più è di essere sempre lo stesso.»
Se potessi parlare al Matteo di 14 anni, cosa gli diresti?
«Che il tempo è passato velocissimo e che le cose adesso vanno bene. È una domanda difficile, però quello che posso dire è: se ci credi, tutto può arrivare.»
Ti senti un predestinato?
«Gli obiettivi e i successi che ho raggiunto li ho raggiunti col lavoro. Certo, devi avere anche delle qualità fisiche, tecniche e tattiche, però conta di più il lavoro quotidiano per arrivare dove vogliamo arrivare.»
Molti atleti oggi soffrono di disturbi d'ansia. Tu ne hai mai sofferto?
«Zero. Mai. L'unica cosa che non ho è l'ansia. Penso che sia una delle poche cose che non ho. Ho avuto compagni che sentono di più la partita e altri che la sentono meno, ma non è una cosa negativa.»
Quanto lavoro c'è davvero dietro a quello che la gente vede in campo?
«Tanto. Quando vinci una partita 3-0, la gente pensa che sia tutto facile, ma dietro c'è un lavoro enorme. Giocando ogni tre giorni hai poco tempo per riposare, sei sempre in tensione alta e devi stare al top perché c'è sempre bisogno di tutti.»
Cosa consiglieresti a un ragazzo di 13-14 anni che sogna la Champions League?
«Di fare quello che gli piace, divertirsi e non farsi troppe paranoie. Di vivere la vita giorno dopo giorno e dare sempre il massimo, perché quello che passa non torna più. Non bisogna avere rimpianti.»
Confessor test, ti farò delle domande e se non rispondi, devi scrivere un messaggio a chi ti dirò io. Il compagno di squadra più forte?
«Griezmann.»
L'allenatore che ti ha fatto più arrabbiare e perchè?
«Non rispondo»
Non hai risposto allora devi mandare un messaggio a scelta tra tra Simeone, Gasperini e Zappacosta.
«Scelgo Zappacosta. Gli scrivo: "Bro, ti devo dire la verità... senza di me non avresti mai fatto carriera. Buona giornata."»
E il compagno più sopravvalutato con cui hai giocato — nome e cognome?
«Questo non lo dico. Con quale squadra giocava? Adesso gioca nella Fiorentina.»
Sorrisi, risate, e qualche risposta volutamente lasciata a metà strada tra il serio e il faceto. The Climb ha restituito un Matteo Ruggeri integro: lo stesso ragazzo di Zogno che a 14 anni entrava a Zingonia tenendo la testa bassa e che a 23 para l'intensità del derby di Madrid con la stessa, impeccabile tranquillità. Un talento sì — ma plasmato giorno dopo giorno dalla testa, dalla famiglia e da quell'equilibrio che, ripete quasi come un mantra, è l'unica cosa che non ti abbandona quando tutto il resto trema.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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