Giancarlo Abete non ha alcuna intenzione di togliere il disturbo. Alla vigilia dell'assemblea elettiva che assegnerà la presidenza della Figc, il presidente della Lega Nazionale Dilettanti si presenta al voto con la candidatura intatta e la consapevolezza di un pronostico che pende dall'altra parte: quella di Giovanni Malagò, indicato come favorito ormai da settimane. Eppure il numero uno dei dilettanti tira dritto, deciso a portare la sua sfida fino all'ultima scheda.

IL PASSO INDIETRO MANCATO - La sua candidatura, racconta, nasceva con un obiettivo preciso: aprire un tavolo di confronto prima del voto, costruire con le altre componenti una sintesi e, possibilmente, convergere su un nome solo. Quel percorso non si è realizzato, e Abete lo registra come un'occasione persa, semmai da recuperare a urne chiuse. Resta intatta la decisione di non arretrare: «vado dritto, fino alla fine», un proposito che il dirigente tiene a separare da qualsiasi rivalità personale. Nessuno scontro con Malagò, dunque, ma la mancanza di un programma davvero condiviso e di una piena assunzione di responsabilità da parte di chi compone il sistema.

L'OBIETTIVO DICHIARATO - Chi compete, è il suo ragionamento, lo fa per ottenere un risultato. Il presidente della Lnd prende atto con rispetto che alla vigilia i numeri sorridono al rivale, ma non rinuncia a fissare l'asticella in alto: «punto al 51%», la soglia della maggioranza assoluta. Una posizione che difende con un richiamo alla logica democratica, ricordando come nella storia recente ci sia chi «è partita dal 5-6% e adesso governa l'Italia». I voti che usciranno dall'urna, aggiunge, saranno comunque materia di riflessione.

IL NODO DELLE COMPONENTI - Il quadro che fa da sfondo è quello di un sistema in movimento. Si arriva da una stagione di compattezza quasi totale — l'unanimità che aveva incoronato Gabriele Gravina con il 98% — e si imbocca ora una fase più dialettica, che Abete vorrebbe orientata verso una logica meno corporativa. In questo scenario pesa il sostegno espresso a Malagò dall'Associazione Italiana Calciatori e dall'Associazione Italiana Allenatori Calcio – come raccoglie La Gazzetta dello Sport –, una scelta di cui il numero uno dei dilettanti dice di voler capire le ragioni soltanto a elezioni concluse. Sul modo in cui ha condotto la propria corsa, invece, non ha dubbi: «non ho inseguito nessuno», rivendica, nel nome di una libertà di voto che dice di aver sempre tutelato. Anche l'unica presa di posizione a lui contraria tra i comitati regionali, quella della Lombardia schierata con il rivale, viene archiviata senza drammi.

LA BATTAGLIA SUI GIOVANI - C'è poi un fronte che Abete sente come prioritario e che intreccia pallone e politica. L'ultimo provvedimento del governo, che ha sottratto l'1% della mutualità ai settori giovanili, finisce dritto nel mirino: quelle risorse, ricavate dai diritti tv, sono state dirottate verso la Serie A femminile, dove però nove delle dodici società coinvolte coincidono con quelle che quei fondi li erogano. Un cortocircuito che, tradotto in cifre, costa alla federazione 10,8 milioni di euro e che, avverte, non renderà felice nessun futuro presidente. Da qui l'allineamento con la riforma firmata dal vicepresidente della Lega Pro Zola, indicata come una delle poche vere novità degli ultimi anni, e la richiesta di interventi mirati per i ragazzi. Le aperture del ministro Andrea Abodi, osserva, si sentono ripetere da tempo senza tradursi in fatti concreti: davanti a una decisione simile, allarga le braccia, «io vivo in un mondo diverso».

IL SOSPETTO SUI TEMPI - A insospettire Abete è soprattutto il calendario. Che la questione del pantouflage tenga banco per due mesi e che la stretta sulla mutualità arrivi a pochi giorni dal voto è, per lui, un dettaglio tutt'altro che casuale: «Questo consente di capire come funzioni l'Italia». Difficile però, a suo giudizio, che la mossa sposti consensi verso il rivale: nel proprio documento programmatico, rimarca, è stato l'unico a richiamare in modo organico la riforma sui giovani, e un provvedimento del genere non aiuta nessuno.

L'OPPOSIZIONE COSTRUTTIVA - Sul piano dei rapporti futuri, Abete immagina per sé un ruolo di opposizione, ma in chiave propositiva: si va in Consiglio federale per dare un contributo, non per alzare barricate. Anche il diritto d'intesa, lo strumento che lui stesso ha più volte criticato, non andrebbe usato per bloccare, bensì per spingere verso «soluzioni compatibili e condivise». L'orizzonte, ribadisce, resta il bene del movimento: restituire al calcio italiano una dimensione vincente e una reputazione all'altezza.

Sopra ogni cosa resta un auspicio: che, qualunque sia il verdetto delle urne, si torni a «parlare davvero dei problemi», senza fermarsi a comunicati e proclami. È la cifra con cui Abete affronta il suo personale ultimo round.

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Sezione: Serie A / Data: Dom 21 giugno 2026 alle 08:15
Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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