Da Torre Boldone allo stadio a piedi, prendendo a calci una lattina insieme agli amici. E poi, tanti anni dopo, Liverpool, Dublino, Marsiglia e un'Europa attraversata seguendo l'Atalanta. La storia nerazzurra di Giulio Giacometti comincia quando ha appena dieci anni. In famiglia nessuno gli trasmette quella passione: suo padre non è tifoso e la prima volta allo stadio ce lo porta un vicino di casa. Basta quella domenica per cambiare tutto. Arrivano la Curva, i cori, le bandiere, gli ultimi quindici minuti delle partite visti entrando quando aprivano i cancelli. Poi gli anni trascorsi a lavorare proprio in quello stadio e, infine, le trasferte: oggi, in pensione, Giacometti segue l'Atalanta quasi ovunque, spesso partendo qualche giorno prima perché ogni partita è diventata anche un viaggio. Come racconta in esclusiva a TuttoAtalanta.com, sono cambiate le squadre, i giocatori e persino il modo di vivere il calcio, ma non è cambiata quella passione nata da bambino e rimasta lì per tutta la vita.
Giulio, quando è cominciato il tuo rapporto con l'Atalanta?
«Avevo una decina d'anni. L'abbonamento sarebbe arrivato più tardi, ma ho cominciato ad andare allo stadio da ragazzino. Mio papà non aveva questa passione e quindi non era lui a portarmi. La prima volta ci andai con un vicino di casa. Ricordo ancora l'impressione che mi fece entrare in Curva Nord. Ero un bambino e vedevo questi ultras giganteschi che guidavano i cori e sgridavano quelli sotto se non cantavano. A quell'età mi facevano quasi paura».
Ti ricordi la tua prima partita?
«Era un'Atalanta-Ascoli. Della partita in sé ricordo poco, mentre ho ben impresso tutto quello che c'era intorno. Successivamente cominciai ad andarci con gli amici. Abitavo a Torre Boldone e raggiungevamo lo stadio a piedi, prendendo a calci una lattina e giocando a calcio lungo la strada. Avevo 12-13 anni e sembrava di andare chissà dove: percorrevamo le stradine interne, arrivavamo sotto Monterosso e poi fino allo stadio cantando. Era già quello parte del divertimento».
Quindi i tuoi primi ricordi dell'Atalanta sono legati più a quei momenti che alle partite?
«Assolutamente sì. Sono sempre andato in Curva, anche se da ragazzini qualche volta passavamo sotto le sbarre per andare in gradinata, che per noi rappresentava quasi il massimo del lusso. Di quegli anni mi vengono in mente giocatori come Garritano, Pircher e Scala, ma soprattutto ricordo l'atmosfera. I miei non sempre mi davano i soldi per andare alla partita e allora aspettavamo l'ultimo quarto d'ora, quando aprivano i cancelli, per entrare. Qualche volta riuscivo persino a vedere un gol. Una volta venne anche mio papà in bicicletta per vedere quei minuti finali».
Quanto seguivi realmente quello che accadeva in campo?
«A quell'età non so nemmeno quanto seguissi la partita. A volte, nel caos della Curva, quasi non capivo nemmeno se avevamo segnato. Andavo soprattutto per stare con gli amici, per i cori, le bandiere, per tutto quello che rappresentava la Curva. Le partite ho cominciato a godermele davvero molto più avanti. Ancora oggi vado in Curva, anche se mi sono spostato maggiormente verso il lato della tribuna».
Lo stadio, però, lo hai vissuto anche lavorandoci…
«Per anni ho lavorato in Curva Sud, da solo nello spicchio che veniva lasciato vuoto tra le tifoserie. Avevo le chiavi del cancello. In caso di problemi dovevo aprirlo per consentire l'intervento della polizia. Ho vissuto gli anni dei fumogeni e partite molto calde. Penso soprattutto ai derby con il Brescia: sembrava quasi di essere in guerra, tra elicotteri, polizia e una tensione enorme. Ricordo anche alcuni Atalanta-Milan particolarmente movimentati. Poi sono arrivati gli steward, inizialmente ragazzi che arrivavano da Torino attraverso le cooperative, e il modo di gestire lo stadio è progressivamente cambiato».
Hai mai avuto paura?
«In alcuni casi sì, soprattutto quando ero vicino alla tifoseria ospite. Ricordo, per esempio, gli insulti della tifoseria della Salernitana. Quello che mi ha sempre dato fastidio, però, è un'altra cosa. Posso persino comprendere, pur non condividendola, la mentalità di due gruppi ultras che accettano reciprocamente lo scontro. Non sopporto, invece, la vigliaccheria di chi lancia oggetti da lontano, danneggia automobili o tira qualcosa nei giardini delle case. Quella per me non è rivalità tra tifoserie, ma delinquenza. Fortunatamente oggi certe scene non si vedono più».
E tu, invece, sei diventato un grande viaggiatore al seguito dell'Atalanta…
«Sono in pensione da sei anni e ormai faccio praticamente tutte le trasferte. Quest'anno penso che salterò soltanto Amsterdam, perché sarà una trasferta di massa, mentre per le altre sono già pronto. Preferisco organizzarmi con mezzi miei e vivere la trasferta come un viaggio. Arrivo prima, giro la città, conosco le persone del posto e poi vado alla partita. Viaggio con gli amici, ma non ho alcun problema a partire anche da solo. La partita diventa la scusa per scoprire un posto nuovo».
Una delle città alle quali sei particolarmente legato è Marsiglia?
«Sì, ci sono stato anche con mia moglie e mia figlia per andare a trovare Ruslan Malinovskyi. In quell'occasione la partita era stata anticipata al venerdì e noi arrivammo il sabato, quindi non riuscii a vederla. Il lunedì, però, andammo a mangiare al mare insieme a lui. Con alcuni giocatori i rapporti rimangono, con altri inevitabilmente si perdono quando lasciano Bergamo. Con Ruslan ci sentiamo ancora, magari per gli auguri nelle occasioni particolari».
Qual è stata la trasferta che ti ha emozionato maggiormente?
«Liverpool è stata probabilmente la più bella. Vincere 3-0 in quello stadio è qualcosa che non dimenticherò mai. Ma ciò che mi colpì ancora di più fu quello che accadde dopo. Uscimmo dallo stadio e i tifosi del Liverpool continuavano a farci i complimenti. Complimenti sinceri. Passai praticamente tutta la notte fuori con loro e continuavano a offrirmi da bere. È una sportività che difficilmente ho trovato altrove».
Più emozionante persino di Dublino?
«Dublino è stata diversa. Rappresentava qualcosa di enorme per l'Atalanta. Io avevo prenotato volo e soggiorno già a settembre, appena era uscito il calendario, senza sapere ovviamente se saremmo arrivati in finale. Lo avevo fatto anche l'anno precedente per Siviglia. A Dublino arrivai due giorni prima e quando arrivò il pullman dell'Atalanta eravamo solo in tre ad aspettarlo. De Roon, infortunato, sapendo che non avrebbe potuto giocare la finale, scese distrutto e ci abbracciammo. Poi sappiamo tutti come è finita quella storia. Ma Liverpool, proprio perché una vittoria del genere ad Anfield era inimmaginabile, mi è rimasta dentro in maniera particolare».
De Roon lo conoscevi già?
«L'avevo conosciuto grazie a un concorso e in seguito mi aveva anche regalato una sua maglia molto particolare: quella della famosa partita contro il Raków in cui dovette uscire improvvisamente per un problema intestinale. Diciamo che tra noi è diventata "la maglia del cagotto". Sono episodi che fanno capire anche il lato umano dei giocatori».
Negli anni hai avuto modo di conoscere personalmente anche altri giocatori e le loro famiglie?
«Vivendo molto Bergamo e frequentando l'ambiente è capitato diverse volte. Alcuni rapporti sono nati quasi per caso e con qualcuno sono rimasto in contatto anche dopo che ha lasciato l'Atalanta».
Tra questi c'è anche la famiglia di Lookman?
«Suo papà è venuto a mangiare a casa mia un paio di volte. Una volta, fuori dallo stadio, incontrai una mamma con un bambino nigeriano arrivati apposta per vedere Lookman, ma non erano riusciti a incontrarlo. Ne parlai con suo padre e fu lui a procurare loro dei biglietti per la tribuna. Io, poi, li accompagnai. Ademola è sempre stato un ragazzo molto timido e riservato. Tra quelli che ho conosciuto, lui e Pašalić sono probabilmente tra i più introversi: difficilmente li vedevi in giro. Anche Koopmeiners, al di là di come è finita la sua storia con l'Atalanta, per quello che ho conosciuto io era un ragazzo stupendo».
Quali sono invece i giocatori dell'Atalanta attuale con cui hai instaurato un rapporto?
«Oggi sono legato soprattutto a Samardžić, Krstović e Kolasinac. Mia mamma è di origine croata e questo mi ha aiutato a parlare con loro. A Samardžić, scherzando, dico sempre che, se non fa gol bellissimi, non segna proprio».
E Kolasinac come l'hai conosciuto?
«L'avevo conosciuto a Marsiglia, proprio quando ero con Malinovskyi. Eravamo in spiaggia e vidi questo ragazzo enorme, un vero armadio. Fu Ruslan a dirmi che era un suo compagno di squadra. Era Kolasinac, che allora giocava con lui al Marsiglia. Era lì con la moglie e i figli e già in quell'occasione mi colpì perché era una persona molto riservata. Poi a Marsiglia visse anche una brutta esperienza: entrarono dei ladri armati in casa sua e la moglie ne rimase molto scossa. Quando successivamente si presentò la possibilità di venire all'Atalanta, Malinovskyi gli parlò bene di Bergamo e gli consigliò di venire qui. Con lui scherziamo anche per come noi italiani storpiamo i loro nomi: nelle lingue dell'Est ci sono suoni che noi non abbiamo. Alla fine mi ha chiesto di chiamarlo "Kola" visto che il suo nome lo sbagliano tutti».
Frequentandoli hai anche cambiato il tuo modo di rapportarti ai calciatori?
«Ho capito quanto possa essere pesante per loro avere continuamente qualcuno che chiede qualcosa: una foto, una maglia, un favore. Quando ero in giro con il papà di Lookman vedevo che tutti gli chiedevano qualcosa. Una singola richiesta può sembrare una cosa da niente, ma quando tutti ti chiedono continuamente qualcosa diventa diverso. Per questo ho deciso che non chiederò più una maglia a un giocatore».
Questo cambia anche il tuo giudizio quando un calciatore decide di lasciare l'Atalanta?
«Da atalantino mi dispiace quando qualcuno se ne va, ma cerco anche di mettermi dalla sua parte. Se mi offrissero il doppio per fare lo stesso lavoro, probabilmente farei la stessa scelta. È facile essere moralisti quando si parla delle scelte degli altri. Non possiamo pretendere che un calciatore s'immoli per una squadra. Per loro è un lavoro. Oggi le bandiere non esistono più: un giocatore oggi è qui e domani può essere altrove. Quello che rimane, invece, è solo il nostro amore per i colori nerazzurri. Per me l'Atalanta c'è e ci sarà sempre, ma non possiamo pretendere che un ragazzo arrivato, magari, da un altro Paese provi lo stesso legame con cui siamo cresciuti noi».
Arriviamo all'Atalanta di oggi. Sei preoccupato?
«Comincio un po' a esserlo. In difesa Scalvini, Kristensen e Kossounou non mi dispiacciono, ma da centrocampo in su vedo più difficoltà. Ci manca fantasia: se De Ketelaere o Rowe non inventano qualcosa, diventa difficile, ma non possiamo nemmeno pensare che debba essere sempre un singolo a risolvere la partita. Mi è piaciuto Gaetano, però in questo momento vedo centrocampo e attacco troppo scollegati tra loro. Aspetto di vedere cosa succederà dopo questa sosta, perché magari questo periodo potrà aiutare».
Eppure alcuni giocatori che nell'Atalanta stanno facendo fatica hanno mostrato tutt'altro rendimento con le rispettive Nazionali. Penso a De Ketelaere e Raspadori…
«È vero, in Nazionale fanno tutti bene. Forse qui sentono troppe responsabilità, non lo so. Raspadori, per esempio, finora nell'Atalanta non mi è piaciuto, mentre con la Nazionale ha fatto bene. Lo stesso vale per De Ketelaere. Sta di fatto che qui li vedo confusi, lenti e, soprattutto, ho la sensazione che gli avversari riescano a salire con troppa facilità».
Ma lo vedi come un problema di allenatore o di qualità della squadra?
«Io ho paura che manchi soprattutto qualità. Facciamo decine di passaggi orizzontali, arriviamo al limite dell'area e invece di cercare la giocata torniamo indietro, a volte fino a Carnesecchi. Manca chi vede il movimento del compagno e trova il passaggio per mandarlo in porta. Con Gasperini avevamo il Papu e Ilicic, giocatori capaci di saltare l'uomo e trovare la giocata giusta. Bellanova ha gamba e velocità, ma secondo me deve migliorare molto nei cross; Zappacosta, nonostante l'età, continua a essere uno dei migliori. Facciamo fatica soprattutto dal centrocampo in su. Sarri mi piaceva quando allenava l'Empoli e conosciamo i suoi principi di calcio, ma mi chiedo se nel frattempo il calcio non sia cambiato. Oggi devi correre e muovere la palla velocemente, altrimenti gli avversari ti pressano e ti superano. Noi in questo momento siamo troppo lenti e prevedibili. L'anno scorso erano tutti contro Juric, ma il problema non poteva essere soltanto l'allenatore. Dicevo già allora che mancavano alcuni uomini e, alla fine, la squadra è rimasta in gran parte la stessa. Per questo ho paura che il problema della qualità, soprattutto in alcuni ruoli, venga da più lontano».
Secondo te manca anche un leader?
«In quest'Atalanta non c'è un leader. De Ketelaere ha grandi qualità e grandi numeri, ma è discontinuo e per me non è un leader. Sono contento che sia rimasto Ederson, seppur perché alla fine non si sono create le condizioni per andare via. Scamacca ha qualità tecniche che tanti gli invidiano, ma per atteggiamento e per quello che dà alla squadra non lo vedo come un leader. Se riuscisse finalmente ad avere continuità e a non fermarsi per gli infortuni, a me non dispiace Scalvini, ma quello nel quale oggi vedo più carattere è Carnesecchi, soprattutto da quando è diventato papà. Un portiere, però, per il ruolo che ha, difficilmente può trascinare la squadra là davanti. In passato avevamo giocatori come Doni o Stromberg: quando serviva, prendevano in mano la squadra e provavano a risollevare la partita. Oggi una figura così non la vedo. Pašalić potrebbe avere esperienza e personalità, ma gioca troppo poco e per essere un leader devi essere in campo».
Un anno di transizione potrebbe essere accettabile?
«Potrebbe anche starci, ma la società ha investito molto per costruire questa squadra. Non puoi buttare via una stagione senza crescere, andando anzi verso il basso. E se le cose dovessero andare davvero male, non credo che a un allenatore venga automaticamente concesso un altro anno. Non voglio essere drastico, ma se continui a giocare così devi anche guardarti alle spalle. Il Bologna, per esempio, è dietro di noi, ma per me gioca meglio».
Dove vedi l'Atalanta a fine stagione?
«Se devo giudicarla per quello che ho visto finora, in questo momento la vedo fuori da tutto. Naturalmente, con il cuore del tifoso, spero con tutto me stesso di essere smentito. Non è una questione di risultati. È la mancanza di gioco a preoccuparmi. Aspettiamo troppo spesso l'errore degli avversari. Anche con Gasperini, nei primi anni, abbiamo perso tante partite, ma perdevi perché attaccavi, salivi e magari prendevi il contropiede. Oggi invece facciamo fatica proprio ad arrivare davanti. Siamo troppo prevedibili. Abbiamo 6 punti, ma solo perché in quelle occasioni siamo stati fortunati».
E allora cosa ti aspetti dalla prossima partita contro il Venezia?
«Prima di tutto spero di essere smentito sul piano del gioco. È quello che m'interessa maggiormente. Non sarà facile, perché ormai non esistono squadre materasso. Ho visto giocare il Venezia e, in alcuni momenti, mi è sembrato palleggiare meglio di noi. Però io sono un tifoso e spero sempre che sia proprio la prossima partita quella della svolta. Dopo questa pausa voglio vedere un'Atalanta diversa, più veloce, più coraggiosa e capace finalmente di creare gioco. Spero che dal Venezia cominci un'altra storia».
Per Giulio Giacometti, in fondo, è sempre stato così. Da bambino poteva aspettare che aprissero i cancelli pur di vedere soltanto l'ultimo quarto d'ora; oggi può attraversare l'Europa per novanta minuti di Atalanta. E forse proprio per questo le sue perplessità sull'Atalanta di Sarri sono accompagnate continuamente dalla stessa frase: «spero di essere smentito». Perché dietro la preoccupazione per ciò che vede oggi in campo rimane quella passione nata a dieci anni, quando bastarono un vicino di casa, una domenica allo stadio e la Curva Nord per trasformare l'Atalanta in una compagna di viaggio lunga una vita.
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