Le Mura di Bergamo stanno in piedi da quattro secoli e mezzo per una ragione semplice: ogni pietra è stata messa lì per reggere le altre, senza chiedersi mai quale fosse la più bella. Quando una si stacca, non crolla niente — ma chi le conosce si accorge del vuoto. Berat Djimsiti è stato per dieci anni una di quelle pietre: adesso che l'accordo verbale da tre milioni con l'Arabia Saudita all'Al Diriyah in Saudi Pro League è cosa fatta e il biennale è stato accettato, come raccontato giorni fa su queste colonne spiegando anche la sua assenza durante la serata di festa alla New Balance Arena, la storia è ai titoli di coda, anche se ad oggi manca ancora l'ufficialità per dettagli tecnici e burocratici tra i due club. E merita di essere riletta dall'inizio, perché pochi percorsi raccontano l'Atalanta come il suo.
Gennaio 2016: Luca Percassi lo preleva a parametro zero dallo Zurigo, nella stessa finestra in cui arriva Remo Freuler. Nessuna fanfara: un centrale svizzero di passaporto e albanese di sangue, figlio di emigranti dalla Macedonia del Nord, il 19 sulla schiena come la sua data di nascita, il 19 febbraio 1993. La gavetta è vera e in salita: un anno ad Avellino in B, 35 presenze; uno a Benevento, 30 presenze e una retrocessione. Nell'estate 2018 è praticamente ceduto — lo salva, paradosso del destino, l'infortunio di Varnier — e in gerarchia è l'ultimo: davanti ha Toloi, Masiello, Mancini, Palomino. Otto panchine consecutive, poi la sera dell'11 novembre 2018 contro l'Inter: titolare, gol, 4-1. Ve lo ricordate? Da quella notte Gian Piero Gasperini non ha più smesso di considerarlo, e il calcio bergamasco ha guadagnato il suo ministro della difesa.
I numeri, da soli, valgono un monumento: oltre 320 presenze, quarto di sempre nella storia nerazzurra, dietro soltanto a mostri sacri di longevità. Ma i numeri non spiegano tutto. Non spiegano la sera di Dublino, 22 maggio 2024, quando con Toloi e de Roon fuori dall'undici iniziale la fascia finì sul braccio dell'ex esubero, e fu lui, da capitano, ad alzare verso il cielo l'Europa League contro il Bayer Leverkusen: il primo trofeo europeo della storia atalantina sollevato dall'uomo che il club aveva quasi ceduto. E non spiegano nemmeno l'estate successiva, quando dal Qatar arrivò un'offerta da oltre sei milioni netti l'anno: disse no, per restare a Bergamo. Ecco perché questa partenza, oggi, non ha nulla dell'ammutinamento: se ne va soltanto adesso che il club, con una difesa che cambia volto sotto la nuova gestione, gli ha aperto la porta. La pietra non è caduta: è stata rimossa con cura.
Resta l'uomo, che è la parte migliore. Mai una parola sopra le righe, mai un caso, mai una fuga: capitano anche dell'Albania, professionista di quelli che gli allenatori indicano ai ragazzi dello spogliatoio, silenzioso al punto che Djimsiti ha attraversato un decennio di rivoluzioni — dal terzetto con Toloi e Palomino al nuovo corso con Scalvini e Kolašinac — senza mai reclamare un titolo di giornale. Se li è presi tutti alla fine, suo malgrado.
Le Mura, comunque, reggeranno: è il loro mestiere, e Berat ha passato dieci anni a insegnare alle pietre nuove come si sta al proprio posto. Ma d'ora in poi, passeggiandoci sopra, qualcuno noterà il vuoto. Ed è il più grande complimento che Bergamo possa fare a uno arrivato gratis.
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Autore: Lorenzo Casalino / Twitter: @lorenzocasalino
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