Cresciuto a Zingonia prima di arrivare in prima squadra, Inacio Pià conosce bene il mondo nerazzurro. Oggi intermediario CBF, la Federazione calcistica brasiliana, continua a osservare il calcio anche da una prospettiva privilegiata: quella di ex giocatore e quella di papà di Samuele Inacio, classe 2008, cresciuto a sua volta nel vivaio atalantino e oggi al Borussia Dortmund. Un figlio d'arte, Samuele, ma soprattutto uno di quei ragazzi che fin da bambino sembrava un predestinato, tanto che il suo addio all'Atalanta ha inevitabilmente lasciato qualche rimpianto. La società nerazzurra ha pubblicamente espresso la propria posizione sulla vicenda. Dall'altra parte, la famiglia Inacio ha scelto di non alimentare la polemica, evitando repliche pubbliche e mantenendo nei confronti dell'Atalanta un profilo basso e rispettoso. Oggi, però, il presente di Samuele parla di Borussia Dortmund e pure di Nazionale. A diciotto anni è nel gruppo azzurro, nella prima Italia del Mancini-bis, pronta ad affrontare il Belgio all'Olimpico di Roma. TuttoAtalanta.com ha intervistato in esclusiva l'ex nerazzurro, partendo inevitabilmente dal momento della Dea, per arrivare alla Nazionale e poi a Samu: dalla sua scelta azzurra alla crescita rapidissima in Germania, fino agli interessamenti di Juventus e Inter.
Pià, hai già avuto modo di vedere l'Atalanta anche dal vivo: che impressione ti ha fatto?
«Quello che vedo io in questo momento credo sia quello che vede un po' tutto il popolo atalantino: una squadra in confusione. È arrivato un allenatore nuovo, con un'idea tattica totalmente diversa da quella alla quale i giocatori erano abituati e con cui hanno giocato negli ultimi dieci anni, quindi è normale che serva tempo. In questo momento, però, vedo un'Atalanta senza fiducia e con poche idee, mentre il tempo scorre veloce. Bisogna ritrovare energie e riuscire a capire velocemente quelle che sono le idee dell'allenatore».
Quanto dipende dall'allenatore e quanto, invece, dalla squadra?
«Io sono del parere che non sia mai colpa di un'unica figura. L'allenatore ha un'idea totalmente diversa da quella alla quale i giocatori erano abituati, ma, allo stesso tempo, sono arrivati anche giocatori nuovi. Bisogna essere delle spugne per riuscire ad assorbire velocemente le richieste del tecnico. Guardando queste prime partite, penso che un po' tutti non ci aspettassimo un'Atalanta così confusionaria. Non significa che non ci siano le qualità, però, se andiamo ad analizzare le due vittorie con Bologna e Sassuolo, sono arrivate più per episodi che attraverso un'idea di gioco. Questo porta a pensare che in questo momento non ci sia ancora la giusta coesione tra il nuovo allenatore, i giocatori che c'erano già e quelli che sono arrivati».
Secondo te manca un leader?
«L'Atalanta per dieci anni ha avuto un'ossatura importante, con giocatori come de Roon e Djimsiti, che ora se ne sono andati. Sono rimasti Ederson, Pašalić, Scalvini e anche qualche altro elemento della vecchia guardia. In questo momento, più che un leader, secondo me all'Atalanta mancano proprio un'idea e la consapevolezza della propria forza. Nelle ultime partite la squadra ha perso fiducia e manca di energia. Il campo ci ha proprio restituito l'immagine di una squadra che non crede abbastanza in se stessa».
C'è chi sostiene che dovrebbe essere Sarri ad adattarsi ai giocatori piuttosto che chiedere ai giocatori di adattarsi alla sua filosofia. Tu, da ex calciatore, sei d'accordo?
«Penso che l'allenatore debba essere intelligente nel capire che, in certi momenti della stagione, bisogna cambiare e magari ritornare a quello che i giocatori sono sempre stati abituati a fare. Dall'altra parte, però, è anche vero che ogni allenatore ha la propria idea di gioco e che difficilmente cambia il proprio modo di vedere il calcio. In momenti come questo, tante volte basta solo una vittoria, anche un po' fortunata, per risollevare la stagione. Non penso che esista una formula magica: giocatori, allenatore e società devono cercare di fare quadrato intorno alla situazione. Siamo ancora all'inizio, è vero, però ora come ora più che guardare la parte alta della classifica bisogna iniziare a guardare in basso. Abbiamo visto quello che è successo alla Fiorentina l'anno scorso: quando rimani giù a lungo, poi diventa difficile risalire».
Pensi che quest'avvio sia peggiore di quello dell'anno scorso?
«Se andiamo a vedere i numeri, penso di sì. L'Atalanta non è mai stata una società che cambia allenatore spesso. Gasperini è rimasto 9 anni e, nel giro di uno, invece, abbiamo visto avvicendarsi in panchina Juric, Palladino e adesso Sarri. Quando parlo di confusione intendo anche questo: bisogna cercare di dare continuità, altrimenti non si riesce mai a far partire veramente un progetto».
Quindi serve pazienza?
«Bisogna avere pazienza, sperando che anche la piazza riesca ad averne. I tifosi sono ormai abituati a stare in alto, a vedere un bel calcio e a giocare per determinati obiettivi. Fino ad adesso hanno sempre sostenuto la squadra e sono sempre stati presenti, però bisognerà vedere fino a quando saranno disposti a concederle tempo».
La sosta per le Nazionali arriva nel momento giusto?
«Secondo me no. Un conto è affrontare una sosta così lunga con una classifica serena e con entusiasmo, un altro è affrontarla in una situazione nella quale la classifica e lo stato d'animo non aiutano, oltretutto con tanti giocatori impegnati con le rispettive Nazionali. In questo momento la cosa migliore sarebbe probabilmente quella di poter lavorare su tutta la squadra e soprattutto sulla testa dei giocatori. Non avere tutti a disposizione durante una pausa così lunga, in un momento tanto negativo, secondo me non è positivo per l'Atalanta».
Per i giocatori, invece, può essere positivo staccare un po' la spina?
«Quando si vivono momenti come questo, avere la possibilità di staccare e di allontanarsi dalla quotidianità può sicuramente aiutare. Il problema è che molti giocatori sono impegnati con le Nazionali, quindi non hanno realmente il tempo di farlo. Staccano solo dalla situazione che stanno vivendo con il club».
Che Atalanta ti aspetti di ritrovare contro il Venezia?
«Penso che sarà una partita delicata, prima di tutto perché anche il Venezia ha bisogno di fare punti. È una squadra che finora ha perso tutte le partite, ma è viva. Non è una squadra piatta. Spero di vedere un'Atalanta con più energia perché, ripeto, le qualità ci sono, i giocatori sono forti e l'allenatore è bravo. Mi aspetto di ritrovare un'Atalanta che si presenti da squadra, combattiva e capace di metterci energia per tutti i novanta minuti. In questo momento le manca la capacità di giocare con spensieratezza: si vede che è una squadra molto contratta».
E se oggi dovessi dire dove troveremo l'Atalanta a fine stagione?
«Se analizziamo il percorso fatto finora, compreso il preliminare di Conference League e le prestazioni che abbiamo visto, penso che in questo momento l'Atalanta possa arrivare intorno al settimo-ottavo posto. Oggi non la vedo in grado di lottare dalla quinta posizione a salire. Per quello che ha mostrato finora, secondo me è una squadra da ottavo posto».
E in Conference League?
«La Conference è una competizione totalmente diversa, nella quale si affrontano squadre differenti e dove l'Atalanta può fare bene. Anzi, è una competizione nella quale deve fare bene, perché non può limitarsi a parteciparvi. Non è la Champions e non è l'Europa League dal punto di vista del valore, però rimane una competizione nella quale farsi rispettare a livello europeo. L'Atalanta ha dimostrato, negli anni, tra Champions ed Europa League, di essere una squadra che può lottare per vincere e in Conference è una delle squadre che devono arrivare fino in fondo».
Proprio la lunga sosta di Serie A ci riporta alla Nazionale. L'Atalanta è la squadra con più giocatori convocati e, aggiungendo anche ragazzi cresciuti a Zingonia come Samuele e Matteo Ruggeri, l'impronta del club orobico diventa ancora più evidente. Da ex nerazzurro e bergamasco d'adozione, è motivo d'orgoglio?
«Sì, penso che per l'Atalanta sia davvero un bel riconoscimento. Avere tanti ragazzi in Nazionale maggiore significa che la società continua a lavorare bene, anche se non è più il vivaio nerazzurro di una volta. È la testimonianza di quanto siano cambiati la prima squadra e gli obiettivi che insegue. Una volta il settore giovanile rappresentava una grande risorsa per approdare in prima squadra. Oggi l'Atalanta lotta per la Champions, compete per vincere ad alti livelli e quindi diventa anche più difficile concedere tanto spazio ai ragazzi del vivaio. Resta comunque una grandissima soddisfazione avere in Nazionale tanti giocatori che sono passati da Zingonia. Qualcuno ha giocato in prima squadra, qualcuno no, ma credo sia qualcosa di cui essere molto soddisfatti».
Tra i convocati c'è proprio Samuele. Quanto siete felici per quello che sta vivendo?
«Siamo felicissimi, anche perché stiamo parlando di un ragazzo di 18 anni che a 16 ha fatto una scelta importante, quella di andare via da Bergamo, da solo, lontano dalla famiglia. Ora quest'occasione bellissima: poter già assaggiare la Nazionale maggiore e vivere certe competizioni significa accumulare un bagaglio tecnico e d'esperienza importantissimo. Lui sta vivendo tutto, come sempre, con la massima serenità, ma anche con molto orgoglio e felicità».
Gli hai dato qualche consiglio in vista della prima partita con il Belgio?
«Adesso bisogna innanzitutto capire quali saranno le scelte del ct, perché ci sono tanti giocatori a disposizione e diverse partite da giocare. Non so se Samuele farà parte di questo primo gruppo, ma al di là di questo, quello che gli dico sempre è di viversi tutto con la massima gioia e farsi trovare sempre pronto perché le opportunità arrivano. Nella vita è così che si fanno passi avanti».
Sei contento che abbia scelto la Nazionale italiana invece di quella brasiliana? Ha deciso da solo?
«Io sono brasiliano. Lui conosce il Brasile ed ha sempre subito il fascino della Nazionale verdeoro. Del resto, per i ragazzi della sua età non è facile innamorarsi della Nazionale italiana. Non l'hanno mai vista vincere e quasi nemmeno partecipare a un Mondiale. Lui, all'ultimo, aveva solo 6 anni. Però, ha fatto la trafila nelle varie Nazionali giovanili azzurre e, quando è arrivata l'opportunità di scegliere, ha detto di voler vincere con l'Italia perché, nonostante il papà brasiliano, lui è cresciuto in Italia ed è italiano. Lui è uno da polenta e casoncelli. La scelta, quindi, è stata completamente sua. Abbiamo avuto tanti contatti dal Brasile, però Samuele ha deciso con il cuore. Sono contento perché è stata una sua decisione».
Samuele è sempre stato considerato un predestinato, ma nell'ultimo anno la sua crescita è stata rapidissima. Tu, non da papà, ma da addetto ai lavori, ti aspettavi che arrivasse così presto a questo livello?
«Fin da piccolo è sempre stato diverso. Calcisticamente è sempre stato speciale, aveva e ha una luce diversa. Negli anni, alla fine di ogni stagione, è sempre riuscito ad aggiungere qualcosa in più. Non mi aspettavo che tutto questo accadesse in così poco tempo, ma ho sempre pensato che avesse tutte le componenti per poter stare a questi livelli il più a lungo possibile. Noi, come famiglia, siamo contenti, anche perché ha fatto una scelta coraggiosa e ora ne sta raccogliendo i primi frutti. Per un ragazzo italiano non è semplice lasciare il proprio Paese, dove ci si trova bene e si è coccolati, per andare all'estero a vivere da soli quando si è ancora così giovani».
Negli ultimi giorni il nome di Samuele è stato accostato a Juventus e Inter. Sono soltanto voci?
«Inter e Juventus hanno chiesto informazioni direttamente al Borussia Dortmund, così come avevano fatto altre squadre europee, ma in questo momento né il club né Samuele hanno intenzione di prendere in considerazione nessun tipo di cambiamento. Il Borussia punta tantissimo su di lui per i prossimi anni e Samuele sta benissimo. Ha trovato un ambiente fantastico, un grande club e una tifoseria magica».
Tanti ragazzi considerati predestinati da giovanissimi poi si perdono durante il percorso. Secondo te, nel caso di Samuele cosa ha fatto la differenza?
«Penso prima di tutto il vantaggio di avere alle spalle una famiglia equilibrata. Ho sempre visto quanto possa diventare complicato quando i genitori o la famiglia vogliono diventare i protagonisti al posto del ragazzo. Quando succede, tutto rischia di trasformarsi in una partita che bisogna vincere per forza. Nel caso di Samuele, penso che abbia fatto la differenza soprattutto la serenità che gli abbiamo trasmesso. Nel calcio nessuno ti regala nulla. Noi non gli abbiamo mai fatto alcuna pressione. E poi la differenza l'ha fatta la sua testa. Mentalmente è molto forte e sa quello che vuole. È consapevole delle sue qualità, ma sa che da sole non bastano. È molto intelligente».
Chiudiamo con una curiosità. È stato chiesto a Samuele di scegliere tra Ronaldo e Messi. Lui ha scelto Ronaldo. Il papà, invece, chi preferisce?
«Sinceramente preferisco anch'io Ronaldo. Messi ha un talento più naturale, mentre Ronaldo, negli anni, è riuscito a mantenersi al passo con un talento naturale come quello di Messi grazie all'attitudine, al lavoro e alla voglia. Per me Ronaldo è un grandissimo esempio di lavoro e di continuità per questi ragazzi che si avvicinano al professionismo e vogliono arrivare a certi livelli».
Pià sceglie Ronaldo davanti a Messi soprattutto per ciò che il portoghese rappresenta: attitudine, lavoro, continuità, la capacità di costruire giorno dopo giorno attraverso il sacrificio. Una cultura del lavoro che ha cercato di trasmettere anche a Samuele, insieme a quella serenità che, secondo lui, ha fatto la differenza nella sua crescita. Perché il talento può indicare una strada, ma poi servono sacrificio, equilibrio e la capacità di farsi trovare pronti. Il presente di Samuele, intanto, corre veloce: il Borussia Dortmund punta su di lui, club italiani ed europei hanno già manifestato il proprio interesse e la maglia azzurra è ormai una realtà. Che Mancini decida o meno di concedergli spazio, il consiglio di papà Pià resta lo stesso: vivere tutto con gioia e, quando arriverà l'opportunità, farsi trovare pronto.
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