Paolo Bianco ha riportato il Monza in Serie A attraverso i playoff e ora, sulla panchina del Pisa, insegue un bis che nella cadetteria riesce a pochissimi. Il tecnico – in una lunga intervista concessa a La Gazzetta dello Sport – ripercorre l'estate che lo ha portato in nerazzurro, fotografa pregi e limiti della sua squadra e allarga lo sguardo al campionato e alle panchine italiane, senza reticenze.

LA SFIDA DEL BIS - Il precedente più recente porta la firma di Giovanni Stroppa, che dopo il salto con la Cremonese ha saputo ripetersi a Venezia. Dei tre allenatori promossi nell'ultima stagione, insieme allo stesso Stroppa e a Massimiliano Alvini, Bianco è però l'unico ripartito dalla B. Che esista un metodo per imporsi, lui lo esclude in partenza: «Impossibile. Si devono incastrare tante situazioni e ci sono momenti cruciali da gestire». Nell'annata del Monza quei crocevia furono le sfide con Frosinone, Spezia e Mantova, e il bilancio resta motivo di fierezza: «Sono orgoglioso per come è andata, dobbiamo rifarlo». Nessuna formula, dunque: solo la lezione di chi sa che una stagione intera si decide in pochi snodi da non sbagliare.

PROGETTO PISA - L'orizzonte fissato dalla società non è quello dell'immediato. «Il progetto è biennale, dobbiamo diventare forti subito e salire in due anni», chiarisce l'allenatore, che lega l'ambizione sportiva alla crescita strutturale del club, con il nuovo centro sportivo atteso per la primavera. E l'obiettivo non si esaurisce nella promozione: «Il Pisa vuole tornare in A per restarci». Una dichiarazione d'intenti che sposta l'asticella dalla semplice risalita alla costruzione di qualcosa di stabile, dopo una retrocessione che ha lasciato il segno.

IL RIMPIANTO MONZA - Guardandosi alle spalle, Bianco non nasconde che la promozione in Brianza sarebbe potuta arrivare senza passare dagli spareggi: «Ho un po' di rammarico. Vuol dire che non eravamo pronti». Un'ammissione onesta, accompagnata dal riconoscimento ai meriti del Frosinone, capace di raccogliere 26 punti nelle ultime dieci giornate. Quanto alla post-season, l'ha affrontata con uno spirito preciso: «Ho voluto vivere i playoff come un'esperienza nuova, un'opportunità di crescita». Il paragone che sceglie è con il tour de force vissuto a Sassuolo accanto a Roberto De Zerbi, tredici gare in quaranta giorni alla ripresa dopo il Covid: un'intensità che forgia.

LA ROTTURA - Poi il capitolo più delicato, quello della mancata riconferma. Il tecnico ammette di essere stato colto di sorpresa, ma rivendica la paternità della scelta finale: «Alla fine ho deciso io di non restare, capivo che la stima era finita». Parole asciutte, senza polemica, che chiudono la vicenda con la dignità di chi preferisce andarsene piuttosto che restare in un ambiente non più convinto.

MONZA E PISA A CONFRONTO - Due club reduci da una caduta dalla massima serie, entrambi appesantiti da un finale di stagione disastroso. Eppure, per Bianco, le differenze sono sostanziali, a partire dallo spogliatoio: se in Brianza c'erano giocatori con lunghi trascorsi in Serie A, sotto la Torre pende molti ne hanno assaggiata una sola stagione, e questo cambia il clima. «C'è meno depressione, i ragazzi hanno la B come dimensione e vogliono vincere ancora», osserva. E poi c'è la società: a Monza lo aveva scelto Adriano Galliani, prima del cambio di proprietà che lo costrinse a guadagnarsi la fiducia dei nuovi padroni; a Pisa, invece, «mi ha voluto una proprietà forte con grandi prospettive». Un sostegno che, tra le righe, pesa quanto un rinforzo di mercato.

I NODI DA SCIOGLIERE - Il lavoro sulla testa dei giocatori, però, non è concluso. Restano i passaggi a vuoto, figli della rassegnazione che aveva accompagnato l'ultimo scorcio della passata stagione: «La squadra sa cosa serve ma non sempre lo fa». Sul piano tattico, l'abbandono del 4-3-3 iniziale in favore della difesa a tre risponde a una logica di materiale umano: «Per le caratteristiche dei giocatori ora è meglio questo abito», spiega, lasciando aperta la porta a ulteriori ritocchi. E sui sei gol incassati tra Entella e Mantova, il tecnico rifiuta di processare la retroguardia: «Non è un problema di reparto, ma di attenzione generale». Del match di Mantova, contro la formazione più in forma del torneo, preferisce trattenere la reazione allo svantaggio.

L'ATTACCO DEL PISA - Qualche somiglianza con il suo Monza, sul piano dell'impianto, Bianco la riconosce. Ma gli interpreti sono altri: stavolta sono arrivati elementi costruiti per la categoria, mentre in Brianza erano rimasti giocatori di valore poco adatti alla B. Il reparto offensivo, con Andrea Petagna, Filippo Pittarello, Stefano Moreo, Matteo Tramoni e i giovani Rao, Marras e Ferrah, lo soddisfa pienamente: «C'è tutto. Esperienza, fisicità, talento, gamba, tiro, attacco dello spazio». Una ricchezza che rende semplici i cambi a gara in corso, e che ora va tradotta in reti: «Tutti hanno 7-8 gol in canna, devo portarli a quel livello». Il potenziale c'è, insomma: manca solo la continuità sotto porta.

LA CORSA ALLA SERIE A - La classifica, intanto, racconta di un torneo in cui il Palermo capolista ha già preso qualche metro di vantaggio. Bianco, però, invita a non restringere il campo alle sole rosanero: «Attenzione anche al Modena, che sta facendo un percorso simile al nostro». Nella lista delle pretendenti inserisce anche Padova e Avellino, forti di investimenti importanti. E sulla fatica delle altre retrocesse, Cremonese e Verona, offre una chiave di lettura figlia dell'esperienza: «Chi retrocede parte sempre adagio, cambiare il chip non è facile». La cura, per lui, è una sola: i risultati, capaci di riaccendere anche l'entusiasmo della piazza.

IL FATTORE ESPERIENZA - Nel lotto delle rivali figurano allenatori che la cadetteria l'hanno già vinta, da Filippo Inzaghi a Fabio Pecchia, fino a Baroni. Un vantaggio concreto, secondo Bianco: «Bisogna saper gestire i momenti negativi, chi non ha mai vinto li vive in maniera diversa». È la differenza tra chi conosce la strada e chi deve ancora scoprirla, e lui, forte della promozione appena conquistata, si iscrive a pieno titolo al primo gruppo.

ALVINI E AQUILANI - Sul Frosinone, che gli sottrasse la promozione diretta e oggi viaggia spedito anche nella massima serie, non c'è traccia di rancore. Un'altra favola simile, a suo dire, difficilmente si ripeterà: «Lì si è creata una magia unica, sono bravissimi». E all'ipotesi di un pizzico di gelosia verso Alvini risponde netto: «L'invidia non fa parte di me». Stesso garbo per Alberto Aquilani, il collega superato nella finale playoff e che oggi, paradossalmente, allena in Serie A: «Alberto lo stimo, merita questo percorso».

FABREGAS, PALLADINO E I BIG - Chiamato a stilare una graduatoria dei migliori tecnici in Italia, Bianco non ha dubbi sul primo posto: «Il più forte è Fabregas, per come ha trasformato il Como». Una consacrazione per Cesc Fabregas, alle cui spalle colloca Raffaele Palladino. Tra i grandi nomi, invece, indica come riferimenti ancora attuali Gian Piero Gasperini e Massimiliano Allegri: la nuova generazione in cima, i maestri a fare da bussola.

IL FUTURO DI PAOLO BIANCO - Resta il confronto con i compagni del corso per allenatori, Cristian Chivu, Vincenzo Italiano e Thiago Motta, approdati da tempo ai piani alti. Bianco rivendica un percorso diverso ma coerente: «Ho sempre fatto scelte particolari e centrato gli obiettivi». E la prospettiva di raggiungerli passa proprio dalla Toscana: «Aprendo un ciclo ci posso sperare, e Pisa è il posto giusto».

Un traguardo dichiarato e un orizzonte chiaro: per Bianco la seconda promozione di fila non è un'ossessione, ma il primo mattone di una carriera da costruire in grande.

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Sezione: Serie B / Data: Mar 29 settembre 2026 alle 10:15
Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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