Non è solo un tecnico che arriva su una panchina. È un uomo che torna in un posto che ha già dentro, anche se pochi lo sanno. La storia di Maurizio Sarri e Bergamo comincia nel 1962, dura 64 anni e attraversa la Serie D toscana, il Napoli delle meraviglie, la Premier League e le notti di Coppa Italia. Un filo sottile e tenace che L'Eco di Bergamo ricostruisce oggi con la cura di chi conosce entrambe le anime della storia, nerazzurra e toscana.
L'INFANZIA A CASTRO E IL DIALETTO BERGAMASCO - Era il 1962 quando il padre di Maurizio, Amerigo Sarri, operaio all'Italsider, venne trasferito dallo stabilimento di Bagnoli — dove Maurizio era nato a Napoli nel 1959 — a quello di Lovere, nell'Alto Sebino. La famiglia si sistemò a Castro, e il piccolo Maurizio frequentò l'asilo. Amerigo ha sempre raccontato, con orgoglio e un sorriso, che «in poco tempo Maurizio imparò a parlare il dialetto bergamasco meglio dell'italiano». Tre anni d'asilo, un'immersione totale. Poi il ritorno a Figline Valdarno, in Toscana, dove il futuro Comandante crebbe, studiò, vinse un paio di gare da ciclista, lavorò in banca e soprattutto iniziò ad allenare sulle piazze più impervie del calcio dilettantistico toscano. Ma qualcosa di bergamasco era già rimasto, dentro.
MISTER 33 E LA CULTURA DEL LAVORO - Sarri non è mai stato un giocatore di alto livello — mai oltre la Serie D — ma ha sempre condiviso con Arrigo Sacchi, suo principale ispiratore, la convinzione che «per essere un buon fantino non è necessario essere stati un buon cavallo». La sua cifra distintiva era ed è la meticolosità: dai tempi dei dilettanti gli era stato appioppato il soprannome di Mister 33, per i 33 schemi codificati sulle palle inattive. Una maniacalità tutta bergamasca nel metodo, anche se il titolare era toscano. «Sono del parere che si possa migliorare semplicemente tramite il lavoro» ha sempre detto. E la tuta, quella celebre tuta che è diventata la sua firma visiva, è la dichiarazione di un principio: «La metto perché faccio un lavoro da campo. Mi sembra ridicolo andare sul campo col vestito da cerimonia».
LA SVOLTA: SANSOVINO, LA COPPA DI SERIE D E UNA FINALE CONTRO I BERGAMASCHI - Era la stagione 2002/2003 quando Sarri mollò definitivamente il posto in banca per fare l'allenatore a tempo pieno. Quella primavera il suo Sansovino vinse la Coppa Italia di Serie D — e gli avversari in finale erano i bergamaschi dell'Uso Calcio. Battuti 1-0 in trasferta, fermati 0-0 in casa. Primo trofeo da allenatore, primo incrocio con Bergamo. Come se il destino avesse già scritto qualcosa.
GASPERINI, L'ATALANTA E I DUELLI DEL TRIENNIO NAPOLETANO - Nella lunga marcia verso la Serie A — arrivata a 55 anni sulla panchina dell'Empoli — Sarri trovò a Napoli l'uomo che avrebbe cambiato la sua carriera: Cristiano Giuntoli — come riconstruisce L'Eco di Bergamo — con cui costruì tre stagioni indimenticabili tra il 2015 e il 2018. E proprio in quegli anni gli intrecci con l'Atalanta si fecero più fitti. Fu lui, sulla panchina del Napoli, il 2 ottobre 2016 a Bergamo quando Gian Piero Gasperini — in odore di esonero — stravolse l'undici e vinse 1-0 con un gol di Andrea Petagna, dando di fatto l'avvio al suo ciclo d'oro. Poi il 25 febbraio successivo, nel San Paolo, Sarri incassò un altro dispetto nerazzurro: la storica doppietta di Mattia Caldara, difensore, che trascinò l'Atalanta a un risultato clamoroso. E nell'anno dei 91 punti, il Comandante vinse entrambi i match di campionato ma dovette clamorosamente capitolare in Coppa Italia, nel quarto di finale casalingo, sotto i colpi di Castagne e Gomez.
ZAPPACOSTA IN FINALE, IL CHELSEA E LA TRECCANI - La carriera di Sarri è poi esplosa in Inghilterra. Con il Chelsea ha vinto l'Europa League 2018-2019, battendo in finale a Baku per 4-1 l'Arsenal di Unai Emery — lo stesso Emery che di recente ha alzato la stessa coppa per la quinta volta alla guida dell'Aston Villa. In quella finale c'era Cesc Fàbregas, oggi allenatore del Como. E c'era anche Davide Zappacosta, mandato in campo al tramonto dei 90 minuti, giusto in tempo per partecipare alla festa. Lo stesso Zappacosta che Sarri ritroverà all'Atalanta, se e quando firmerà. In quel Chelsea c'era anche il seme del sarrismo, poi entrato nell'Enciclopedia Treccani come «concezione del gioco del calcio propugnata dall'allenatore Maurizio Sarri, fondata sulla velocità e la propensione offensiva». A Lipsia, nel febbraio 2018 per una gara di Europa League, la società tedesca gli costruì un box in cartongesso nello spogliatoio e disattivò l'allarme antifumo pur di rendergli la serata sopportabile.
ALLERGICO AI SOCIAL, PIONIERE DEI DRONI - La contraddizione che lo rende unico è questa: allergico ai social — non ha profili, non li vuole, non li capisce — ma tra i primi in assoluto a introdurre l'uso del drone nelle sedute tattiche. Un visionario che si fida del campo più che dello schermo. Come Giuntoli, che con lui ha costruito a Napoli qualcosa che Bergamo aspetta di replicare: un'identità di gioco riconoscibile, un sistema valoriale condiviso, una squadra che si diverte e fa divertire.
PERCHÉ SARRI È L'UOMO GIUSTO PER BERGAMO - Ci sono due frasi del Comandante che spiegano tutto. La prima: «La gente pensa sempre alla Champions, allo scudetto, ma in realtà dentro al cuore hai una partita in un paesino vicino Siena, al termine della quale hai festeggiato una promozione. Quella partita ti trasmette ancora un'emozione gigantesca». La seconda: «Ho bisogno di avere vicino a me persone che stimo, a cui voglio bene. Quando mi affeziono a qualcuno in modo forte, mi sento obbligato a fare bene per lui. Mi fa rendere di più». Una di queste persone, nel mondo del calcio, è Cristiano Giuntoli. Ed è esattamente per questo che il piano nerazzurro per rivoluzionare l'Atalanta con Sarri in panchina e Giuntoli alla direzione tecnica non è solo credibile: è già quasi inevitabile.
Bergamo lo aspettava da quando aveva tre anni. Solo non lo sapeva ancora.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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