C'è un filo sottile che attraversa vent'anni di calcio italiano e passa per Arezzo. In quella piccola città toscana, nella stagione 2006/07 di Serie B, un difensore bergamasco di vent'anni si ritrovò ad allenarsi prima con Antonio Conte e poi con Maurizio Sarri: due tecnici allora semisconosciuti al grande pubblico, due futuri dominatori delle panchine europee. Daniele Capelli, cresciuto a Zingonia e adesso pronto a iniziare la sua avventura da allenatore sulla panchina della Cisanese in Eccellenza, a L'Eco di Bergamo racconta quella stagione come un'università anticipata.
DUE GRANDI IN UNA STAGIONE - «In una stagione ho avuto la fortuna di lavorare con due grandissimi allenatori — racconta Capelli —. Retrocedemmo all'ultima giornata, a causa della penalità iniziale, altrimenti il nostro sarebbe stato un campionato tranquillo». La retrocessione in C1 non cancella il valore di quell'esperienza: vedere all'opera Conte e Sarri nella stessa annata, da calciatore giovane con la testa aperta, lascia tracce che resistono nel tempo. Lo si capisce da come Capelli ne parla, con la gratitudine di chi ha imparato qualcosa di importante senza rendersi conto di quanto fosse raro quello che stava vivendo.
IL SARRI DI ALLORA - «Ho un ricordo bellissimo: era un allenatore molto preparato, giocava solo a zona e preparava tutto nei dettagli, in maniera maniacale, dalle rimesse laterali a ridosso della tua area a quelle in attacco. Studiava tanto e voleva sapere qualsiasi cosa degli avversari». L'identikit che ne esce è quello dello stesso Sarri che oggi si vede in tv, con vent'anni in più sulle spalle. Il sistema che porterà all'Atalanta è lo stesso che Capelli imparò ad Arezzo: zona pura, linee compatte, riferimenti sul pallone e non sull'avversario. «Certi principi e movimenti difensivi ti entrano e ti restano addosso, perché tutto diventa schematico: io li ho ritrovati poi con Del Neri».
L'UOMO, NON SOLO IL TECNICO - Capelli non si ferma alla tattica. «Una persona simpaticissima: ti faceva ridere, anche con i suoi modi burberi. Un uomo leale, di cuore: era un piacere lavorare con lui. Anche se aveva tutte le sue fisse…». La più celebre? Le scarpe. «Odiava le scarpe colorate e ci obbligava ad averle solo nere: o le cambiavamo o le pitturavamo. Le mie erano nere, ma avevano qualche filo bianco: ero costretto a ripassarlo di nero con il pennarello. Non era scaramanzia, era una sua cosa originale». Una stranezza che, però, era solo la superficie di un metodo preciso: «Si poneva in maniera diretta: al di là dell'apparenza burbera, si stava bene insieme a lui. E voleva sapere molto di noi: non che controllasse le nostre vite o si facesse gli affari nostri, ma voleva avere la situazione sotto controllo».
IL CALCIO IERI E OGGI - Sull'evoluzione del Sarri tecnico, Capelli è netto: «L'idea e i principi sì, poi con il tempo ha modificato qualcosa, perché è un allenatore moderno, che sa stare al passo con i tempi: il calcio è cambiato in vent'anni, ma la sua zona la rivedo guardando le sue partite oggi». Ad Arezzo il modulo era un 4-2-3-1, senza il regista che sarebbe poi diventato il marchio di fabbrica del Sarri maturo: «Quando ha avuto Valdifiori e Jorginho, il play è diventato una chiave». Un'evoluzione consapevole, frutto di incontri e giocatori che hanno permesso a Sarri di esprimere la sua idea di calcio nella forma più compiuta.
L'ATALANTA E IL CAMBIO DI MENTALITÀ - Il passaggio dall'uomo alla zona — dal calcio di Gian Piero Gasperini a quello di Maurizio Sarri — sarà la sfida più grande per la squadra nerazzurra, secondo Capelli. «Qualcosa verrà cambiato, ma al di là degli uomini e del modulo, credo che le difficoltà saranno proprio nel cambio di mentalità: la fase di non possesso sarà tutta nuova». Il consiglio è uno solo, e arriva da chi quella transizione la conosce dall'interno: «L'Atalanta aspettò Gasperini dieci anni fa: Sarri è bravo, diamogli tempo e i risultati arriveranno, magari dopo sei mesi o un anno, ma arriveranno» — come ricorda anche Maurizio Sarri, che ha scelto Bergamo proprio per costruire qualcosa di duraturo.
CONTE, IL CONFRONTO - Su Conte, Capelli traccia un ritratto complementare: «Se in Sarri ritrovo oggi gli stessi principi, in Conte vedo cose molto diverse: non era quello di adesso, allora giocava solo a quattro. È intelligente e sa adattarsi: già al ritorno dopo qualche mese era cresciuto. Il lavoro duro e la predisposizione al sacrificio, però, erano già suoi marchi». Il Capelli di oggi, con gli occhi dell'allenatore, sa riconoscere quello che il Capelli di vent'anni fa non poteva ancora vedere: «Se il Capelli di oggi tornasse indietro con la macchina del tempo e li vedesse all'opera nel 2006 si renderebbe conto che avevano capacità enormi». La proiezione per l'Atalanta è quella di una stagione di crescita, con qualche difficoltà iniziale, ma con l'Europa come traguardo minimo e la certezza che con due o tre mosse pesanti di mercato le cose diventeranno più facili.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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