Luca Ariatti è il "doppio ex" per eccellenza. Simbolo dell’Atalanta di Colantuono e capitano della Fiorentina della rinascita, incarna due storie di calcio diverse ma parallele. In viola ha vissuto una scalata travolgente dalla C2 alla A; a Bergamo ha trovato la consacrazione e una "seconda casa" dove ha scelto di mettere radici. Oggi procuratore con la sua Football Stars Agency, Ariatti analizza la sfida di domenica con l’occhio clinico dell’addetto ai lavori e il cuore diviso a metà. Tra ricordi indelebili, quel coro – «Luca Ariatti tiralimatti» – che ancora risuona per le vie di Città Alta e un’analisi lucida sul momento opposto delle due squadre.
Luca, partiamo dal ricordo più bello con la maglia dell'Atalanta.
«Difficile sceglierne uno solo - confida, in esclusiva, ai microfoni di TuttoAtalanta.com -: il ricordo più bello abbraccia l'intera esperienza, dal primo all'ultimo giorno in nerazzurro. È stato un biennio splendido, vissuto con mister Colantuono e un gruppo di ragazzi con cui si era creata un’alchimia speciale. C'era armonia, divertimento e uno spirito di spogliatoio fortissimo, il tutto cementato dai grandi risultati. È stata un'esperienza totalizzante, sia professionalmente che umanamente, tanto da spingermi a restare a vivere a Bergamo anche dopo il ritiro».
Alla festa per i 118 anni dell’Atalanta, hai scherzato con Colantuono dicendo che è lui a dover tutto a voi giocatori. Che legame avevate con il mister?
«Colantuono ha saputo creare un clima unico. Lui ha una personalità forte e quel gruppo rispecchiava perfettamente il carattere del suo allenatore. Si può dire che la carriera del mister ad alti livelli sia partita proprio da quell'Atalanta: dopo quel biennio è approdato a Palermo e ha spiccato il volo. Lui si diverte a dire che ci ha portati in alto, noi ribattiamo scherzando che è stato il contrario, ma la verità è che siamo cresciuti insieme».
I tifosi cantavano «Luca Ariatti tiralimatti». Che effetto fa sentirlo ancora oggi?
«Un piacere immenso. È incredibile che a distanza di anni i tifosi mi fermino per strada, o gli amici mi salutino canticchiando quel coro. Non posso che ringraziarli: mi hanno sempre fatto sentire importante e apprezzato. Questa è la vera sorpresa per chi arriva a giocare qui: il supporto incondizionato della gente. Ho vestito altre maglie, ma la capacità del pubblico atalantino di darti fiducia e spingerti oltre i limiti è senza eguali».
Possiamo definire Bergamo la tua seconda casa?
«Assolutamente sì. Mio figlio è nato qui, la mia famiglia vive qui da dieci anni. Ormai siamo bergamaschi d'adozione a tutti gli effetti».
Hai sempre descritto l’Atalanta come un ambiente solido e ben gestito. È ancora questo il segreto del Club?
«Quando c’ero io, la società era guidata dalla famiglia Ruggeri e il "modello Atalanta" era già un’eccellenza per il centro sportivo e la gestione. Ma il calcio evolve e i club sono diventati aziende complesse che richiedono una visione a 360 gradi. Quello che ha costruito la famiglia Percassi negli ultimi anni ha reso l’Atalanta un esempio mondiale. Il coinvolgimento totale di Luca Percassi — manager di alto livello, proprietario, ex giocatore nerazzurro e uomo legato al territorio — è la garanzia principale per il futuro».
La Fiorentina, invece, cosa rappresenta per te?
«La Fiorentina è stata il mio trampolino di lancio e la mia scommessa più grande. Lasciai casa mia, la Reggiana, per scendere in Serie C2 con una società appena rinata dal fallimento di Cecchi Gori, sotto la guida dei Della Valle. Mi presi un rischio enorme salendo su un treno che doveva ancora partire, ma mi sono messo in gioco totalmente. Dal primo allenamento ho spinto al massimo, sentivo la fiducia dell'ambiente e crescevo insieme alla squadra. Ritrovarmi capitano in Serie A partendo dal basso è stato un orgoglio incredibile. Per questo Atalanta e Fiorentina sono i club del mio cuore».
L’anno scorso era uno scontro diretto per l’Europa. Oggi rischia di essere una sfida salvezza per i viola. Te lo aspettavi?
«Sinceramente no. Io ho vissuto a Firenze una stagione difficile: dopo la scalata dalla C, dovevamo strutturarci per reggere l'urto della A e ci salvammo a fatica con 42 punti, mentre l'Atalanta retrocedeva. Firenze è una piazza meravigliosa, ma quando i risultati non arrivano l'ambiente diventa pesantissimo. Ho letto lo sfogo di Dzeko dopo la sconfitta in Conference contro l’AEK Atene e mi ci sono rivisto: anche nella mia Fiorentina c'erano campioni come Chiellini, Pazzini, Nakata, Miccoli, ma quando vai in difficoltà lì, l’aria si fa irrespirabile».
Diverso da Bergamo...
«Sì, Bergamo nei momenti difficili si compatta in modo naturale. Firenze ha una storia di palcoscenici diversi: ti esalta come poche altre piazze quando vinci, ma ti schiaccia quando perdi. Chi firma per la Fiorentina sa di arrivare in un grandissimo club e si prende la responsabilità di quella maglia, ma gestirne il peso non è da tutti».
Entrambe hanno cambiato allenatore, ma con esiti opposti. Cosa non va nella Fiorentina?
«La Viola sta cercando di guarire, ma le manca quella vittoria "scacciapensieri" che restituisca fiducia, come è successo all'Atalanta con il trionfo di Francoforte. È assurdo vedere una rosa così lunga e ricca di talento ancora a secco di vittorie in campionato, ma questa è la realtà. A questo punto è evidente che ci siano ingranaggi da sistemare. La medicina è una sola: i risultati. Basta anche una vittoria sporca o fortunosa per sbloccarsi. L'Atalanta, però, oggi mi sembra molto più equilibrata e solida nelle difficoltà. Con Palladino può aprire un ciclo importante».
Secondo te a Firenze rimpiangono Palladino?
«Non credo. Firenze volta pagina in fretta. È una tifoseria abituata ai cambiamenti di allenatori e giocatori. Per il fiorentino conta solo la maglia viola, al di là di chi siede in panchina».
Sulla carta, chi ha la rosa più forte?
«La classifica degli ultimi anni parla chiaro: l’Atalanta è stabilmente davanti. Viene da stagioni in Europa e in Champions League, ha un nucleo storico che ha tenuto il livello altissimo e una società che ha saputo reinvestire le cessioni in profili altrettanto forti. In questo momento la Fiorentina deve inseguire per raggiungere quello status».
Che partita ti aspetti domenica?
«Sarà uno scontro psicologico: da una parte una squadra preoccupata dalla classifica, dall’altra un’Atalanta rinfrancata dalla notte di Champions. Mi aspetto una Dea tranquilla, propositiva e all’attacco. Con questa serenità mentale, i nerazzurri potrebbero offrire una prestazione di grande qualità».
Da ex calciatore, hai la sensazione che Palladino abbia risolto i problemi di spogliatoio?
«Senza mancare di rispetto a Juric, leggendo alcune dichiarazioni e vedendo il campo, direi di sì. Palladino è un tecnico moderno, molto vicino alla mentalità dell'Atalanta attuale. È stato un calciatore di talento e allena con la stessa filosofia. Credo si abbini perfettamente all’ambiente nerazzurro».
Dove vedi le due squadre a fine campionato?
«Auguro il meglio a entrambe, ma gli obiettivi sono diversi. Per questa Fiorentina, realisticamente, l'obiettivo ormai è la salvezza; non vedo spazi per altro. L'Atalanta invece deve puntare all'Europa e può fare strada in Champions. La squadra mi dà l'idea di poter crescere esponenzialmente partita dopo partita».
A proposito di Champions: dopo la Viola arriva il Chelsea dell’ex Maresca.
«Sarà durissima. Il Chelsea è una corazzata che ha appena battuto 3-0 il Barcellona e Maresca, con cui ho giocato, sta facendo un gran lavoro. L'Atalanta non deve assolutamente perdere, ma sono convinto che per i Blues venire a fare punti a Bergamo sarà un inferno, come per chiunque. È una partita da non perdere: se riesco, sarò allo stadio a godermela».
Con l’equilibrio di chi ha vissuto due carriere in una, Ariatti fotografa il bivio: i Viola cercano ossigeno per scacciare la paura, la Dea cerca conferme per volare. Se Firenze è stata il trampolino e la fascia da capitano, Bergamo è diventata la casa e il destino. E proprio da questo incrocio di emozioni nasce l’analisi privilegiata di una sfida che, oggi più che mai, vale molto più dei tre punti.
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