Una stagione di Serie A può bastare per cambiare le regole del gioco. Il quarto posto del Como di Cesc Fàbregas e il terzo della Roma di Gian Piero Gasperini — entrambi approdati in Champions League nell'ultima giornata — hanno lasciato in eredità non solo punti e classifiche, ma una domanda che rimbalza nelle redazioni e negli studi televisivi: l'allenatore-manager è il futuro del calcio italiano? Ci hanno risposto gli opinionisti della radio di Tuttomercatoweb.com, con posizioni articolate e non prive di sfumature.
IL TALENTO RARO DI CHI FA DUE MESTIERI - Il primo terreno di confronto è quello delle qualità personali necessarie per ricoprire un doppio ruolo così impegnativo. Stefano Impallomeni mette subito in chiaro che non si tratta di una formula replicabile su scala industriale: «Devi avere l'allenatore giusto, bravo, competente per farlo. Devi assumerti tante responsabilità con questo compito. Loro sono allenatori di mercato, bravi non solo sul campo ma anche nella ricerca dei profili, e non è da tutti». Poi respinge l'accusa di accentramento eccessivo: «No, sono due di personalità che lavorano per il bene della società». Enzo Palladini va ancora più a fondo, tracciando un confine netto tra le due figure: «Secondo me per fare due mestieri insieme si deve essere dei fenomeni. Fàbregas lo è, anche Gasperini a suo modo». Eppure individua una differenza sostanziale: «Fàbregas riuscirebbe a gestire anche il mercato, per il bel rapporto che ha ed è talmente rispettato... Gasperini ha bisogno invece chi faccia le trattative per lui. Fàbregas può essere il Ferguson 2.0. Gasp una via di mezzo». Un confronto con Alex Ferguson che suona come un riconoscimento di livello assoluto — e che al tempo stesso fissa con precisione i limiti del modello all'italiana.
UN CAMBIO CULTURALE CHE L'ITALIA FATICA AD ACCETTARE - La questione non è solo tecnica: è strutturale. Massimo Bonanni allarga la prospettiva fino al confronto con il calcio inglese: «In Italia non c'è questa cultura. C'è il ds che è una figura che in Inghilterra c'è da poco per esempio, mentre c'è l'allenatore-manager. Credo che tutte le squadre abbiano allenatore e ds che debbano lavorare in simbiosi per il bene comune. In Italia sarebbe un bel cambio culturale». Un'analisi confermata da Alessandro Dal Canto, che non nasconde lo scetticismo: «In Italia è difficile. Gasperini e Fàbregas hanno dimostrato di avere queste caratteristiche, ma da noi è complicato sorpassare la figura del direttore sportivo. Bisogna conviverci, ma personalmente non lo vedo come un problema. Un dialogo con le proprietà e i direttori del resto ce l'hanno tutti. Di certo ci sono più allenatori che indirizzano le trattative di mercato, come ad esempio Conte». La figura del direttore sportivo — storicamente radicata nel calcio italiano — rimane un presidio difficile da erodere, anche quando l'allenatore ha personalità e carisma sufficienti per occupare entrambi gli spazi.
LA DIREZIONE DEL MERCATO, TRA RISCHIO E POTERE - Paolo De Paola fotografa il cambiamento in atto con un'osservazione che va al cuore del problema: «È una figura importante nelle decisioni anche di mercato ora, abbiamo visto con Fàbregas, Gasperini, Spalletti che litiga con Comolli. Si sta allargando la figura del tecnico-manager. Se uno deve rischiare, è giusto che lo faccia seguendo le sue indicazioni». Un ragionamento di responsabilità: chi mette la faccia sul campo deve poter avere voce in capitolo su chi porta in spogliatoio. Il richiamo a Luciano Spalletti e ai suoi attriti con la dirigenza della Juventus apre un altro capitolo — quello del conflitto tra le visioni — che dimostra come il tema sia già quotidiano nel calcio italiano di vertice, come documentato nell'analisi dedicata a Fàbregas, Gasperini e il dialogo difficile tra panchina e scrivania.
IL DS VERSO L'ESTINZIONE? - La previsione più radicale arriva da Simone Braglia, che non usa giri di parole: «Dipende dalla conoscenza e dalla fiducia che hanno i tecnici con gli scouting. Spetta agli allenatori poi la scelta. Il Como ha comprato giocatori, anche onerosi, li ha fatti maturare e ha raggiunto questi risultati. L'allenatore-manager è una figura che può prendere sempre più piede, con il ds che credo andrà a morire come figura». Una sentenza che, pronunciata oggi in Italia, suona ancora come provocazione. Ma che il Como di Fàbregas — costruito con logiche molto diverse rispetto alla tradizione — tende a rendere meno utopistica di quanto sembri. Bruno Longhi chiude il dibattito con una distinzione di contesto: «Gasperini fa il manager, ha deciso tutto lui. Fàbregas ha lavorato forte della sua esperienza e con un personaggio bravissimo come Ludi, in una situazione che lo metteva al di sopra dei proprietari, che dovevano fidarsi di lui». Due percorsi diversi, una sola direzione.
LA DEA E IL FUTURO MODELLO - Il dibattito ha un'eco diretta anche a Bergamo. L'Atalanta che verrà — quella di Maurizio Sarri e Cristiano Giuntoli, fresco di nomina — ha scelto di separare le funzioni: un allenatore di grandissima personalità e un direttore sportivo di rango internazionale. Un modello che risponde alla tradizione italiana più che al Ferguson 2.0 evocato da Palladini. Ma il fatto che il dibattito sia aperto, e che le esperienze di Fàbregas e Gasperini abbiano cambiato il parametro di riferimento, significa che nemmeno Zingonia può permettersi di ignorarlo — come già emerge dagli aggiornamenti sul progetto Sarri-Giuntoli e la costruzione della nuova Dea, e sul ruolo che il tecnico toscano avrà nella definizione del mercato nerazzurro, raccontato in dettaglio nell'analisi dedicata al cantiere aperto a centrocampo nella nuova Atalanta di Sarri.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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