C'è un bambino di nove anni che corre su un sintetico di periferia, a pochi chilometri da San Siro, in una di quelle mattine in cui il pallone non pesa niente e il futuro non esiste ancora. Quel bambino si chiamava Marco Palestra, abitava a Buccinasco, e non sapeva ancora che un giorno avrebbe corso in Serie A con la stessa leggerezza con cui allora dribblava i coetanei ai tornei estivi. Dodici anni dopo, quei campi di periferia potrebbero chiudere il cerchio più bello del calcio italiano: l'Inter lo vuole, e portarlo a San Siro significherebbe riportarlo a pochi chilometri dai prati su cui ha mosso i primi passi.
LE ORIGINI: ASSAGO E IL NUMERO 2 - La storia di Palestra comincia all'Assago Calcio, dove ha giocato dal 2010 al 2014. Silvano Leardini, vicepresidente del club, ne custodisce la memoria con il calore di chi sa di aver visto qualcosa di speciale in anticipo rispetto al resto del mondo. «L'anno scorso è venuto da noi, si è allenato in questo campo con un preparatore e poi ha chiesto la sua vecchia maglia col numero 2. Quella che ha vestito per quattro anni qui da noi» ha raccontato Leardini. Un gesto che vale quanto un curriculum: Palestra torna ancora nel posto in cui tutto è cominciato, e non lo fa per nostalgia da campione, ma perché quelle radici le sente ancora sue. «La sua corsa era già impressionante — ha aggiunto il vicepresidente — come si vede oggi. Quando ha campo lui parte e dribbla. Era evidente già all'epoca». Luigi Pasqualone, uno dei suoi primi allenatori, custodisce un aneddoto che vale più di qualsiasi statistica: «Non dimenticartene quando sarai famoso», gli diceva mentre gli allacciava le scarpe prima di ogni allenamento.
L'ACCADEMIA INTERNAZIONALE: L'ANNO CHE CAMBIÒ TUTTO - Nella stagione 2014/15, Palestra compì il primo salto: dall'Assago all'Accademia Internazionale, società giovanile affiliata all'Inter, con sede a Milano — campo in sintetico di via Cilea, fermata Bonola della metro, cinque minuti dalla tangenziale e dall'odore di traffico del pomeriggio milanese. Ci rimase un anno solo. Abbastanza, però, per lasciare un'impronta. «Amava l'uno contro uno» ha ricordato Matteo Borgese, uno dei suoi allenatori di quel periodo. «Ai tempi anche l'Inter lo seguiva. Poi un pomeriggio il papà mi parlò dell'Atalanta: andarono dritti sul ragazzo e lo presero». La dinamica della sua cessione a Bergamo è la più bergamasca possibile: nessuna prova formale, nessun allenamento di valutazione. Lo visionarono nelle partitelle e nei tornei, e bastò. Enzo Tridico, direttore generale dell'Accademia, l'ha raccontata con quella precisione — come riferisce La Gazzetta dello Sport, che ha rintracciato uno per uno i protagonisti di questa storia — che appartiene a chi ricorda perché quella cosa l'ha vissuta davvero: «Nel 2015 l'Atalanta prese lui e Giovanni Bonfanti. Non sono mai andati in prova. L'hanno visionato durante le partitelle, i tornei e cose così. Borgese mi ha sempre parlato di questa falcata. Marco era un cavallo già a sette-otto anni, spiccava per qualità fisiche. E poi era tranquillo, uno che voleva lavorare». Dall'Accademia sono passati, negli anni, anche Zappa, Filip e Aleksandar Stankovic e Nicolò Rovella. «Mi piacerebbe mettere dei quadretti con le foto di ognuno di loro» ha svelato Tridico. «Palestra è il futuro della Nazionale: sono fiero del suo percorso».
IL LEOPARDO DI CAGLIARI - Dodici anni dopo quelle partite a sette su un campo di sintetico milanese, la stagione di Cagliari ha confermato che l'Atalanta aveva visto nel bambino di Buccinasco qualcosa che il calcio italiano avrebbe capito solo molto dopo. Davide Pisacane, il tecnico sardo che lo ha allenato in questa stagione ruggente, ha trovato le parole più iconiche di questa annata: «È come quel calciatore che ti costruisci da solo alla PlayStation — ha detto — quello con 99 in accelerazione. Sembra un leopardo». Un'immagine che circola da mesi nei corridoi dei club più importanti d'Europa, e che ha trasformato Palestra nel profilo più desiderato del prossimo mercato estivo. Secondo in Serie A per dribbling riusciti, 200 duelli vinti in campionato: numeri che raccontano non solo velocità, ma sostanza.
IL SUSSURRO DI CHIVU E IL CERCHIO CHE SI CHIUDE - Ad aprile, in occasione di un Inter-Cagliari a San Siro, Cristian Chivu aveva sussurrato un «bravo» a Palestra al termine della partita. Un gesto piccolo, quasi impercettibile, che però in quell'ambiente aveva il peso di una dichiarazione d'intenti. E mentre l'Atalanta valuta il suo terzino non meno di 40-50 milioni, e mentre l'Inter costruisce la propria offerta, Tridico osserva la scena dall'Accademia Internazionale con un sorriso di chi era lì quando la storia è cominciata: «Palestra è il futuro della Nazionale, sono fiero del suo percorso».
Da Buccinasco al campo di via Cilea, da Zingonia a Cagliari, e forse — presto — a San Siro, dove San Siro era già lì, nascosto dallo smog, quel pomeriggio del 2014 in cui un bambino di nove anni correva su un sintetico e nessuno sapeva ancora quanto lontano sarebbe arrivato. Lo sapevano, forse, solo quelli che gli allacciavano le scarpe.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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