Ci sono esperienze che durano anni e altre che, nonostante siano racchiuse in pochi mesi, riescono comunque a lasciare qualcosa. Quella di Lambros Choutos  con l'Atalanta appartiene alla seconda categoria. Era arrivato a Bergamo nel gennaio 2005 in prestito dall'Inter con la voglia di trovare spazio e continuità, ma un infortunio ne condizionò quasi subito il percorso, fino a lasciargli appena una presenza in nerazzurro. Eppure, a distanza di oltre vent'anni, l'ex attaccante greco non parla di quell'esperienza con amarezza. C'è il rammarico per quello che avrebbe potuto essere, ma anche la serenità di chi ha accettato ciò che è accaduto e conserva un ricordo piacevole di Bergamo, delle persone incontrate e di una piazza nella quale, come racconta lui stesso, l'Atalanta è parte dell'identità della città.

È anche per questo che Lambros Choutos (nella nostra grafica esclusiva le immagini tratte dal suo account ufficiale Instagram) ha accolto con grande disponibilità l'invito di TuttoAtalanta.com a raccontarsi in esclusiva, alla vigilia di una partita per lui inevitabilmente particolare. Sabato, infatti, si affrontano Roma e Atalanta: da una parte il club nel quale arrivò appena tredicenne e si formò come calciatore e come uomo, dall'altra una parentesi molto più breve, ma che considera ancora oggi parte della propria storia. Con lui siamo tornati a quei mesi del 2005, ma abbiamo parlato anche dell'Atalanta di Sarri, della Roma di Gasperini e di una sfida nella quale, questa volta da spettatore, ritroverà due pezzi molto diversi della sua carriera.

Lambros, quando nel gennaio 2005 arrivi all'Atalanta in prestito dall'Inter, è una tua volontà o, in qualche modo, una scelta obbligata?
«Fu una scelta legata soprattutto alla necessità di giocare. Ero un giocatore dell'Inter e in quel periodo avevo bisogno di trovare continuità e di sentirmi nuovamente protagonista. L'Atalanta rappresentava una buona opportunità, una società importante e una piazza molto passionale. Non l'ho vissuta, quindi, come una scelta obbligata, ma come una possibilità che in quel momento poteva essere molto importante per la mia carriera».

Arrivi a Bergamo dopo aver trovato poco spazio all'Inter. Che cosa ti aspettavi dall'esperienza all'Atalanta?
«Mi aspettavo soprattutto di giocare e di ritrovare quella continuità che mi era mancata. Quando sei giovane e hai tanta voglia di dimostrare, vuoi scendere in campo, sentirti importante e ritrovare fiducia. Pensavo che a Bergamo avrei potuto avere questa possibilità e che, con il lavoro quotidiano, avrei potuto conquistarmi il mio spazio».

Al tuo arrivo Delio Rossi ti ha fatto capire che il tuo ingaggio non era stato una sua precisa richiesta e che avresti dovuto conquistarti lo spazio. Come hai vissuto quella situazione?
«Con tranquillità. Nel calcio può capitare che un allenatore non sia stato direttamente coinvolto nella scelta di un giocatore. Per me la cosa importante era quello che avrei dimostrato in campo e durante gli allenamenti. Non ho mai pensato che un allenatore dovesse regalarmi qualcosa perché arrivavo dall'Inter. Ero pronto a conquistarmi il posto lavorando».

Esserti fatto subito male quanto ha condizionato la tua esperienza all'Atalanta?
«Tantissimo. Probabilmente fu l'episodio che condizionò maggiormente tutta la mia esperienza a Bergamo. Arrivare in una nuova squadra, avere voglia di mettersi in mostra e poi fermarsi quasi subito per un infortunio è stato sicuramente difficile. Per un giocatore, soprattutto in quel momento della carriera, la continuità è fondamentale. Quell'infortunio mi tolse una possibilità importante proprio nel momento in cui avrei dovuto dimostrare di poter essere utile alla squadra».

Alla fine hai giocato una sola partita. Ti è rimasto qualche rammarico per quei mesi a Bergamo?
«Sì, sicuramente un po' di rammarico c'è. Quando guardo a quell'esperienza penso soprattutto a quello che sarebbe potuto succedere se fossi stato bene fisicamente. Una sola partita è troppo poco per poter dire veramente cosa avresti potuto dare a una squadra. Però il calcio è anche questo: ci sono momenti in cui le cose non vanno come vorresti. Preferisco ricordare quell'esperienza senza rimpianti, pensando a quello che avrei potuto fare, ma anche accettando quello che è successo».

Sei più tornato a Bergamo dopo quell'esperienza? E ti piacerebbe tornarci?
«Sì, sono tornato a Bergamo, anche se non ho avuto modo di vivere la città quanto avrei voluto durante quei mesi. Mi piacerebbe sicuramente tornarci con più calma, perché è una città che mi ha lasciato un ricordo particolare. E poi sarebbe bello poter tornare allo stadio e respirare nuovamente quell'atmosfera, questa volta da semplice spettatore».

Cosa ti è rimasto di Bergamo e dell'Atalanta, anche al di là del calcio? Una persona, un luogo o un ricordo particolare...
«Mi è rimasta soprattutto l'impressione di una piazza molto passionale e molto legata alla propria squadra. L'Atalanta a Bergamo non è semplicemente una squadra di calcio: è una parte importante dell'identità della città. Questo è qualcosa che percepisci immediatamente. E poi mi sono rimaste le persone che ho incontrato in quel periodo e alcuni ricordi della quotidianità, più che un singolo episodio. Anche se la mia esperienza calcistica è stata breve, Bergamo ha fatto parte della mia carriera e quindi rimarrà sempre un piccolo pezzo della mia storia».

Tu hai conosciuto un'Atalanta che lottava per la salvezza. Avresti mai immaginato che sarebbe diventata una realtà importante anche in Europa?
«Sinceramente è difficile immaginare una crescita così importante quando vivi una realtà in un determinato momento. L'Atalanta che ho conosciuto io era una squadra che doveva lottare per la salvezza, mentre oggi parliamo di una società che da anni è stabilmente ai vertici del calcio italiano e che ha avuto anche esperienze importanti in Europa. È stata una crescita straordinaria, costruita nel tempo e con grande programmazione. Credo che il merito sia soprattutto della società, che è riuscita a creare una mentalità e una struttura da grande club senza, però, perdere il legame con Bergamo e con la propria identità».

A Roma eri arrivato giovanissimo. Quanto è stata importante la società giallorossa nella tua formazione, non soltanto come calciatore, e cosa rappresenta ancora oggi per te?
«La Roma è stata fondamentale. Ci sono arrivato a 13 anni, quindi praticamente ho vissuto lì una parte importantissima della mia adolescenza e della mia formazione. Non mi ha formato soltanto come calciatore, ma anche come persona. Ho imparato cosa significa vivere lontano dalla propria famiglia, confrontarmi con una realtà nuova, assumermi delle responsabilità e inseguire un sogno. La Roma per me rimane qualcosa di speciale. È la società che mi ha dato la possibilità di crescere e di arrivare al calcio professionistico. Al di là delle squadre in cui ho giocato successivamente, quella rimarrà sempre una parte fondamentale della mia storia».

Cosa pensi dell'Atalanta di Sarri e dove credi possa arrivare?
«Sarri è un allenatore che ha una filosofia molto precisa e che cerca sempre di dare una propria identità alle squadre che allena. L'Atalanta ha una rosa importante e negli ultimi anni ha acquisito una mentalità da grande squadra. Credo che possa competere per le posizioni europee e, se riuscirà a trovare continuità, anche per qualcosa di più. In un campionato come quello italiano, però, sono tanti i fattori che possono incidere: infortuni, calendario, forma dei giocatori e soprattutto continuità».

E della Roma di Gasperini cosa ne pensi? Quest'anno può anche puntare allo scudetto?
«Gasperini ha dimostrato negli anni di saper costruire squadre competitive e di riuscire a valorizzare molto i giocatori. Conosce bene il campionato italiano e sa dare una precisa identità alle sue squadre. La Roma ha una piazza importante, una grande tifoseria e una rosa che può competere ad alto livello. Per parlare di scudetto, però, aspetterei di vedere la squadra nell'arco di tutta la stagione. Il campionato è molto lungo. Sicuramente la Roma deve avere l'ambizione di stare nelle prime posizioni e, se riuscirà a trovare continuità, può giocarsi le proprie possibilità fino alla fine».

In questo momento vedi la Roma più forte dell'Atalanta?
«Non farei una distinzione così netta. Sono due squadre forti, con caratteristiche diverse e con allenatori che hanno idee molto precise. La Roma, per qualità della rosa e per le ambizioni che ha, può sicuramente competere con l'Atalanta. Però l'Atalanta negli ultimi anni ha dimostrato una continuità straordinaria e non può essere sottovalutata. Se devo scegliere, direi che oggi la differenza la può fare soprattutto la continuità di rendimento. Non credo che una delle due sia nettamente superiore all'altra: sarà il campo a dire quale delle due arriverà più avanti».

Sabato si affrontano proprio Roma e Atalanta: che partita ti aspetti?
«Mi aspetto una partita molto interessante e anche molto equilibrata. Sono due squadre che hanno qualità e ambizioni importanti, quindi credo che sarà una partita molto combattuta. Per me sarà particolare guardarla, perché sono due società che hanno fatto parte della mia carriera, anche se in maniera molto diversa. La Roma è stata fondamentale nella mia formazione, mentre l'Atalanta rappresenta un'esperienza breve, ma comunque importante. Mi auguro soprattutto di vedere una bella partita e, naturalmente, che vinca il migliore».

Una sola presenza non è bastata a cancellare Bergamo dai ricordi di Choutos. Sabato, davanti a Roma-Atalanta, ritroverà due società che hanno occupato spazi e tempi molto diversi della sua carriera, ma che, entrambe, per ragioni differenti, continuano a far parte della sua storia.

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Sezione: Primo Piano / Data: Gio 03 settembre 2026 alle 01:18
Autore: Claudia Esposito
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