Ci sono attaccanti che vivono per la copertina patinata e altri che hanno costruito la propria leggenda sporcandosi le mani nel fango della provincia, segnando gol pesanti come macigni. Simone Tiribocchi, per tutti il "Tir", appartiene a questa seconda nobile categoria. A 47 anni, lontano dai riflettori della Serie A ma immerso nel "calcio vero" della Seconda Categoria dove allena il Città di Brugherio, l'ex centravanti riavvolge il nastro di una carriera fatta di 150 gol, tanta gavetta e qualche scheletro nell'armadio. Un viaggio sincero, tra le sue fragilità emotive e i ricordi di un'Atalanta guidata da un sergente di ferro.
IL RIMPIANTO, QUEL "NO" A MORATTI - Il capitolo più doloroso è una confessione di umanità disarmante. Gennaio 2006: l'Inter cerca una punta, Moratti stravede per lui, ma il telefono squilla a vuoto. O meglio, la risposta è negativa. «Fui uno stupido, lo ammetto», rivela Tiribocchi senza giri di parole in un lunga intervista a La Gazzetta dello Sport. «All’Inter serviva qualcuno per la Coppa Italia, tra infortuni e Coppa d’Africa. Ma ho avuto paura, l'ansia da esame mi bloccava. Moratti diceva ai presidenti avversari che ero forte, ma io mi sentivo un cinghialone silenzioso e timido. Rifiutai per insicurezza, e me ne sono pentito amaramente».
BERGAMO E I MARINES, L'ERA CONTE - Nel cuore dei tifosi atalantini, Tiribocchi ha lasciato un segno indelebile, così come Antonio Conte lo ha lasciato nei muscoli del Tir. Il racconto di quel periodo in nerazzurro è un inno alla fatica: «I suoi allenamenti erano degni dei Marines. Il preparatore Ventrone ci distruggeva letteralmente. Ricordo che una volta vomitai per lo sforzo. Ci chiedevano di lavorare oltre il 90% delle nostre possibilità per periodi prolungati». Una sofferenza che però dava frutti: «Purtroppo fu esonerato presto, ma fisicamente in quel periodo volavamo». E c'è spazio anche per un aneddoto su Galliani: «Dopo un Milan-Atalanta, il magazziniere mi disse che il "Condor" voleva la mia maglia. Non ci credevo, eppure anni dopo me lo confermò a Monza».
BRACCIO DI FERRO CON SPALLETTI – Prima della gloria, la gavetta. Ad Ancona, il Tir incrocia un giovane Luciano Spalletti. Il rapporto è schietto, fisico, quasi da film. «Arrivai a gennaio e lo feci subito arrabbiare per colpa di una serata in discoteca», ricorda l'ex punta. Ma la sfida vera era in albergo: «La sera ti sfidava a braccio di ferro. Io non sono esattamente un piccoletto, eppure lui mi sfondò il braccio. Ebbi dolore al polso per giorni. Era già un predestinato».
UN CALCIO MALATO – Oggi Tiribocchi guarda il mondo del pallone con gli occhi di un padre preoccupato. Sette anni fa scrisse una lettera al figlio mettendolo in guardia, e oggi la sottoscriverebbe col sangue. «Non è cambiato nulla, anzi. Nel calcio giovanile vedo ancora agenti che portano soldi per far giocare i propri assistiti e allenatori che pagano per sedersi in panchina. Mio figlio gioca nei dilettanti e si diverte, ma quando perde mette il muso. In quello è uguale a suo padre».
L'ADDIO E LA PELLE DEL POPOLO – La chiusura è amara, dedicata a Giovanni Lopez che a Vicenza lo definì "mela marcia" spingendolo al ritiro, ma il bilancio complessivo è quello di un uomo che si sente "calciatore del popolo". «Forse valevo qualcosa in più, forse ho pagato il mio carattere brontolone come diceva Sartori, ma la gente mi ferma ancora per dirmi che avrei meritato la Nazionale. Sono partito dalla strada, portando lettini in spiaggia a Fiumicino. Se non avessi fatto gol, avrei fatto il benzinaio. Amavo quell'odore».
Un profumo di benzina e gol che il popolo atalantino non ha mai dimenticato.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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