Tre anime in un solo uomo: giornalista, imprenditore televisivo e presidente di calcio. Michele Criscitiello è tutto questo, e lo è in modo dichiaratamente rumoroso. Seduto nel cuore dello Sportitalia Village — il polo sportivo che ha costruito tra Carate Brianza e Verano Brianza abbattendo letteralmente il muro che divideva stadio e centro sportivo — il patron della Folgore Caratese e proprietario di Sportitalia racconta a Calcio e Finanza la stagione della sua vita. La promozione in Serie C della Folgore, raggiunta con due giornate di anticipo il 20 aprile scorso, porta con sé un peso emotivo che va ben oltre il calcio. «Domani ti porto la maglia e la classifica al cimitero» disse a fine partita tra le lacrime, ricordando il padre Sandro — morto per arresto cardiaco il giorno dopo che il figlio lo aveva nominato presidente del club in un ristorante milanese. Una promessa mantenuta nel modo più doloroso possibile.
LE RADICI: DA BOGARELLI A SPORTITALIA - La storia di Criscitiello parte da Avellino e passa per una gavetta televisiva costruita partendo dal basso. «Chi mi ha cambiato la vita è stato Bruno Bogarelli: è stato il mio padre televisivo, un genio della tv sportiva. Portò lo sport a Mediaset, trasformò Dan Peterson da allenatore a personaggio televisivo. Era davvero un maestro». Poi il momento di rottura: nel 2013 Sportitalia crolla e Criscitiello perde il lavoro. Il rilancio arriva nel 2014, quando il gruppo Ben Ammar riattiva il marchio quasi per tenerlo in vita su un canale secondario. «Se avessi fatto poco, sarebbe andato bene comunque. Invece abbiamo iniziato a seminare: il primo anno pareggio, il secondo utile». Fino all'accordo per diventare socio al 50%, e poi al 100%, costruendo in parallelo il business di Sportitalia Bet, accordo siglato nel 2023 con Cirsa, il gruppo spagnolo controllato da Blackstone — come ricostruisce nel dettaglio Calcio e Finanza.
IL MODELLO FOLGORE: AL CONTRARIO DI TUTTI - Il salto in Serie C è stato fatto senza scorciatoie. «La nostra soddisfazione più grande è che non ci arriviamo avendo investito soltanto sulla squadra: abbiamo fatto il percorso al contrario. Il calcio italiano ha sbagliato a strapagare i calciatori e a far uscire soldi dal sistema, senza investire davvero negli impianti». Spogliatoi, palestra, chef per la prima squadra, zona massaggi: strutture che molte società di Serie B non hanno. E un ingresso libero che ha trasformato il botteghino in un mercato: «Non perché faccia beneficenza, ma se chiedi 10 euro arrivano 200 persone, se l'ingresso è libero ne arrivano mille. E quelle mille persone consumano». Un modello che cita il Paris FC come riferimento, ma che adatta alla realtà brianzola con intelligenza. L'allenatore Nicola Belmonte ha guidato la squadra a chiudere il Girone B di Serie D con oltre quindici punti di vantaggio sul Chievo, seconda classificata.
LE SECONDE SQUADRE, IL CASO ATALANTA - Il punto più esplosivo riguarda le seconde squadre delle grandi, un tema su cui Criscitiello non ha mai usato mezze misure. «Le seconde squadre di Milan, Inter, Juventus e Atalanta non hanno nemmeno le strutture adeguate: vanno a giocare a Caravaggio, Solbiate Arno, Vercelli, Alessandria. In otto anni non hanno portato nulla di concreto al calcio italiano». Una bordata diretta anche contro l'Atalanta U23, già nel mirino di Criscitiello da anni: «La Serie C è delle piccole province, non la cantina delle squadre di Serie A». La Folgore, quest'anno nello stesso girone del Milan Futuro, ha chiuso con un distacco abissale. «La Folgore Caratese sarà la prima vera Under 23 in Serie C: una squadra costruita interamente su giovani, con il primo anno in cui prenderò ancora qualche elemento d'esperienza, poi anno dopo anno scenderò fino ad avere una rosa autenticamente Under 23».
LA CRISI DELLA SERIE C E LE RIFORME - Criscitiello entra tra i professionisti con preoccupazione lucida: «In Serie C sessanta squadre su sessanta chiudono in perdita. Se hai 60 imprenditori bravi nei rispettivi settori e nessuno chiude il bilancio in attivo, il problema è strutturale». La proposta è drastica: tagliare a due gironi da venti squadre ciascuno, sfruttando i fallimenti naturali come occasione di riduzione progressiva. Sul futuro della FIGC, il nome che indica è quello di Giovanni Malagò: «Può fare bene al sistema, ma deve avere il coraggio dell'anno zero. Se entra e non cambia nulla sarò il primo critico. Le riforme non portano risultati nei primi due anni, ma nel quinto o sesto sì».
IL LIBRO NERO E BERLUSCONI - A chiudere il cerchio, una novità editoriale: il 30 giugno arriverà in libreria Il libro nero del calcio italiano, edito da Mondadori. «È un libro d'inchiesta, ma con una doppia veste: quella del giornalista, dell'imprenditore e del presidente di calcio. Non è solo critica: si chiude anche con proposte, perché è troppo facile dire "tu sei scarso" e basta». Il modello di riferimento rimane Silvio Berlusconi, ma solo in chiave imprenditoriale: «Come imprenditore della televisione e del calcio è un riferimento. Ha fatto televisione, ha fatto calcio, ha costruito un modello. La politica invece mi fa schifo e non la farei mai». Un'ironia della storia che il patron di Sportitalia conosce bene: anche Berlusconi costruì un impero televisivo prima di comprare il Milan. Il copione, a modo suo, si ripete.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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