Il telefono non squilla, ma l'ego non si è sgonfiato. C'è una sorta di ostinata resistenza nel modo in cui Mario Balotelli affronta l'inesorabile scorrere del tempo. A 35 anni, con una carriera che somiglia più a un giro sulle montagne russe che a un percorso da professionista, l'ex numero 45 non si rassegna all'idea di essere diventato un ex per il calcio che conta. Lancia messaggi, si propone, critica il livello attuale della Serie A, convinto di poter ancora spiegare calcio. Ma tra la percezione di sé e la cruda realtà del campo, il fossato è diventato un oceano.
L'APPELLO – IO NON MI ARRENDO - Le parole di Balotelli suonano come un misto di orgoglio ferito e speranza irriducibile. «Aspetto sempre una chiamata dalla Serie A, per il momento non ci sono, ascolterò club esteri se non ci sarà la possibilità di stare in Italia» ha dichiarato, mettendo subito in chiaro le gerarchie. Per Mario, il ritiro è un'ipotesi lontana, una decisione che spetta solo a lui e non agli eventi: «Mi fermerò solo quando deciderò io». La sua analisi del calcio contemporaneo è spietata, quasi a voler giustificare la sua utilità tecnica: «Il calcio ora è diverso: è più fisico e con meno qualità rispetto a prima, io sento di poter ancora performare. Sicuramente».
IL REALISMO – I NUMERI NON MENTONO - Tuttavia, bisogna avere il coraggio di guardare in faccia la realtà, per quanto amara. Quante possibilità ci sono di rivederlo protagonista in Italia? Poche, pochissime, tendenti allo zero. Il credito di Balotelli sembra essersi esaurito da tempo. L'ultima stagione "vera" e completa risale all'anno di grazia 2019 a Marsiglia (8 gol in 15 gare). Da lì in poi, la parabola è stata discendente e dolorosa. Il ritorno romantico al Brescia, sei anni fa, si è chiuso con 5 gol e una retrocessione senza appello. Nemmeno l'aria di casa a Monza, in B, con i mentori Galliani e Berlusconi, è bastata per trascinare la squadra in alto.
IL CALVARIO – DA SION AL FANTASMA DI GENOVA - Il girovagare degli ultimi anni racconta di un giocatore che vive di fiammate sempre più rare. Bene la prima parentesi turca all'Adana, disastrosa quella svizzera al Sion (retrocessione e polemiche), anonimo il ritorno in Turchia. Ma è il dato più recente a pesare come un macigno su qualsiasi velleità di ritorno: l'esperienza al Genoa della scorsa stagione. Chiamato per dare una mano, Balotelli ha collezionato la miseria di 6 presenze e zero gol. A parte qualche calcio piazzato che ha ricordato al mondo la sua classe balistica, il campo ha detto che il ritmo della Serie A non gli appartiene più.
Pensare che un direttore sportivo oggi possa affidare le chiavi dell'attacco a un trentacinquenne che non gioca una stagione intera in A dai tempi del Brescia è un esercizio di pura fantasia. La "qualità" che Balotelli rivendica c'è ancora, nei piedi, ma il calcio moderno richiede una continuità atletica e mentale che Super Mario ha smarrito per strada. L'autocandidatura è legittima, ma il rischio è che il telefono continui a restare muto. E che l'unica scelta rimasta sia quella di accettare che il sipario, forse, è già calato.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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