C’erano ancora le gradinate in legno e il tifo si faceva con l’ombrello e il cappotto, quando Roberto Caprini mise piede per la prima volta allo stadio di Bergamo. Era il 1969. L’Atalanta era la squadra della sua città, ma da quel giorno sarebbe diventata molto di più. Sessantotto anni, bergamasco, tra i pionieri dei Commandos, primo gruppo ultras nerazzurro, Roberto è uno di quei tifosi per cui l’Atalanta non è solo passione calcistica, ma fede. Un tifo nato tra le vecchie gradinate in legno, cresciuto con striscioni cuciti a mano e tamburi battuti col cuore. In quest’intervista esclusiva a TuttoAtalanta.com racconta trasferte leggendarie, ideali mai dimenticati e una dedizione che va ben oltre il risultato sul campo.
Roberto, quando è nata la sua passione per l’Atalanta?
«Nel 1969. Avevo 13 anni quando sono andato per curiosità allo stadio - confida, in esclusiva, ai microfoni di TuttoAtalanta.com -. L’Atalanta era la squadra della mia città. C’erano ancora le gradinate in legno. Stavo lì e da allora non ho più smesso».
Nel dicembre 1971 nascono i Commandos, primo gruppo ultras organizzato. Lei ne fu uno dei primi membri. Com’è nato e quali erano i valori fondanti?
«Siamo stati i primi a portare bandiere, striscioni e tamburi. Il mio primo striscione lo feci con un plaid nero e blu a cui cucii un lenzuolo con la scritta “Forza Atalanta”. Volevamo sostenere la squadra organizzandoci in gruppo. Prima si andava con ombrello, cappotto e cappello. Noi eravamo adolescenti, fu un’occasione di aggregazione. All’inizio eravamo in Curva Sud. Andavamo anche in trasferta: ricordo ad Avellino, eravamo in tre ma esponemmo lo striscione».
Come reagì la Curva a queste novità?
«Più che positiva. Non si vedeva l’ora che arrivasse qualcosa di più movimentato».
Perché poi il gruppo si sciolse?
«Si formarono altri gruppi. Uno dei nostri principi era il rifiuto della violenza. Noi le abbiamo sempre prese, ma le generazioni cambiano. Nel tifo, soprattutto nelle grandi piazze, entrarono frange violente. Noi eravamo solo un gruppo di ragazzi genuini, con la passione per la maglia».
Cosa resta oggi di quell’esperienza?
«Il valore dell’aggregazione, lo stare insieme e stare bene».
Fa ancora parte di gruppi organizzati?
«No, ora vado allo stadio da solo e incontro gli amici. Lo stesso per le trasferte, mi appoggio all’associazione tifosi atalantini».
Alla luce dell’inchiesta “Doppia Curva” su Milan e Inter: è ancora possibile un tifo pulito?
«Volendo sì. Ma preciso: la nostra tifoseria, pur con errori, non è mai stata coinvolta in logiche criminali. Anzi, a volte ha pagato troppo. Penso al “Bocia”: è ingiusto che non possa ancora tornare allo stadio. È stato preso come capro espiatorio».
Segue l’Atalanta in tutte le trasferte europee. Quale le è rimasta più nel cuore, esclusa la finale di Europa League?
«Le ho fatte tutte, tranne Dublino perché ero ricoverato. In generale le ultime, per il crescendo di emozioni, ma più di tutte Marsiglia l’anno scorso: stadio e pubblico eccezionali, un’atmosfera unica. Tutto lo stadio a cantare, da pelle d’oca. Ci tornerò sicuramente».
Ha vissuto sia la semifinale col Malines che la finale di Europa League. Qual è stata più emozionante?
«La finale di Europa League, perché abbiamo coronato il sogno di vincere un titolo europeo».
All’estero è cambiata la percezione dell’Atalanta?
«Tantissimo. Oggi dici Atalanta e rispondono Bergamo. E viceversa. Una soddisfazione enorme».
Nella nostra chiacchierata mi disse: “non serve aspettare il risultato col Torino, per me non cambia nulla”. Cosa intendeva?
«Oltre il risultato. I tre punti fanno piacere, ma non sono la cosa più importante. Il vero tifoso ama l’Atalanta sempre: prima, ultima, in A, in B o in C. Si resta accanto alla squadra e, oggi, anche all’allenatore».
Quindi sta dalla parte di Juric?
«Sto dalla parte dell’Atalanta e l’Atalanta ha scelto Juric. Anche Gasperini faticò all’inizio. Juric non è Gasp – che resta unico – ma va lasciato lavorare».
Era a Parigi mercoledì scorso. Che idea si è fatto?
«Quello che un tifoso vuole vedere è la maglia sudata. In quei 90 minuti alcuni giocatori, lo sappiamo tutti, non hanno dimostrato mentalità da Atalanta».
Che impressione le ha fatto la squadra finora?
«I giocatori ci sono e la società è presente. Io credo molto in Antonio Percassi».
Sul caso Lookman da che parte sta?
«È di proprietà dell’Atalanta e la società ha deciso che può tornare. Si sono perdonate tante cose: se mette la testa a posto e dimostra attaccamento, per me può essere utile».
Chi deve prendersi la squadra sulle spalle?
«Le vecchie guardie: De Roon, Pasalic, Djimsiti. Non capisco perché Zappacosta sia stato messo in un angolo. E anche Samardzic ha potenzialità enormi non ancora espresse».
Juventus–Atalanta: ne ha viste tante…
«Ed è quasi sempre andata male. Ma negli ultimi anni ce la siamo giocata alla pari e stavolta sono convinto che la portiamo a casa. È una mia sensazione».
La sua auto è davvero un omaggio alla Curva?
«Sì. Avevo in garage una vecchia ambulanza degli anni ’80 e l’ho trasformata in auto atalantina durante il Covid, quando anch’io mi ammalai. È un modo per ricordare Giorgio Pandolfi e tutti i ragazzi della Curva che ci hanno lasciato troppo presto».
Dalle gradinate in legno agli spalti d’Europa, Roberto Caprini ha vissuto l’evoluzione dell’Atalanta e del suo tifo organizzato con lo stesso spirito: genuino, leale, viscerale. Non servono trofei per spiegare l’amore per una maglia, ma quando arrivano – come nella storica notte di Dublino – diventano simbolo di un percorso vissuto con coerenza e passione. Se oggi l’Atalanta è conosciuta e rispettata in Europa, lo deve anche a tifosi come lui, capaci di incarnarne i valori dentro e fuori dallo stadio. Perché, come dice Roberto, «il vero tifoso ama sempre, in A come in C, che si vinca o si perda».
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