Romana, cresciuta in una casa romanista con un padre da Curva Sud, ma tifosa nerazzurra per scelta. Non per tradizione, non per eredità, ma per un colpo di fulmine nato quasi per caso quattro anni fa e diventato qualcosa che è rimasto dentro. La storia di Tiziana Cecconi è una storia fuori dagli schemi, che in questi giorni s’intreccia ancora con la sua città: prima la sfida ai giallorossi, poi quella alla Lazio in Coppa Italia. Una settimana particolare, vissuta nella Capitale, sul lavoro e nella quotidianità, con il calcio che entra ovunque e la mette continuamente davanti alla sua scelta.
LA PASSIONE NERAZZURRA E LE ORIGINI
Tiziana, come nasce il legame con Bergamo e con la squadra?
«Ho conosciuto Bergamo anni fa e mi è piaciuta subito – come riferisce in esclusiva ai microfoni di TuttoAtalanta.com –. Ho iniziato ad andarci sempre più spesso, a conoscere gente, a viverla. E da lì è arrivata anche la passione per la squadra. Prima non m’interessavo proprio di calcio. Poi andando allo stadio a Bergamo ne sono diventata appassionata».
Quindi è stato un avvicinamento casuale alla città?
«Sì, ci sono venuta una prima volta in vacanza, poi sono tornata più volte e ognuna mi piaceva sempre di più. È una città che sento mia».
Chi ti ha portato allo stadio la prima volta?
«Ci sono andata da sola. Vedevo tutta questa passione e ne sono rimasta coinvolta. Ho provato ed è scattato l’amore».
Adesso sei una tifosa appassionata?
«Sì, ormai sì. Sono tre o quattro anni che seguo la squadra e devo dire che porto anche bene, visto che sono state stagioni importanti».
Riesci a seguirla sempre?
«Appena posso salgo. Lavoro a Roma e faccio avanti e indietro praticamente ogni settimana. Dico sempre che mi dovrei sposare il signor Italo, perché ormai sono sempre sui treni. Cerco di organizzarmi per riuscire a salire nelle partite di campionato. In quelle di Champions è più complicato perché in settimana lavoro. Non ho mai fatto nemmeno trasferte europee, anche per una questione economica. Del resto, per me ogni volta che vengo a Bergamo è già una trasferta».
LA SFIDA ALLA ROMA E L'EFFETTO OLIMPICO
Sabato eri allo stadio?
«Sì, sono riuscita a incastrare la partita con il turno di lavoro. Ero nel settore ospiti. Eravamo in circa 120 tifosi nerazzurri».
Che atmosfera hai trovato?
«È stata un’atmosfera particolare. Sono romana e mio padre è romanista sfegatato, uno della Curva Sud, e quindi vivo la partita con i giallorossi in modo diverso rispetto alle altre».
Papà non ha provato a convincerti a tifare per la sua squadra?
«No, non più di tanto. Mia sorella è romanista, ma io non ero proprio interessata al calcio, quindi non è che ci fosse molto da convincere».
E quando è emersa la tua passione come l’ha presa?
«Un po’ male, anche per via di preconcetti. Io sono cresciuta con l’idea che i tifosi bergamaschi fossero il peggio, quelli cattivi. Quindi quando è venuta fuori questa mia passione, lui ha opposto un po’ di resistenza. Oggi è diverso, ma prima mi diceva “ma davvero stai con quelli?”».
Ci sono altri motivi per cui quella di sabato è stata una partita particolare?
«Al contrario che con la Lazio, non avevo praticamente mai visto la Roma allo stadio. Invece sabato sera ci sono andata con mia figlia Sara. È tutto un altro clima. È un’atmosfera molto immersiva, soprattutto quando parte l’inno. L’impatto è fortissimo. Sono 70.000 persone che cantano tutte insieme, comprese le tribune. Il tifo lo percepisci tutto, mentre noi nel settore ospiti eravamo pochissimi. Abbiamo fatto quello che potevamo».
La partita ti è piaciuta?
«Il primo tempo ci ha tenuto un po’ in tensione. Il secondo, invece, soprattutto nell’ultimo quarto d’ora, siamo calati tanto, ma anche i padroni di casa non hanno fatto di più. Siamo usciti dallo stadio con la sensazione di aver giocato una partita che non è servita a nulla. Il pareggio non serve né a noi né a loro. I romanisti erano delusi e noi pure. I giallorossi sono sopra in classifica, ma dovevano vincere per non perdere punti di distanza dalla zona Champions. Così rischiano di non andarci».
LA STAGIONE, GASPERINI E LA RIVALITÀ CITTADINA
E noi di non andare nemmeno in Europa League?
«Adesso pensiamo a mercoledì. Un anno senza Europa si può accettare. Anche nella vita si scende per risalire. Possiamo anche stare un anno senza Europa, per ricaricarci e ripartire meglio l’anno prossimo, anche perché abbiamo pagato tantissimo l’inizio di stagione. Abbiamo corso un rischio. È stato un avvio faticoso e abbiamo dovuto rincorrere. È stato fatto tanto per recuperare, ma non abbiamo potuto primeggiare fin da subito. È arrivato un allenatore nuovo e serve tempo. Era stato così anche con Gasperini».
A proposito: della recente vicenda che ha travolto l’ex mister nerazzurro cosa ne pensi?
«Io ho sempre avuto una posizione chiara. A me è rimasto nel cuore. Non sono tra quelli che hanno chiuso con lui quando ha lasciato la squadra. Io continuo a riconoscergli tutto quello che ha fatto e mi è dispiaciuto tantissimo che se ne sia andato. È come una storia d’amore che finisce: due persone che si amano tanto e a un certo punto si separano perché i problemi diventano insormontabili. Uno lascia l’altro e ci si ricostruisce una vita, magari con un’altra persona. E anche se restano i sentimenti, non è che puoi tornare indietro così facilmente, perché le ferite restano aperte».
Affrontare giallorossi e biancocelesti: sono due partite che si vivono in modo diverso?
«Sì, completamente diverso. È proprio il clima che cambia. Con la Roma c’è un sostegno continuo alla squadra, tutto il tempo, senza mai fermarsi. È una cosa che si percepisce tantissimo. Con la Lazio è un’altra cosa. Purtroppo la semifinale di andata di Coppa Italia si era giocata con lo stadio vuoto e lì l’atmosfera era surreale, peggio del periodo Covid, ma anche nella partita di campionato con i biancocelesti l’atmosfera era diversa».
Questa differenza si riflette, a livello di tifo, anche nella città?
«Roma vive il calcio in maniera molto forte attorno allo stadio, con due realtà diverse: Roma Nord e Roma Sud. Nella parte Sud si concentrano tutti i romanisti. In quella Nord, Ponte Milvio, romanisti e laziali si equivalgono. La spaccatura si vede proprio anche nel tifo e negli abitanti. È come se fossero due città diverse. Una divisione netta che si vede anche all’interno dell’Olimpico, con una Curva Nord laziale e una Curva Sud romanista. È un’unica struttura, ma sembrano due mondi separati».
È vero che a Roma si parla sempre di calcio?
«Sempre. Ovunque vai - taxi, bar, lavoro - si parla solo di calcio. Non puoi evitarlo».
E tu parli della squadra bergamasca?
«Sì, ormai sono etichettata. Tutti sanno la squadra che tifo, anche al lavoro. Settimana scorsa erano i laziali a chiedermi di fargli un favore nel battere i rivali. Ora sono i romanisti che mi sostengono, chiedendoci di “farli neri”. Con tutte le dita incrociate del caso, ho avvisato che se vinciamo noi, porto lo striscione nerazzurro al lavoro».
LA COPPA ITALIA E I LUOGHI DEL CUORE
I colleghi laziali cosa dicono?
«Hanno iniziato a mettere le mani avanti dicendo che gliene faremo dieci. Ma io non mi fido di questi. Sono pericolosi. Sono come la Juve. Sono molto fortunati. Quando meno te l’aspetti, fanno il colpaccio, come nell’ultima partita con il Napoli. Sono in ansia da un mese. Partiamo da un pareggio e siamo favoriti perché giochiamo a Bergamo, perché stiamo giocando meglio e perché in campionato abbiamo una classifica migliore. Tutte cose che, invece di tranquillizzarmi, mi mettono maggiore pressione».
Però domani sera ci sarai?
«Assolutamente. Ho scelto la mia settimana di pausa invernale dal lavoro proprio in funzione di questa partita».
Ricordi la prima partita che hai visto a Bergamo?
«Sì, Atalanta-Fiorentina, nell’ottobre 2022. Ero in Curva Sud e poi ho iniziato ad andare in Nord».
Oltre alla passione sportiva, questa scelta ti ha dato altro?
«Mi ha dato la possibilità di stringere amicizie importanti. Costruire rapporti. Adesso sono nel gruppetto dei dissidenti. Siamo tutti amici. E poi ci sono Adriano, Claudio, Cinzia, che adoro, Daniele, Luciana, Leo, Barbara, Giulio, Silvia. Quando posso partecipo anche alle iniziative dei tifosi, alle feste, proprio per conoscere persone e stare insieme. È una cosa bella».
Hai anche un posto del cuore a Bergamo, oltre allo stadio?
«Mi piace tantissimo camminare sulle Mura Venete. Il mio posto preferito è la zona panoramica, prima dell’ultimo curvone per arrivare in Città Alta. Da lì si vede tutta la città. È davvero un posto speciale. In generale, però, mi piace passeggiare per la città e, appena posso, sui colli».
C’è una partita a cui sei più legata?
«Non una in particolare. Sono tante, tutte diverse e con emozioni differenti. Spero possa diventarla quella di domani. Sarebbe davvero un sogno vincere la Coppa Italia».
Ma se passiamo il turno, come torni al lavoro dal tuo capo laziale?
«Tanto questa settimana sono in ferie. È stata una scelta strategica (ride, ndr) per evitare commenti e discussioni sia post Roma che post Lazio. Quando rientrerò lunedì prossimo euforia e delusioni per entrambe le partite saranno smaltite».
È in settimane come questa che si capisce cosa significhi davvero scegliere una squadra. A Roma il calcio è ovunque, entra nei discorsi, nel lavoro, nelle relazioni, e ti mette continuamente davanti a quello che sei. Tiziana Cecconi, romana e figlia di un romanista, non ha ereditato il suo tifo: lo ha scelto. E continua a farlo, partita dopo partita, anche quando tutto intorno parla un’altra lingua.
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