Ci sono carriere che non fanno rumore e raccontano più di quelle che ne fanno. Fabio Castellano, centrocampista nato a Milano nel 1998, ha appena rinnovato il contratto con la Folgore Caratese fino al giugno 2027: sarà ancora lui a portare la fascia da capitano nel primo campionato di Serie C della storia del club brianzolo, centrato il 19 aprile scorso con due giornate d'anticipo. Una notizia di quelle che passano in breve, come si dice nei quotidiani. Eppure c'è un dettaglio biografico che per il lettore di questa testata ha il peso di una pietra: Castellano è un prodotto puro del settore giovanile dell'Atalanta. Arrivò a Bergamo a sei anni, percorse tutta la trafila — dai Pulcini alla Primavera — e nel 2014 rifiutò le avances di Manchester United, Chelsea, Inter e Milan per restare a Zingonia. «Un vivaio solido e attrezzato», lo definì lui stesso all'epoca, con quella chiarezza di visione che di solito arriva molto più tardi.
La storia di Castellano è la storia di un ragazzo che il calcio professionistico l'ha assaggiato — Pro Vercelli, Ascoli, Juve Stabia, Alessandria, Padova — senza mai riuscire a stabilizzarsi ai livelli che quel talento precoce sembrava promettere. Poi la curva discendente delle categorie, il passaggio dal professionismo alla Serie D, e infine la Folgore Caratese, dove ha trovato non soltanto un posto in squadra ma un ruolo: quello del capitano, del punto di riferimento tecnico e caratteriale, dell'uomo che tiene insieme il gruppo nelle partite sporche. Il CIES ha certificato l'Atalanta come 14ª al mondo per incassi da cessioni di calciatori del vivaio, oltre 280 milioni in dieci anni: numeri roboanti. Non parlano di Castellano. Eppure anche lui è figlio di quel sistema.
Ed è qui che la storia smette di essere aneddotica e diventa strutturale. Perché il vivaio di Zingonia non è una fabbrica di campioni nel senso stretto del termine: è una fabbrica di calciatori formati, di uomini capaci di leggere il gioco e di gestire la pressione, di professionisti con una bussola interna che resiste anche quando la carriera prende pieghe impreviste. Luca Percassi lo ha detto con nitidezza: «Il settore giovanile non è fatto per vincere i titoli per come lo intendiamo noi». Prima uomini, poi calciatori: è lo slogan di Roberto Samaden, responsabile del vivaio, che ritorna come un mantra nei discorsi pubblici del club. Castellano capitano in Serie C, a ventotto anni, con la fascia al braccio in un club che torna tra i professionisti dopo 78 anni di assenza, è la dimostrazione silenziosa che quella filosofia produce effetti anche dove i riflettori non arrivano.
Non c'è nulla di romantico in questa lettura, o almeno non soltanto. C'è qualcosa di più preciso: la conferma che i valori trasmessi in un settore giovanile non si misurano soltanto sulle cessioni milionarie o sui titoli vinti dalla Primavera — che pure quest'anno ha raggiunto vincendo la finale di Coppa Italia — ma anche sui percorsi che si dispiegano lentamente, nelle categorie minori, nelle piazze di provincia, nei club che fanno promozioni storiche senza fare notizia nazionale. Il settore giovanile dell'Atalanta forma ogni anno decine di ragazzi che non diventeranno mai Palestra né Carnesecchi. Alcuni, come Castellano, troveranno la loro dimensione altrove e ci arriveranno portando con sé qualcosa di riconoscibile: un modo di stare in campo, una leadership costruita su basi solide, la capacità di essere punto di riferimento come lo è lui ora per l'ambizione del club del patron Michele Criscitiello.
Zingonia non dimentica mai i suoi figli. E qualche volta, i suoi figli lo ricordano a modo loro.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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