C'è chi il tempo lo misura in anni, e chi lo misura in derby. Delio Rossi appartiene alla seconda categoria. Seduto sul bordo dell'Acqua Paola — «Il Fontanone» per chi lo ama, e a Roma sono in tanti — il tecnico riminese si sistema la giacca, guarda l'acqua cristallina e sorride: «Sono vent'anni che non vengo qui». Eppure tutto sembra immutato, compreso il posto speciale che occupa nel cuore dei tifosi laziali. Un allenatore vecchio stampo, uno di quelli che non fanno calcoli prima di parlare e non si nascondono dietro le parole, come racconta in questa lunga conversazione raccolta — e riportata — da La Gazzetta dello Sport.
IL FONTANONE E SUOR PAOLA - L'episodio che i laziali non dimenticheranno mai risale al 10 dicembre 2006. Una promessa fatta a Suor Paola — istituzione di fede calcistica e laziale — un tuffo pubblico come pegno di parola. «Ogni giovedì sera andavamo tutti a cena da lei» racconta Rossi «Fu lì che mi disse del suo voto: "Se domenica vincete il derby mi tuffo in una fontana". Le ho risposto che se lo avesse fatto lei, lo avrei fatto anche io». La Lazio vinse quella notte 3-0. Poi arrivò la telefonata a Maurizio Manzini, team manager del club, con Suor Paola che attendeva l'allenatore al Fontanone del Gianicolo. «Una promessa fatta a un'ecclesiastica è una promessa fatta a Dio — ci disse». Rossi prese il costume e andò in città. «No! Non c'era Suor Paola! Lei questi scherzi li faceva. Però io mi sono tuffato lo stesso. Era una promessa privata, ma a quanto pare fu lei a dire a tutti i giornalisti che avevamo fatto questo patto: già dopo il derby in sala stampa non mi chiese ro altro».
LA NOTTE DI BEHRAMI - Se il 3-0 del 2006 fu il derby della promessa, il 19 marzo 2008 fu il derby dell'anima. Lazio-Roma 3-2, con la Roma che lottava per lo scudetto e la Lazio che in classifica stava quasi per salvarsi. Un abisso di forze, una partita che sembrava già scritta, e invece. «Eravamo sotto 1-0 e vincemmo 3-2 allo scadere con un gol di Valon Behrami. A differenza di adesso eravamo sempre molto sfavoriti, perché giocavamo quasi per salvarci, la Roma giocava sempre per vincere lo Scudetto. Quella volta invece loro non arrivavano neanche a metà campo. Forse non è stato il derby giocato meglio, ma sicuramente quello che io ho vissuto con più emozioni». Behrami insaccò al 92', in pieno recupero, scatenando il pandemonio allo Stadio Olimpico — e la corsa folle di Rossi sotto la Curva Nord è rimasta nella storia biancoceleste. «Credo che anche per un tifoso sia il massimo partire da sfavorito, andare in svantaggio e poi ribaltare la partita così».
L'ANEDDOTO CON DI CANIO - Tra i ricordi di quegli anni emerge anche uno spaccato di spogliatoio, con protagonista un personaggio indimenticabile come Paolo Di Canio. «Lui era sempre il primo quando facevamo gli esercizi in allenamento. Un giorno facemmo un esercizio con dei paletti, un circuito. Paolo si avvicina e mi dice: "Mister, io questo esercizio non lo faccio". Ho risposto: "Ma che sei matto? Dietro c'è tutta la fila, perché non vuoi farlo?". Mi ha risposto: "Se lei non cambia i colori degli ostacoli, io non lo faccio"». Rossi ride ancora, raccontandolo. Aveva posizionato i coni in sequenza giallo-rosso. Colori giallorossi. «Vuol dire essere laziali fino al midollo».
I RIMPIANTI: BURDISSO E LJAJIĆ - Non tutto nella carriera di Delio Rossi ha brillato alla stessa intensità. L'annus horribilis alla Sampdoria, con l'episodio del dito medio al difensore Nicolás Burdisso durante un Inter-Sampdoria, è ancora lì a testimoniare il limite sottile tra autenticità e imprudenza. «C'è un po' di rammarico per il mio secondo anno alla Sampdoria» ammette. Ma il caso che ha segnato di più la percezione pubblica del suo personaggio rimane lo schiaffo ad Adem Ljajić alla Fiorentina, 2 maggio 2012. «Le dico questo proverbio: per dare un giudizio su una persona devi camminare, due giorni, due notti, con i suoi stessi mocassini. In quell'episodio si sono verificate una serie di condizioni sfavorevoli. Ho avuto la sfortuna di scivolare in quel momento perché avevo le scarpe da tennis e lui l'ha presa come un'aggressione. Un altro più democristiano avrebbe aspettato la fine del primo tempo. Ma io non sono così: io quando sento di dover agire, agisco. Ho poi chiesto scusa al ragazzo. Tuttavia, credo che da quel momento la mia carriera sia cambiata».
IL FOGGIA E LA VOGLIA DI TORNARE - Uno come Delio Rossi non può stare lontano dai campi. L'ultima esperienza in panchina, quella al Foggia nel 2025 — club dove da ragazzo aveva giocato dal 1981 al 1987 e a cui si sente legato come a pochi altri — è nata proprio da questo senso di riconoscenza. «L'ho fatta perché penso che quando hai avuto qualcosa da un territorio e quella piazza ti chiama, indipendentemente dalla categoria tu devi essere presente». Ma il futuro non è chiuso: «Se qualcuno ora dovesse interessarsi alla mia figura mi renderei disponibile, perché no». La sua stima per l'Atalanta è ben nota: in carriera ha guidato anche la Dea, e non ha mai smesso di seguirla con rispetto e affetto.
Delio Rossi è fatto così: uomo di pancia, uomo di cuore, mai una risposta scontata e mai un silenzio di convenienza. Sulla riva del Fontanone, con l'acqua che scorre uguale a vent'anni fa, è ancora lui: «Non mi posso riciclare. Non so neanche cambiare una lampadina. Sarò sempre un allenatore di calcio». E chi lo conosce sa che non è un'affermazione, è una promessa — come quella fatta al Fontanone.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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