C'è un filo musicale che attraversa la storia del tifo rossoblù — Lucio Dalla, Gianni Morandi, Luca Carboni, Andrea Mingardi — e che arriva fino a Cesare Cremonini, il quale quella passione l'ha convertita in canzoni e in ricordi che non si consumano. Il cantautore ha ripercorso il suo Bologna partendo da dove tutto è cominciato: un terrazzo.

IL PRIMO RICORDO - «Il terrazzo di mio zio», racconta l'artista, spiegando come da quell'appartamento nei palazzi accanto allo stadio, all'epoca meno alto di oggi, si riuscisse a seguire la partita e a farsi travolgere dal boato a ogni rete. Il debutto sugli spalti arriva invece nel 1988, a otto anni: 3-0 per i suoi, con doppietta di Marronaro, capocannoniere di quel campionato e artefice, insieme a Maifredi, della promozione in Serie A.

UNA DIMENSIONE EPICA - Nella sua lettura il pallone non è mai stato soltanto uno sport, ma qualcosa capace di segnare le esistenze. Non a caso il gol più bello di sempre, per lui, non è un capolavoro tecnico bensì la Mano de Dios di Maradona: qualcosa che oltrepassa il perimetro del campo. Il calcio, dice, è riscatto e sopravvivenza. E ci ha ripensato guardando Messi richiamare l'arbitro nella finale contro la Spagna per far espellere Cucurella, reo di essersi portato la mano davanti alla bocca: Diego non l'avrebbe mai fatto.

MARMELLATA #25 E IL DIVIN CODINO - L'arrivo di Roberto Baggio sotto le Due Torri ha generato uno dei suoi brani più noti, quello in cui la domenica smette di essere tale. Per Cremonini - racconta il cantante a La Gazzetta dello Sport - l'adolescenza coincideva con la curva, i cortei per le vie della città e le invenzioni del fuoriclasse in maglia rossoblù: quando lui è andato via, con la conclusione della presidenza Gazzoni, se n'è andata anche quella stagione della vita. Nella canzone, spiega, la partenza del numero dieci è il congedo dagli anni ragazzi. Poi i due si sono conosciuti, e il cantautore ha eseguito quel pezzo davanti a lui durante i concerti, oltre a ricevere una citazione nella sua autobiografia.

IL SEGRETO DI UNA CITTÀ - Perché i calciatori sviluppano un legame così profondo con Bologna? La risposta chiama in causa le persone: una città né industriale né particolarmente ricca, le cui mura sono di natura culturale, fatte di gente accomunata da ospitalità — merce sempre più rara — senso civico e generosità. Chi arriva lo avverte, e stringersi attorno ai colori diventa naturale.

DA DI VAIO A ORSOLINI - Gli aneddoti non mancano. Una volta Marco Di Vaio lo invitò a palleggiare, e la cosa degenerò in una sfida a calci di punizione: un amico vero, dice, oltre che una persona speciale. Ma il ricordo più caro è recente e porta il nome di Riccardo Orsolini, che prima della finale di Coppa Italia gli promise che in caso di successo sarebbe salito sul palco a cantare «Poetica» con lui. Come sia andata a finire, lo sanno tutti.

QUELLA NOTTE ALL'OLIMPICO - Della finale contro il Milan conserva soprattutto l'invasione di campo conclusiva, irresistibile: il Bologna, dice, è un luogo di sogni, e chiunque al suo posto si sarebbe comportato allo stesso modo. L'atmosfera fu straordinaria, con «La sera dei miracoli» del maestro Dalla intonata prima del fischio d'inizio e la sua «Poetica» al termine. Una vittoria che chiudeva alla perfezione un cammino avviato anni prima da Siniša Mihajlović, ricordato come uomo di carisma enorme e di grande umanità, capace di cementare lo spogliatoio e di formare quelli che oggi sono i veterani della rosa.

OLTRE IL RISULTATO - Eppure la Coppa non è l'unico vertice emotivo. Cremonini colloca allo stesso livello la promozione in Serie A arrivata dopo una sequenza di presidenze che non volevano il bene del club, e l'eliminazione del Milan a San Siro sotto la neve nel 1995: di quella serata gli è rimasto il viaggio di ritorno in pullman con i tifosi, bloccati dalla nevicata sull'A1. Immagini che, appunto, prescindono dal concetto di vittoria o sconfitta.

ANTONELLI E LA NAZIONALE - Il capitolo finale guarda avanti. Su Kimi Antonelli, conosciuto tramite l'amico comune Stefano Domenicali prima dei due concerti romani al Circo Massimo, il giudizio è netto: mai visto uno sportivo di quell'età con simile umiltà. E sulla panchina azzurra, dopo il ritorno di Roberto Mancini, l'auspicio è che possa fare bene, anche se a suo avviso non serve più l'idea di un vincente quanto la visione di chi sappia rivoluzionare un sistema decaduto e comprendere dove sta andando il mondo. Il suo sogno personale? Vedere un giorno Julio Velasco commissario tecnico.

Quattro decenni di rossoblù raccontati come si racconta una canzone. A Bologna, del resto, i legami durano. E quel gruppo è ancora lì.

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Sezione: Rassegna Stampa / Data: Mar 04 agosto 2026 alle 09:30
Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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