C'è un'immagine che chi ha visto il calcio degli anni Ottanta e Novanta porta stampata negli occhi: un braccio che si alza, e dieci metri più avanti un'intera linea difensiva che scatta all'unisono, come uno stormo che vira. Quel braccio era di Franco Baresi, morto nella notte all'Humanitas di Rozzano a 66 anni, dopo un anno di battaglia iniziata con l'asportazione di un nodulo polmonare. Solo mercoledì il Milan aveva dovuto fermare le voci diffuse in anticipo dall'insopportabile brusio dei social: stavolta, purtroppo, la notizia è vera. E il club l'ha congedato con cinque parole che sono già epigrafe: «Perché Baresi è per sempre».

I numeri, per una volta, non sono contorno: sono biografia. Nato a Travagliato, provincia di Brescia, l'8 maggio 1960, scartato dodicenne dall'Inter — che pure aveva preso il fratello Beppe — perché giudicato troppo gracile, tanto che Gianni Brera lo battezzò Piscinin, il piccolino. Venti stagioni al Milan, dal 1977 al 1997, quindici da capitano, la maglia numero 6 ritirata. Sei scudetti, tre Coppe dei Campioni, due Intercontinentali, e il record delle 58 partite senza sconfitta. Ma il dato che lo definisce è un altro: quando il Milan precipitò in B nel 1980 e di nuovo nel 1982, lui — già campione del mondo in Spagna, riserva di Scirea — restò. Nell'era in cui ogni estate è un'asta, rileggere quella scelta fa quasi male.

Il Piscinin divenne Kaiser Franz, l'erede italiano di Beckenbauer, quando Arrigo Sacchi trasformò la difesa in un meccanismo di orologeria e Baresi in ciò che nessun libero era mai stato: non l'ultimo uomo che spazza, ma il primo che comanda. Non un colosso, mai: un metronomo. Un radar. Nel 1989 fu secondo al Pallone d'oro dietro Van Basten, e per un difensore taciturno era come vincerlo. E qui la memoria corre a Pasadena, luglio 1994: operato al menisco, tornò in campo dopo 25 giorni per giocare una finale mondiale monumentale contro il Brasile, prima di calciare alle stelle il suo rigore e scoppiare in lacrime. Ve lo ricordate? Baggio impietrito, lui in pianto. Due modi diversi di portare lo stesso peso, in un'epoca in cui dai rigori decisivi non si scappava.

Da queste parti, poi, la sua eredità ha un indirizzo preciso. Perché la zona che Baresi elevò ad arte — il riferimento è la palla, non l'uomo; la linea che sale e condanna — è esattamente la grammatica che Sarri sta insegnando in questi giorni a Zingonia, dopo un decennio di marcature a uomo. Ogni difensore italiano che oggi impara a muoversi in sincrono con i compagni sta ripassando, che lo sappia o no, una lezione scritta da quel braccio alzato. Lo stesso vale per i ragazzi bergamaschi che sognano la maglia azzurra: il modello del difensore che pensa prima di correre porta il nome di Baresi.

A febbraio, smagrito e sorridente, aveva portato con Beppe Bergomi — rivale di mille derby — la torcia olimpica in un San Siro commosso. Fu il suo ultimo cenno al pubblico. Ora il braccio si è alzato un'ultima volta. E stavolta è toccato a tutti noi scattare in avanti, insieme, per salutarlo.

© Riproduzione Riservata

Sezione: Primo Piano / Data: Ven 31 luglio 2026 alle 08:30
Autore: Lorenzo Casalino / Twitter: @lorenzocasalino
vedi letture