Il calcio italiano perde una delle sue figure fondamentali: Franco Baresi si è spento all'età di 66 anni. Per diciannove stagioni, dal 1978 al 1997, ha indossato una sola maglia, quella del Milan, diventandone icona e bandiera al punto da essere eletto dai tifosi rossoneri Milanista del XX Secolo.
DA TRAVAGLIATO AL PROVINO ROSSONERO - Era nato nel 1960 a Travagliato, in provincia di Brescia, quarto di cinque figli di una famiglia semplice, cresciuto ad ascoltare la Serie A alla radio insieme agli amici. Fu l'arrivo in paese di don Piero a cambiargli la vita: il sacerdote convinse i genitori del valore educativo dello sport e aprì ai ragazzi la strada dei provini. Il fratello maggiore Beppe finì nel settore giovanile dell'Inter, mentre Franco venne giudicato troppo gracile dal club nerazzurro. A quattordici anni perse la madre, tre anni dopo anche il padre in un incidente. Quattro mesi dopo quel primo lutto sostenne il provino con il Milan: alla seconda occasione arrivò la risposta giusta, e poco dopo una lettera con il timbro rossonero.
L'ESORDIO A DICIASSETTE ANNI - Il 23 aprile 1978 fu schierato titolare in Serie A contro il Verona al posto dello squalificato Maurizio Turone. Aveva diciassette anni. Nella stagione successiva era già una pedina fondamentale di Nils Liedholm nella conquista del decimo scudetto, quello della stella.
LA FEDELTÀ NEGLI ANNI PIÙ DURI - La prova più autentica del suo attaccamento arrivò però nelle stagioni della caduta. Retrocesso d'ufficio nel 1980 per lo scandalo del calcioscommesse, il Milan risalì subito, salvo poi tornare in Serie B sul campo l'anno seguente. Su quel crollo pesò la sua lunga assenza, causata da un'infezione del sangue che lo debilitò a lungo. Nonostante tutto arrivarono la convocazione al Mondiale del 1982 e, a soli ventidue anni, la fascia da capitano: da campione del mondo, scelse comunque di restare in cadetteria con i rossoneri.
LA RIVOLUZIONE DI SACCHI - Mai dominante sul piano fisico, Baresi costruì la propria grandezza sulla lettura anticipata del gioco, sull'aggressività nell'anticipo e sulla rapidità negli spazi stretti. Il ruolo di libero, però, gli stava stretto: aveva bisogno di partecipare alla costruzione. L'arrivo di Silvio Berlusconi alla presidenza nel 1986 e di Arrigo Sacchi in panchina l'anno seguente gli consegnò la dimensione ideale – come ricorda Gianlucadimarzio.com – con quella difesa a zona destinata a cambiare il calcio italiano, la squadra corta e il pressing alto. In quattro stagioni arrivarono uno scudetto, una Supercoppa Italiana, due Coppe dei Campioni, due Supercoppe UEFA e due Coppe Intercontinentali. Nel 1989 fu secondo al Pallone d'Oro alle spalle del compagno Marco van Basten.
L'ERA CAPELLO E I RECORD - Con Fabio Capello in panchina il dominio proseguì. Nel 1991-92 fu protagonista dello scudetto conquistato senza mai perdere in campionato; tra il dicembre del 1993 e la fine del febbraio successivo guidò la linea difensiva completata da Tassotti, Costacurta e Paolo Maldini che permise a Sebastiano Rossi di restare imbattuto per 929 minuti, primato superato soltanto da Gianluigi Buffon nel 2015-16.
PASADENA, GRANDEZZA E BEFFA - Con la Nazionale il capitolo più struggente resta il Mondiale statunitense del 1994. Aveva lasciato l'azzurro dopo l'Europeo del 1992, convinto di non avere più energie sufficienti, prima che il lungo corteggiamento di Sacchi e della Federazione lo riportasse indietro con la fascia al braccio. Il 23 giugno, contro la Norvegia, la rottura del menisco mediale del ginocchio destro sembrò chiudere il suo torneo: operato a New York, tornò titolare in finale venticinque giorni più tardi, annullando gli attaccanti brasiliani in una delle prestazioni più straordinarie mai viste in un Mondiale. Poi i rigori, e quel primo tiro sopra la traversa che gli negò il secondo titolo iridato.
IL RITIRO E L'EREDITÀ - L'ultima stagione fu quella 1996-97, chiusa oltre quota 700 presenze rossonere e con la sfida al Cagliari del 1° giugno. Il Milan lo salutò con una partita d'addio il 29 ottobre 1997, ritirò la maglia numero 6 e lo vide consegnare la fascia proprio a Maldini, mentre Berlusconi gli assegnava un Pallone d'Oro onorario, l'unico riconoscimento che gli era sfuggito. In bacheca sei scudetti, due campionati di Serie B, quattro Supercoppe italiane, una Mitropa Cup, tre Coppe dei Campioni, due Supercoppe europee, due Coppe Intercontinentali e il Mondiale del 1982. Dal 2020 era vicepresidente onorario del club.
Restano i numeri, che raccontano soltanto una parte. E resta un numero solo, il 6, che a Milano nessuno indosserà mai più.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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