Il calcio dell'Atalanta cambia grammatica con Maurizio Sarri. Dopo dieci anni costruiti su un'idea diversa, a Zingonia arriva la zona pura: un sistema che resta propositivo, ma che sposta il centro di gravità dal duello individuale al palleggio e al controllo del gioco. Il tecnico toscano non rinuncia all'ambizione offensiva, ma pretende di comandare la partita con il possesso.
IL DNA DELLA DIFESA A QUATTRO - Il ritorno alla linea a quattro è il punto di partenza di tutto, con il 4-3-3 come modulo d'ordinanza e il 4-2-3-1 come prima variante. Cambia la logica delle marcature: non si segue più l'avversario in ogni angolo del campo, ma si occupa lo spazio di competenza, aggredendo con decisione e a distanza ravvicinata chi entra in quella zona. Il resto lo fanno compattezza dei reparti, squadra corta, gestione delle distanze e sincronia dei movimenti, con una linea difensiva alta ma senza eccessi.
IL REGISTA TORNA CENTRALE - Il secondo pilastro è il ritorno del regista classico, quello che imposta, detta i tempi, disegna geometrie e serve gli inserimenti: un ruolo cruciale nell'impianto del tecnico, a patto che non arretri troppo il proprio raggio d'azione. Accanto a lui due mezzali di gamba, una in particolare più tecnica e chiamata ad attaccare l'area di rigore. Davanti, il tridente è una costante, con lo sviluppo della manovra che insiste con continuità sulle corsie laterali.
IL NUOVO COMPITO DEI TERZINI - Il cambio più radicale riguarda le fasce. Nel 3-4-2-1 i due cursori si trasformavano di fatto in ali, liberi di attaccare lo spazio perché coperti dai braccetti della linea a tre. Ora i terzini devono imparare a scivolare indietro, spingere soltanto quando le condizioni lo consentono e restare allineati agli altri difensori: più bloccati rispetto al passato, con il compito di non sguarnire le retrovie.
L'EREDITÀ DEL GASP - Il confronto, inevitabilmente, è con ciò che c'era prima. La rivoluzione di Gian Piero Gasperini aveva costruito un'Atalanta votata all'attacco su 3-4-2-1 e 3-4-1-2, fondata su intensità, aggressività e duelli a tutto campo: da lì sono arrivate notti epiche in Italia e in Europa, record, qualificazioni in Champions League, finali di Coppa Italia e soprattutto l'Europa League, il trofeo più prestigioso della storia nerazzurra.
DA LIEDHOLM A ZEMAN - La zona, però, ha una genealogia lunga nel nostro calcio – come ricostruisce L'Eco di Bergamo –. Il primo pioniere fu Nils Liedholm, con quella «zona lenta» che di lento non aveva nulla: fraseggio, controllo degli spazi e una ragnatela di passaggi in cui il pallone doveva correre più degli uomini, prima con il Milan e poi con la Roma. Poi arrivò la zona integrale di Arrigo Sacchi, il 4-4-2 martellante del Milan degli olandesi, con Franco Baresi, Paolo Maldini e Roberto Donadoni e una retroguardia capace di letture quasi automatiche. Fabio Capello aggiunse pragmatismo e studio maniacale dell'avversario, come nella notte del 4-0 al Barcellona di Johan Cruijff nella finale di Champions del 1994. Diversa, e più spericolata, la versione di Zdenek Zeman: 4-3-3 spettacolare in avanti, fragile dietro.
LA TRADIZIONE BERGAMASCA - Anche a Bergamo la zona ha lasciato tracce profonde. Giovanni Vavassori la portò dal settore giovanile alla prima squadra, imponendo applicazione, sacrificio e armonia collettiva in un'Atalanta d'attacco che valorizzava il vivaio: la promozione in Serie A nel 2000 e il settimo posto da neopromossa restano il suo biglietto da visita. Più tardi arrivò il 4-3-3 dinamico di Luigi Delneri, in nerazzurro dal 2007 al 2009.
Ora il testimone passa al Comandante. Cambia il vocabolario tattico, non l'ambizione: anche questa Atalanta vuole dettare il gioco, semplicemente con un'altra grammatica.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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