La notte più lunga, quella che può riscrivere la storia recente del nostro calcio o sprofondarlo nel dramma sportivo definitivo, è finalmente arrivata. Sulle spalle di Gennaro Gattuso grava il peso di un'intera nazione in trepidante attesa. Il commissario tecnico azzurro si prepara ad affrontare l'incrocio più importante della sua carriera da allenatore, una battaglia campale dove i nervi saldi e il proverbiale formicolio allo stomaco dovranno trasformarsi in pura energia agonistica per superare l'ultimo, titanico ostacolo verso le Americhe.
IL CINISMO AL POTERE E LO SPETTRO DELL'APOCALISSE - Non è più tempo di specchiarsi o di inseguire velleità estetiche. L'imperativo categorico è uno solo: strappare il passaporto iridato, a prescindere dalla bellezza della manovra. Il selezionatore calabrese pretende dai suoi ragazzi una mentalità feroce e un'infinita capacità di sofferenza. «Se non saremo belli e vinceremo, va bene lo stesso. Ci servono la giusta mentalità, voglia di saper soffrire e massima concentrazione», ha tuonato il mister. Il terrore di fallire per la terza volta consecutiva l'accesso alla massima competizione è palpabile, un'eventualità che lo stesso allenatore definisce come una mazzata devastante di cui si assumerebbe ogni responsabilità, ma guai a fasciarsi la testa prima del tempo. Bisogna scendere in campo per trasmettere fiducia, scacciando i fantasmi a suon di orgoglio patriottico.
IL RISPETTO PER BARBAREZ E L'OMAGGIO A DZEKO - L'avversario merita la massima considerazione, complice anche l'incauto autogol mediatico generato dal video di Guglielmo Vicario e Federico Dimarco. «Siamo stati stupidi noi a farci male da soli», ha ammesso l'ex centrocampista, riconoscendo la fisicità e la tecnica di una nazionale balcanica pronta a gettare il cuore oltre l'ostacolo. – come riferisce La Gazzetta dello Sport – non sono mancati i complimenti al collega Sergej Barbarez, definito un abile stratega e un ex grande attaccante capace di entrare nell'anima dei propri giocatori. Parole al miele anche per lo spauracchio Edin Dzeko, leader tecnico e morale dei padroni di casa. Un centravanti formidabile che Gattuso sfiorò persino di allenare durante la sua parentesi all'Hajduk Spalato, elogiandone pubblicamente non solo le doti balistiche, ma soprattutto l'indiscutibile spessore umano.
ZERO ALIBI SUL CAMPO E IL MODELLO NERAZZURRO - Il fango, le zolle irregolari o il tifo infernale del catino slavo non dovranno minimamente scalfire le certezze tricolori. L'allenatore ha categoricamente vietato qualsiasi giustificazione legata alle condizioni del terreno di gioco. «Non dobbiamo pensare al campo o al tifo in tribuna perché è da deboli cercare alibi. Ho visto il terreno e può andare», ha sentenziato con fermezza.
LA FORZA DEL BRANCO E L'ATTACCAMENTO ALLA MAGLIA - La vera grande vittoria di questi sette mesi di duro lavoro a Coverciano è però la rinascita di un senso di appartenenza viscerale. Da un collettivo inizialmente fragile e disattento in fase di non possesso, è nata una famiglia vera e coesa. La dimostrazione lampante di questo ritrovato spirito fraterno è la presenza a Zenica di elementi indisponibili o infortunati come Giovanni Di Lorenzo, lo stesso Vicario e Mattia Zaccagni. L'attaccamento alla Nazionale non è più un concetto astratto, ma una vibrante realtà. Ora spetta ai protagonisti in campo ripagare questo affetto e regalare un'esplosione di gioia all'Italia intera.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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