C'è un nome che a Bergamo fa sognare e, al tempo stesso, sospirare: Pierre-Emile Højbjerg. Il centrocampista è il grande desiderio dell'Atalanta per la mediana, ma resta un sogno proibito: non per il cartellino — un'intesa con l'Olympique Marsiglia, costretto a vendere, si troverebbe agevolmente intorno ai 10 milioni — bensì per l'ingaggio altissimo, da sei milioni. La pista, comunque, resta aperta.
IL VERO OSTACOLO - Il punto, dunque, non è la cifra del trasferimento – come ricostruisce L'Eco di Bergamo – ma lo stipendio: è proprio il nodo legato al suo ingaggio a complicare tutto. Per scioglierlo servirebbe un passo del giocatore: reduce da un'esperienza francese opaca e con una gran voglia di rilanciarsi, il danese potrebbe accettare di ridursi lo stipendio, condizione indispensabile perché la Dea apra una vera trattativa.
UN'ECCEZIONE ALLA REGOLA - A dirla tutta, Højbjerg non è il classico identikit nerazzurro: l'Atalanta preferisce costruire campioni più che acquistarne di già affermati, e lui di anni ne ha trenta, trentuno il prossimo agosto. Eppure l'eccezione potrebbe ripagare, sulla falsariga di quanto accadde con Sead Kolašinac, arrivato tre anni fa proprio dal Marsiglia – seppur a parametro zero – e suo compagno di spogliatoio allo Schalke 04 nel 2015/16. Il danese porterebbe in dote carisma, leadership, grinta e un'intelligenza che va ben oltre il rettangolo di gioco: lo descrivono come un uomo serio, acuto e riflessivo. In Provenza ha faticato, è vero, complici anche i problemi della squadra, ma chi lo conosce assicura che non sia affatto un giocatore finito: gli è semplicemente mancato l'ambiente giusto.
REGISTA O MEZZALA? - Sul piano tattico, Maurizio Sarri cerca un regista e lui può esserlo, anche se incasellarlo non è semplice: all'occorrenza farebbe la mezzala, da centrocampista totale qual è sempre stato. L'incognita è che ha quasi sempre operato in una mediana a due, all'antica maniera orobica, e nel nuovo 4-3-3 di Sarri andrebbe reinventato. A spingere con convinzione è Cristiano Giuntoli, suo estimatore di lunga data: il dirigente aveva già provato a portarlo alla Juventus, che lo inseguì di nuovo lo scorso inverno, quando il toscano aveva ormai lasciato Torino.
QUANDO VALEVA 50 MILIONI - Per capire di che giocatore si parli, basta tornare agli anni del Tottenham, quando strapparlo agli Spurs era quasi impossibile e la sua valutazione sfiorava i 50 milioni. Il miglior Højbjerg sa fare tutto: contrasta, intercetta, ripulisce palloni, tiene compatto il reparto, si abbassa tra i centrali e fa ripartire l'azione, il tutto con un quoziente calcistico elevatissimo. Ragiona e corre, perché è playmaker e mediano insieme. Non a caso, da ragazzo, veniva indicato come il nuovo Sergio Busquets: a coniare il paragone fu Pep Guardiola, suo allenatore quando aveva appena diciotto anni.
METÀ DANESE, METÀ FRANCESE - Quel nome dal suono transalpino ha una spiegazione: Pierre-Emile è per metà danese e per metà francese, figlio di una madre che viveva a Parigi, dove conobbe il padre e nacque il fratello maggiore. Lui vide la luce il 5 agosto 1995, quando la famiglia si era già trasferita a Copenaghen, e scelse la nazionale danese, con cui è ormai vicino alle cento presenze. Mossi i primi passi tra Copenaghen e il Brøndby, a diciassette anni venne prelevato dal Bayern Monaco, dove si affacciò in prima squadra con Jupp Heynckes nell'anno del trionfo in Champions League, pur senza mai scendere in campo nella competizione.
LE LACRIME CON PEP, L'ABBRACCIO DI MOU - L'anno successivo arrivò Guardiola, stregato da quello che considerava il nuovo Busquets: nacque un rapporto speciale, presto messo alla prova dalla vita. A diciotto anni il ragazzo perse il padre, ammalatosi e scomparso dopo pochi mesi; un giorno si presentò all'allenamento in lacrime, senza riuscire a fermarsi, e fu lo stesso tecnico a commuoversi con lui, promettendogli vicinanza. Sul campo, però, le strade si divisero in fretta: i prestiti ad Augsburg e Schalke, poi la cessione al Southampton nel 2016. In Inghilterra divenne il box-to-box che tutti conoscono, e nel 2020 lo prese il Tottenham, dove José Mourinho lo volle a ogni costo definendolo fenomenale. Curiosità non da poco: solo un giocatore come lui poteva mettere d'accordo l'anti-Pep e Pep stesso.
A Londra toccò l'apice — alti livelli, una semifinale europea, lo status di uomo mercato — prima di scegliere la Francia a ventinove anni, quando qualcosa si era già incrinato. Oggi il predestinato dalla faccia da bambino è un uomo diverso, indurito, tatuato e con la barba lunga: non piange più, ma conserva intatta la voglia di dimostrare di essere lo stesso di un tempo. Magari, chissà, proprio a Bergamo.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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