Ci sono gol che valgono tre punti e gol che valgono una carriera. Quello che Kerim Alajbegović ha disegnato ieri sera a Seattle, contro il Qatar, appartiene alla seconda categoria. Doppio dribbling al limite dell'area, palla che taglia da sinistra a destra, poi un destro scagliato da fuori a velocità folle che si infila all'angolino e non lascia scampo al portiere Abunada. Un colpo da fuoriclasse fatto, e firmato, da un ragazzo nato nel 2007. La cosa più impressionante non è il gesto tecnico in sé, ma la pazienza con cui è stato costruito: per mezz'ora marcato stretto, quasi invisibile, e poi quell'esplosione improvvisa che ha indirizzato la partita e prenotato per la Bosnia un posto da migliore terza ai sedicesimi. Va visto, e rivisto.

Facciamo l'identikit, perché vale la pena. Alajbegović è un'ala sinistra di proprietà del Bayer Leverkusen, che lo ha cresciuto nel proprio settore giovanile e poi mandato in prestito al Salisburgo, dove nell'ultima stagione ha messo insieme tredici gol e quattro assist in quarantaquattro partite. Numeri da predestinato, che hanno convinto i tedeschi a esercitare il diritto di recompera. Tatticamente parte da esterno, ma il suo habitat naturale è l'accentramento: negli spazi stretti è semplicemente fantastico, con tocchi di suola che incantano e una proprietà di palleggio rara per la sua età. E non è una sorpresa improvvisa: il talento bosniaco si era già rivelato nei playoff Mondiali contro l'Italia, in quella finale di marzo che ci ha spedito a casa e ha mandato lui a giocarsi la Coppa del Mondo. Il Mondiale, semmai, è la vetrina che ne sta moltiplicando il valore in tempo reale.

Ed è qui che entra in scena l'Atalanta, con una mossa che racconta un cambio di paradigma. La Dea ha già avviato i contatti con l'entourage e con il padre del ragazzo, in un blitz pensato per anticipare una concorrenza folta. Per una volta una squadra italiana non va a prendersi il solito nome a fine carriera, l'anziano di talento da pensionamento attivo, ma un diciottenne con il futuro tutto davanti. È un'inversione di tendenza che merita di essere sottolineata, perché per anni il nostro calcio si è raccontato come terra di crepuscoli dorati anziché di albe. Stiamo parlando di programmazione, non di nostalgia. E i mezzi, stavolta, ci sono: con i soldi della cessione di Ederson al Manchester United e quelli in arrivo dalla partenza di Palestra, l'Atalanta dispone di una potenza di fuoco economica che le consente di sognare in grande.

C'è però un dettaglio che rende questa storia particolarmente saporita per il popolo nerazzurro, e va detto senza giri di parole. Sul ragazzo si era mossa per prima la Roma, e si era mossa dopo il via libera di un certo Gian Piero Gasperini, convinto del profilo. Il paradosso è delizioso: l'uomo che per nove anni ha fatto la fortuna di Bergamo rischia ora di vedersi soffiare un gioiello proprio dalla sua ex squadra, fornita di quel tesoretto che a lui, da queste parti, non capitava spesso di avere. Restano gli ostacoli, naturalmente: il Leverkusen non ha alcuna intenzione di svendere, parte da una valutazione attorno ai trenta milioni destinata a salire a ogni partita giocata sotto i riflettori, e la concorrenza europea non è sparola vuota. Ma l'idea che l'Atalanta possa chiudere un'operazione del genere, giovane e di prospettiva, dice molto su cosa è diventato questo club. Una volta si comprava il campione ingiallito. Oggi si prova a comprare quello che il campione lo diventerà. E se il gol al Qatar è un anticipo di ciò che sa fare, beh, l'attesa vale ogni milione.

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