Nel calcio, il confine che separa il trionfo dal baratro è spietatamente sottile, spesso racchiuso nello spazio di un battito di ciglia o in un pugno di centimetri. Ne sa qualcosa Raffaele Palladino, costretto a masticare amaro al termine di una sfida contro la Juventus che ha rappresentato l'esatto opposto del recente passato. Sul prato della New Balance Arena, l'Atalanta ha sbattuto contro i legni e pagato a carissimo prezzo una rara e sanguinosa sbavatura difensiva, vedendo sfumare punti pesantissimi nella rovente volata per un piazzamento europeo.
IL LEGNO DELLA DISCORDIA E IL DESTINO CAPOVOLTO - La trama di questa amara rappresentazione teatrale avrebbe potuto prendere una piega totalmente differente se il cronometro si fosse fermato al nono minuto. Su una velenosa parabola disegnata su punizione da Nicola Zalewski, lo stacco imperioso di Giorgio Scalvini aveva superato l'incolpevole Michele Di Gregorio, spegnendosi però clamorosamente sul palo. Una sfortuna beffarda, acuita dal successivo rimbalzo del pallone nel cuore dell'area, senza che alcun attaccante orobico trovasse il tempismo per il tap-in vincente.
IL PASTICCIO DIFENSIVO E LA VENDETTA DEGLI EX - Il cinismo glaciale che aveva esaltato i bergamaschi nel trionfo dello scorso febbraio si è clamorosamente ritorto contro. – come analizza L'Eco di Bergamo – l'episodio che ha spaccato in due il match si è materializzato a inizio ripresa, figlio di un cortocircuito collettivo insolito per una retroguardia capace di blindare la porta per dodici volte in campionato. Il vantaggio ospite è nato da una catena di incomprensioni: il mancato stacco aereo di Berat Djimsiti, la fatale incertezza in uscita di Marco Carnesecchi e il ripiegamento a vuoto dello stesso Scalvini. Un mix letale che ha apparecchiato la tavola per la più dolorosa delle beffe: assist al bacio dello svedese Emil Holm e tocco vincente dell'ivoriano Jeremie Boga, due volti dal recente passato nerazzurro.
L'ASSEDIO STERILE E LA LEZIONE DI SPALLETTI - Incassato il colpo, la formazione lombarda si è riversata in avanti collezionando una dozzina di angoli e provando a sfruttare le palle inattive, ma i pur pregevoli schemi disegnati in allenamento non hanno trovato sbocchi concreti. Nemmeno un presunto tocco di «mani» di Federico Gatti nel convulso finale ha impietosito il direttore di gara, spegnendo le residue speranze di agguantare il pareggio dal dischetto. È la ruota del pallone che gira inesorabilmente: due mesi fa, sotto l'egida di Luciano Spalletti, la formazione torinese aveva tenuto in mano il pallino del gioco subendo però una severa lezione di freddezza. In quel rotondo 3-0, le reti in contropiede e su rigore di Gianluca Scamacca, Ibrahim Sulemana e Mario Pasalic punirono le distrazioni avversarie, innescate da un disimpegno scellerato di Pierre Kalulu dopo una traversa colpita da Francisco Conceicao.
Contro le grandi corazzate, anche quando appaiono fisiologicamente meno invulnerabili di un tempo, il margine di errore tollerato è pari a zero. Una banalità antica quanto questo sport, che l'undici orobico ha dovuto suo malgrado ripassare nel modo più crudele.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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