Lo Schalke 04 è finalmente riemerso. I Minatori — «Die Knappen», soprannome che a Gelsenkirchen non è mai stato un vezzo folkloristico — hanno riconquistato la Bundesliga, ed è lì, nel loro fortino, che l'Atalanta si presenta per il test tedesco. Un ritorno faticoso: stavolta per risalire sono serviti tre campionati interi, mentre dopo il crollo del 2021 era bastata una sola stagione. Segno che il tunnel, questa volta, era decisamente più lungo.

IL POPOLO BIANCOBLU - Per capire cosa significhi questa squadra da quelle parti bastano due numeri: centocinquantamila soci e un seguito che in Germania pochissimi club possono vantare. Una massa che riempie sistematicamente l'impianto, trasformando ogni partita casalinga in un appuntamento a capienza esaurita.

LA VELTINS-ARENA - Lo stadio, del resto, è un gioiello di ingegneria: sessantamila posti, copertura retrattile e un terreno di gioco che all'occorrenza può essere fatto scorrere all'esterno. Non solo: una delle due curve arretra di una ventina di metri per liberare spazio nelle serate dedicate ai concerti. Un contenitore multifunzione, tra i più moderni del continente.

GELSENKIRCHEN, LA CITTÀ DELLA RUHR - Il pubblico bergamasco quel prato lo conosce già: ci era stato due autunni fa, nella seconda gara della prima fase di Champions, quella chiusa con un netto 3-0 contro lo Shakhtar, che aveva eletto Gelsenkirchen a sede delle proprie partite interne per via della situazione in patria. La città, va detto senza troppi giri di parole, non brilla: duecentosessantamila abitanti distribuiti in un agglomerato di grossi quartieri cuciti insieme, con lo status amministrativo di città extracircondariale e un servizio di tram che copre ogni angolo. Il centro non lascia il segno; il quartiere di Buer, a due passi dall'arena, è la zona più gradevole, e non a caso nel 2024 era diventato il quartier generale dei tifosi orobici.

NIENTE TIFOSI OSPITI, E GOSENS AI BOX - Questa volta, però, la trasferta non ci sarà: la gara rientra in quella che ogni anno il club riserva esclusivamente ai propri sostenitori, una festa di famiglia senza invitati. In casa Schalke, intanto, c'è anche un volto noto a Bergamo: Robin Gosens è approdato nella squadra del cuore, anche se un problema fisico dovrebbe tenerlo fuori. Per i tifosi della Dea, uno dei tanti fili che legano Gosens alla propria storia recente.

LA SQUADRA DI MUSLIC - La promozione è arrivata davanti a due sorprese: l'Elversberg, espressione di un centro da dodicimila anime nel Saar, e il Paderborn, che negli spareggi ha eliminato la nobile decaduta Wolfsburg dell'ex nerazzurro Joakim Mæhle. In panchina siede Miron Muslic, bosniaco con passaporto austriaco, tornato alla ribalta dopo la retrocessione in terza serie con il Plymouth e le due annate al Cercle Brugge. A stagione in corso si è fatto raggiungere dal connazionale Edin Džeko, prelevato dalla Fiorentina: quarant'anni suonati e sei reti in undici presenze, anche se il vero terminale offensivo è stato il franco-maliano Moussa Sylla, ventitré centri in due stagioni.

UNA ROSA DI COGNOMI FAMOSI - Nell'organico compare pure Emil Højlund, fratello minore di Rasmus Højlund, oggi al Napoli, e gemello di Oscar Højlund, centrocampista dell'Eintracht: una dinastia costruita a colpi di scarpini. Tra i pali, invece, si è rimesso in carreggiata Loris Karius, marito di Diletta Leotta, che qui ha ritrovato serenità dopo anni complicati, cominciati con la notte da incubo di Kiev nel 2018, quando il suo Liverpool venne travolto 3-1 dal Real Madrid nella finale di Champions.

UNA BACHECA SENZA BUNDESLIGA - Cinquantacinque partecipazioni al massimo campionato tedesco, sette in meno rispetto a Bayern e Werder Brema, con i bavaresi unici a non aver mai conosciuto la retrocessione. Il trofeo più luccicante resta la Coppa UEFA del 1997, conquistata ai rigori a San Siro contro l'Inter – come ricostruisce L'Eco di Bergamo –. I sette titoli nazionali, invece, appartengono tutti all'epoca precedente alla nascita della Bundesliga nel 1963-64: sei arrivati in Gauliga durante il nazismo, l'ultimo nell'Oberliga del 1958, quando la Germania postbellica era divisa in cinque gironi. Nel campionato unitario, mai una gioia.

LA FERITA DEL 2001 - E soprattutto un dolore che non passa. Quell'anno i biancoblu comandarono la classifica per tutta la stagione, salvo cedere il passo al Bayern proprio alla penultima giornata. All'ultimo turno i bavaresi giocavano ad Amburgo, lo Schalke ospitava l'Unterhaching, sobborgo di Monaco a caccia di salvezza, e dopo mezz'ora era già sotto di due gol. Nella ripresa il ribaltone: 5-3, invasione di campo dei tifosi impazziti di gioia alla notizia che l'Amburgo era passato in vantaggio. Il titolo sembrava cosa fatta. Poi, in pieno recupero, una punizione e il pareggio firmato da Patrik Andersson, unico gol stagionale. Un colpo dal quale quel popolo non si è mai davvero ripreso, nonostante i quattro secondi posti e i tre terzi raccolti negli anni seguenti. Fu anche l'ultima partita del Parkstadion, i cui resti sorgono ancora accanto all'arena: eretto per i Mondiali del 1974, ospita oggi le giovanili ed è tuttora perfettamente funzionale.

DA FISCHER AL DERBY COL DORTMUND - La maglia dello Schalke l'hanno indossata Thon, Wilmots, Abramczik, Libuda, Draxler, Neuer e soprattutto Fischer; in panchina si sono seduti Rangnick, Di Matteo, Lattek, Heynckes e quel Tedesco oggi al Bologna. Dopo il buio della seconda serie, la Ruhr torna a respirare: e il conto alla rovescia è già iniziato per il derby con il Borussia Dortmund, in programma alla Veltins-Arena il 5 dicembre. Per l'Atalanta, intanto, è l'occasione per misurarsi su un palcoscenico caldissimo prima dei primi appuntamenti che contano davvero.

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Sezione: Rassegna Stampa / Data: Sab 08 agosto 2026 alle 07:15
Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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