Tra la nebbia fitta del Bentegodi non si è smarrita solo la vista, ma l'identità stessa dell'Atalanta. Quella che doveva essere la notte della conferma e della maturità si è trasformata in un incubo sportivo, un passo falso rumoroso che interrompe bruscamente la striscia positiva e riporta la truppa di Palladino sulla terra. Il Verona, ultimo, disperato e ancora a secco di vittorie in campionato, ha ringraziato sentitamente, prendendosi tre punti, ossigeno e dignità. I nerazzurri escono dal campo con tre gol sul groppone e una certezza amara: in Serie A, se non pareggi la fame degli altri, la qualità tecnica diventa un orpello inutile.
TACCO DODICI NEL FANGO - L'immagine più impietosa della serata è quella di una squadra che si presenta a una battaglia rusticana vestita da gran galà - descrive La Gazzetta dello Sport -. L'Atalanta ha pagato a carissimo prezzo la presunzione di poter gestire la gara con il fioretto, presentandosi con il "tacco dodici" su un terreno metaforicamente fangoso e pieno di buche. Sono rimasti negli spogliatoi i principi sacri del credo palladiniano: niente pressing feroce, riaggressione blanda, sacrificio ridotto al lumicino. La squadra è sembrata sottovalutare l'impegno, specchiandosi nella propria superiorità tecnica fino a quando gli schiaffi degli avversari non hanno fatto troppo male per reagire.
LA LEZIONE DI ZANETTI - Dall'altra parte, il Verona ha fatto esattamente quello che doveva fare: calcio semplice, pane e salame, cuore e ripartenze. Paolo Zanetti, che sentiva tremare la panchina, ha disegnato una gara di pura concretezza, lasciando il pallino del gioco agli ospiti (inutilmente belli e leziosi) e difendendosi con un blocco basso di sette uomini. L'arma letale è stato il contropiede, orchestrato dalla velocità di Bernede, Giovane e Mosquera. I veneti hanno colpito negli spazi aperti, dimostrando che nel calcio l'efficacia batte sempre l'estetica fine a se stessa.
AMNESIE DIFENSIVE E GOL REGALATI - La fine dell'impermeabilità difensiva (la porta di Carnesecchi era inviolata da 342 minuti) è arrivata nel modo peggiore. Il primo gol è un manuale di cosa non fare: lancio lungo di Al-Musrati, difesa scoperta, tacco di Mosquera e Belghali che ringrazia. Il raddoppio, otto minuti dopo, è la fiera dell'errore: rimessa laterale, respinta sciagurata di Krstovic che diventa un assist per il sinistro chirurgico di Giovane. Errori di concetto e di posizionamento che hanno condannato una retroguardia apparsa svagata, dove anche i subentrati Kolasinac e Zalewski hanno sofferto maledettamente il dinamismo degli avversari.
SCAMACCA PREDICATORE NEL DESERTO - Le mosse dalla panchina non hanno invertito l'inerzia, con un'unica eccezione. Solo Gianluca Scamacca ha provato a suonare la carica in un deserto emotivo, colpendo un palo e trasformando con freddezza il rigore della bandiera nel finale. Troppo poco e troppo tardi. Anche perché il terzo gol del Verona, firmato da Bernede, ha chiuso ogni discorso, sebbene lasci strascichi polemici: l'azione nasce da una palla persa da Samardzic, ma viziata da un tocco di mano di Bella-Kotchap che il Var ha giudicato non punibile (a differenza di quello che ha poi causato il rigore per la Dea). Episodi che però non possono diventare alibi.
L'IRONIA DELLA SORTE - Il destino, si sa, ha un gran senso dell'umorismo. L'ultima vittoria casalinga del Verona risaliva al 23 febbraio scorso contro la Fiorentina, allenata allora proprio da Raffaele Palladino. Ieri sera, il tecnico campano ha chiuso il cerchio nel modo peggiore, regalando nuovamente il sorriso al Bentegodi. Ora non c'è tempo per i processi sommari, ma serve un esame di coscienza immediato: martedì a Bergamo arriva il Chelsea per la Champions League. Lì il tacco dodici è ammesso, ma solo se accompagnato dall'elmetto.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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