Mentre l’Italia pallonara discute di risultati, crisi e risvegli improvvisi, c’è un altro fronte che divide, irrita e fa discutere. È quello del “nuovo calcio”, fatto di maglie dai colori improbabili, tecnologie invadenti e – per ultima chicca – un pallone arancione che ha scatenato un’ondata di polemiche. A guidare la 'protesta' è Michele Criscitiello, direttore di Sportitalia, che nel suo consueto editoriale al vetriolo ha demolito senza filtri le ultime scelte della lega. L’obiettivo? Difendere la semplicità del gioco. E richiamare tutti – club, sponsor, broadcaster – a un principio chiaro: il calcio si guarda, si vive e si capisce. Non si complica.
“IL PALLONE ARANCIONE? UNA SCHIFEZZA” – Criscitiello non usa giri di parole e lo dice con la schiettezza che da anni lo caratterizza: «Quella schifezza vista questo weekend deve sparire alla velocità della luce». Il riferimento è al pallone arancione utilizzato nell’ultimo turno di Serie A, studiato per la neve… in un fine settimana senza neve. Un pallone che – secondo Criscitiello – ha reso la visione televisiva «un pallino incomprensibile che gira per 95 minuti». Il paradosso? «Lo volete usare quando nevica? Benissimo. Ma fino ad allora lasciateci il pallone normale. Non abbiamo bisogno del super- santos di cuoio».
COLORI IMPROBABILI E IDENTITÀ SMARRITA – Per il direttore, il problema non è solo il pallone: è una deriva estetica che da anni confonde i tifosi. «Non sappiamo più qual è la nostra squadra», affonda. «Il Milan in verde, l’Inter in giallo, il Napoli vestito da Halloween… e così via». È il trionfo del marketing sulle radici, delle vendite sulle tradizioni. Una corsa al “nuovo” che, però, porta a una perdita di identità. «Le maglie pessime si sopportano. Ma almeno lasciateci un pallone riconoscibile».
TV E REGIA NEL CAOS – Il pallone arancione ha complicato tutto, anche il lavoro della regia televisiva. «A Firenze il regista si è perso una BLT due o tre volte», provoca Criscitiello. E la critica è chiara: l’innovazione deve migliorare il prodotto, non peggiorarlo. Se la visibilità cala, se il ritmo delle riprese diventa confuso, se lo spettatore deve sforzarsi per capire cosa succede… allora qualcosa sta andando nella direzione sbagliata.
“RISPETTATE IL CALCIO SEMPLICE”: L’ESEMPIO DELLA SERIE D – In un passaggio destinato a far discutere, Criscitiello eleva la Serie D a baluardo della purezza del gioco. «Per fortuna noi appassionati della D non abbiamo Var, palloni arancioni o maglie che non rappresentano la storia del club».
Una provocazione? Forse. Ma il messaggio è chiaro: troppe innovazioni “per fare i fighi” stanno snaturando l’essenza del calcio. «Non ci interessa vedere la partita dagli occhi dell’arbitro o dall’orecchio del direttore di gara. Non aggiunge nulla». E ancora: «Nove volte su dieci non si capisce nulla. Le restanti due, l’arbitro non sa spiegarsi».
UN APPELLO ALLA LEGA E AGLI SPONSOR – Il cuore dell’editoriale è un invito diretto alla governance del calcio italiano: «Fermate questa deriva. Fate un passo indietro. Il calcio è bello così com’è». Criscitiello chiede di togliere il superfluo, di riscoprire le radici e di restituire ai tifosi un’esperienza visiva e emotiva limpida, senza fronzoli inutili.
Il gioco è cambiato, e continuerà a cambiare. Ma dietro la voce di Criscitiello c’è un pezzo d’Italia calcistica che si sente messa da parte, schiacciata dal marketing e da una modernità spesso fine a se stessa. Il suo affondo non è nostalgia: è un avvertimento. Il calcio deve evolvere, certo. Ma senza dimenticare ciò che lo ha reso lo sport più amato del Paese: semplicità, identità, riconoscibilità. E, soprattutto, un pallone che si vede.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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