Dieci edizioni della Coppa Angelo Quarenghi al Femminile raccontano meglio di qualsiasi statistica quanto sia cambiato il movimento: l'ultima si è disputata domenica 30 agosto a San Pellegrino Terme, promossa dal Comitato Coppa Quarenghi, e ha offerto l'occasione per un confronto a due voci sul calcio femminile italiano. A parlarne sono state Irene Villa, ex calciatrice pluritititolata con il Milan e oggi direttrice sportiva del Femminile Villa Valle, e Michela Macalli, agente FIFA tra le prime donne al mondo a ottenere quella licenza, al fianco della LND FIGC dal 2016 al 2018 e attualmente presidente della XVIII Commissione Sport dell'Intergruppo Parlamentare «Sviluppo Sud, Aree fragili e Isole minori».
IL TORNEO DIVENTATO VETRINA - Sul valore assunto dalla manifestazione la dirigente non ha dubbi: «Il torneo sta diventando un appuntamento importante per il calcio femminile». Il segnale più evidente arriva dal livello delle partecipanti, cresciuto stagione dopo stagione fino a fare della kermesse una passerella riconosciuta: «Inizia ad essere una vetrina di un certo livello». Un percorso che affonda le radici negli anni della sua esperienza federale, come ricorda l'agente: «Quando ero in federazione, insieme a Tavecchio ci siamo adoperati per il calcio femminile». La soddisfazione, oggi, è quella di ritrovarsi lì un decennio più tardi: «era un torneo già conosciuto e sono contenta di essere qui dieci anni dopo», con i ringraziamenti rivolti al dottor Giampietro Salvi e alle sorelle Quarenghi.
IL MESTIERE SCONOSCIUTO DEL DS - Il capitolo più personale riguarda il ruolo che la ex calciatrice ricopre da tre stagioni, e che a suo dire resta un oggetto misterioso persino per gli addetti ai lavori: «mi sono resa conto che è una figura sconosciuta». Una professione ibrida, sospesa tra due dimensioni: «Stiamo tra campo e scrivania». L'esperienza da giocatrice aiuta, ma non basta: «serve studiare e aggiornarsi per lavorare al meglio». Alle spalle ci sono uno scudetto conquistato partendo dal basso con il Milan, due supercoppe e una Coppa Italia, oltre a otto stagioni in Serie A2 in Liguria. Poi la scelta di non seguire la strada della panchina, maturata dentro il vivaio dell'Atalanta: «Non volevo allenare, mi sono formata nell'Atalanta».
LO SPORT COME AZIENDA - Diverso il percorso della professionista bergamasca, cresciuta tra contratti e relazioni istituzionali: agente, docente e promoter nell'ospitalità di San Siro con Infront, con un esordio nel settore risalente al 2005 seguendo i contratti dei giocatori rossoneri. L'inizio ha coinciso con un progetto ambizioso: «Sono partita con il presidente Tavecchio, perché volevamo fare un progetto nuovo». La sua chiave di lettura resta quella economica prima ancora che sportiva, perché il pallone «si parla anche di un'azienda, che dà lavoro a tante persone». Da qui l'invito rivolto al sistema: «Dovremmo sfruttare questa occasione».
DIECI ANNI DI PASSI AVANTI - Sul bilancio del decennio la dirigente non nasconde l'orgoglio, ricordando da dove si è partiti: «c'era un settore giovanile con evidenti lacune». Il salto di qualità è arrivato con l'ingresso di figure preparate negli staff, con benefici che si sono estesi fino alla Nazionale. Il confronto con il passato è impietoso, quando le panchine erano occupate quasi esclusivamente da volontari: «Ora c'è un taglio sicuramente professionale». Un cammino che passa anche dai successi dei vivai femminili anche in terra bergamasca.
LA SVOLTA DEL 2016 - Il momento che ha cambiato tutto, secondo la ex rossonera, ha una data precisa e coincide con l'obbligo imposto ai club professionistici di dotarsi di un settore giovanile femminile: «È stata una svolta, nel 2016». Da lì in poi le ragazze hanno potuto formarsi con tecnici qualificati fin dalle prime categorie, cosa impensabile ai suoi tempi: «Il settore giovanile mancava quando giocavo io». Nella sua esperienza milanese esisteva soltanto un'Under 15 in concessione, poi confluita nel club.
QUANTA STRADA MANCA ANCORA - Nessun trionfalismo, però, sullo stato dell'arte. La dirigente mette subito le cose in chiaro: «c'è ancora tanta strada da fare», e il confronto con l'estero non lascia margini di interpretazione, perché «se devo fare paragoni rispetto al calcio europeo o ai livelli maschili siamo ancora indietro». Sulla stessa linea l'agente, che ricorda la fatica di ogni singola conquista: «Devo dire che è stata una lotta, siamo partiti step by step». L'ostacolo maggiore, però, non è tecnico né economico: «Il problema che rimane è quello culturale, perché il calcio resta maschile in Italia».
QUOTE ROSA E QUALITÀ - Il passaggio più netto arriva sul tema delle quote riservate. La ex calciatrice si schiera senza esitazioni: «Io sono favorevole alle quote rosa», perché senza spazi garantiti, sostiene, le opportunità semplicemente non esisterebbero. Il giudizio sul contesto italiano è tranchant: «In Italia non ti scelgono perché sei donna». A supporto porta un esempio concreto, quello della chiusura del calciomercato professionistico allo Sheraton, dove «la Serie A femminile non ha nemmeno una postazione dedicata», pur trattandosi di un torneo professionistico a tutti gli effetti. L'agente sposta invece l'accento sul criterio della competenza: «Dovremmo valutare qualità e merito nelle donne, non inserirle negli staff solo perché sono donne». Il paragone che sceglie è quello con lo sci, dove il percorso formativo per i maestri non è negoziabile. La conclusione è una sola: «Si deve ricercare la qualità».
Due sguardi diversi, dunque, su un movimento che in dieci anni ha cambiato pelle senza ancora colmare il divario. E che a San Pellegrino Terme ha trovato una delle sue vetrine più riconoscibili, mentre a poca distanza il calcio bergamasco vive la sua stagione più esposta.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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