Alla vigilia del ritorno contro l'Hapoel, dalla sala conferenze del DVTK Stadion di Miskolc, Maurizio Sarri ha presentato la sfida che vale l'accesso alla Conference League. Un intervento lungo e senza filtri, in cui il tecnico nerazzurro ha spiegato come è stata preparata la partita, ha fatto il punto su una condizione fisica ancora altalenante, ha sciolto solo in parte il rebus su Charles De Ketelaere e ha ribadito la mentalità che chiede alla sua squadra. Con un passaggio dedicato al ballottaggio tra i centravanti e la promessa che la vigilia nerazzurra in Ungheria non lascerà nulla al caso. Ecco quanto evidenziato da TuttoAtalanta.com
Mister, ha già in mente la chiave per superare la difesa dell'Hapoel?
«Se avessi pensato a qualcosa e fossi sicuro che con quello supereremo la difesa dell'Hapoel, non lo direi. Abbiamo preparato la partita in base a quello che abbiamo visto principalmente nella gara d'andata, guardando anche altre partite dell'Hapoel, e siamo consapevoli delle difficoltà: squadra di buon livello, in buona condizione fisica, molto determinata. Sappiamo che domani qui affronteremo una partita dura. Ma non dobbiamo avere nessun timore: dobbiamo avere la testa per volercela fare, la convinzione di potercela fare, senza presunzione, assolutamente, e sapendo che sarà dura».
A che punto è la squadra dal punto di vista fisico?
«Siamo ancora in un periodo della stagione abbastanza ondivago a livello di condizione. È chiaro che a noi giocare partite ufficiali fa bene, ed è altrettanto chiaro che giocarne troppe così spesso può essere anche un problema. In questo momento la squadra mi sembra che, partita dopo partita, metta dei mattoncini anche a livello di condizione fisica: vediamo se ci siamo avvicinati rispetto alla gara d'andata».
Che apporto può darle De Ketelaere?
«Purtroppo ha fatto, giustamente, delle vacanze dopo il Mondiale e ha avuto un problema all'adduttore una volta rientrato con noi: non è che abbia fatto molto allenamento insieme a noi, e non è che in questo momento abbia un minutaggio elevato nelle gambe. Ci può dare qualcosa, perché i giocatori di qualità possono sempre darti qualcosa in più. Il dilemma per domani è, visto che giochiamo una partita dal minutaggio incerto, se farlo partire o utilizzarlo dopo. Questa è la difficoltà, in questo caso».
La Conference può diventare l'obiettivo principale della stagione?
«Questo non lo so. Io so che devo fare tre competizioni, e poi, quando la stagione andrà avanti, sarà più chiaro. Se ti dicessi che è l'obiettivo principale in questo momento non sarebbe certo, anche perché io penso che la stagione di una squadra si debba valutare essenzialmente sul torneo più lungo, quindi sul campionato. Però è una manifestazione a cui teniamo, e ci teniamo molto. Io per primo: l'anno scorso non ho fatto competizioni europee e la cosa mi ha pesato un po'. Stare a casa il mercoledì e il giovedì mi sono un po' rotto, non è che mi piacesse molto. Poi è chiaro, siamo in una fase in cui avere più tempo per allenarci ci può anche far bene. Però l'obiettivo di domani è entrare nella Conference: quando saremo dentro valuteremo se possiamo giocarcela o meno, anche se il livello della Conference mi sembra si stia elevando quest'anno, vedendo l'elenco delle possibili partecipanti».
Che tipo di squadra sta costruendo a livello di mentalità?
«Io sto cercando di costruire una squadra che imponga la partita. Poi a volte ci riusciremo, a volte non ci riusciremo. E se devo trovare un difetto nella partita del Sassuolo, è che abbiamo fatto trenta minuti di grande livello, ma dopo non eravamo più in controllo della gara: era diventata una partita in cui poteva succedere di tutto, e non è che questo mi piaccia molto. Quindi noi cercheremo di fare la nostra partita. Se poi non ce la facciamo, non è una scelta tattica: sono loro che ci costringono a fare altre cose. Ma noi partiamo per farla noi, la partita».
Parla di atteggiamento tattico o di atteggiamento mentale?
«Nel calcio c'è una parola molto usata, e che io non so cosa voglia dire: dobbiamo gestire. E glielo dici tu, agli avversari, che noi si deve gestire… È qualcosa di estremamente difficile. Se poi intendi che mancano due minuti alla fine, siamo sopra e non si rischia un'ostruzione da dietro, va benissimo, ma quello fa parte della concretezza della situazione. Come mentalità, invece, io penso che se andiamo sopra o sotto e ci snaturiamo, la partita ce la complichiamo da soli. Quindi, escluse le situazioni contingenti, la scelta sarebbe no; poi magari il campo ci dice di sì, perché entrano in ballo altri fattori».
È lo stesso motivo per cui da settimane insiste sulla pazienza?
«Esatto, è il motivo per cui tutti noi da un mese stiamo dicendo che avremo delle difficoltà, che ci vuole pazienza, che soffriremo e sbaglieremo, con la grande speranza di crescere piano piano e costruire qualcosa di importante. Questo è il macropiano. Poi c'è il micropiano: noi domani vogliamo andare dentro e vogliamo andare in Europa, non è che ci possiamo fermare di fronte alle difficoltà. Ce la dobbiamo giocare a tutti i costi, poi accetteremo tutto, ma dopo esserci giocati al cento per cento delle nostre possibilità attuali. Se si parla di un periodo, ci diamo tutte le giustificazioni del mondo; se si parla della singola partita, non ci diamo giustificazioni. Noi domani entriamo dentro per andare avanti, perché vogliamo entrare in Europa: se non ci riusciamo, deve essere solo perché loro sono stati più forti di noi, non per demerito nostro».
Chi giocherà davanti, Scamacca o Krstović?
«Se la difficoltà del mio lavoro fosse scegliere fra due giocatori che secondo me sono in crescita tutti e due, sarebbero difficoltà benvenute. Stanno facendo bene, soprattutto nell'ultima partita: una gara molto pulita, senza perdere mai un pallone, da parte di Scamacca; una gara vigorosa da parte di Krstović. Quindi questo è un finto problema. Sono due giocatori in crescita, e nell'arco della stagione sarà il momentaneo stato di condizione fisica dei due ragazzi a decidere chi giocherà qualche minuto in più e qualche minuto in meno. Dobbiamo avere anche la forza di preparare uno special team, perché ogni tanto, in certe situazioni, potrebbero giocare anche insieme».
Un Sarri lucido e a tratti ruvido, che rifiuta gli alibi sulla singola partita ma li concede al percorso, e che affida il messaggio più forte alla distinzione tra macropiano e micropiano: la costruzione richiede tempo, la qualificazione no. In mezzo, la sua idea di calcio ribadita senza sconti, a partire da quella parola — gestire — che a Bergamo non vuole sentire.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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