Davide Bombardini è una di quelle figure che mettono d’accordo due piazze senza forzature. Doppio ex di Atalanta e Bologna, ha vissuto stagioni importanti con entrambe le maglie, lasciando un ricordo fatto di affidabilità e spirito di gruppo. Per lui il Bologna è stato casa nel senso più profondo: nato a Imola, ha vissuto la Curva del Dall’Ara da tifoso prima ancora che da calciatore. Bergamo, però, dove ha giocato dal 2005 al 2007 (52 presenze e 3 gol), resta un capitolo speciale, vissuto con un’intensità tale che non se ne sarebbe mai andato se non fosse stato per il richiamo del cuore rossoblù. Alla vigilia della sfida, l’ex centrocampista nerazzurro si racconta a TuttoAtalanta.com senza filtri.
Davide, facciamo un passo indietro: come arrivasti a Bergamo?
«Giocavo nella Salernitana in B. Ero praticamente un giocatore del Torino, sembrava tutto fatto. All’ultimo momento si inserì l’Atalanta. L’anno prima avevo segnato un gol contro il Perugia di Colantuono e il mister, nel frattempo approdato a Bergamo, mi voleva a tutti i costi. Scelsi l’Atalanta perché ero convinto fosse la piazza giusta per tornare in A. E non mi sbagliavo: salì anche il Toro, ma con la Dea ero sicuro al cento per cento di farcela».
Promozione immediata e poi un ottimo campionato in A con il record di 50 punti.
«Eravamo una squadra vera. Dopo aver vinto la B, con l'innesto di due o tre pedine e senza stravolgere l'ossatura, riuscimmo a fare benissimo anche nella massima serie».
Merito anche di Stefano Colantuono.
«A Bergamo ha scritto pagine importanti: promozioni, addii, ritorni. È un allenatore a cui la piazza è legatissima per tutto quello che ha dato».
Il ricordo più bello in nerazzurro?
«Tutti i giorni, sinceramente. È stata una cavalcata bellissima. Ma la festa promozione del 2006 resta indelebile. Al di là dei risultati, quello che mi porto dentro è il gruppo: stavamo bene insieme, ci divertivamo. E poi vivere il Centenario del 2007 è stato un privilegio».
Sei tornato a ottobre per l’inaugurazione della statua dell’Europa League. Che effetto ti ha fatto?
«Una grande emozione. I tifosi bergamaschi sono fantastici: anche se il club ha raggiunto vette mondiali, non dimenticano mai chi ha fatto parte della sua storia. Vedere l'Atalanta così in alto è bellissimo. Anche se le strade si dividono, resti sempre tifoso. Bergamo è stata casa mia, torno sempre volentieri».
Oggi di cosa ti occupi?
«Lavoro nel settore immobiliare. Ho lasciato il calcio non per un motivo specifico, ma perché ho preferito seguire un'altra passione che avevo già quando giocavo. Ho appeso le scarpette al chiodo e ho cambiato vita».
Lasciasti Bergamo solo perché ti chiamò il Bologna?
«Sì. Bologna era il mio sogno da bambino. Sono di Imola, andavo in Curva. Quando si presentò l’opportunità non potei dire di no».
Bologna è stata "casa", ma è stata anche pesante?
«Sono stati i tre anni più intensi della mia carriera, ma anche i più difficili mentalmente. Sono andato per vincere la B e l'abbiamo vinta all'ultima giornata. L'anno dopo ci siamo salvati in A all'ultima giornata. Ho vissuto con l'ansia perenne».
Sentivi più responsabilità degli altri?
«Sì, perché ero del posto. Avevo tanti amici tifosi e non staccavo mai. A casa, al bar, ovunque si parlava del Bologna. Ero connesso 24 ore su 24, non riuscivo a spegnere la testa come facevano gli altri».
Se non ci fosse stato il Bologna, saresti rimasto all’Atalanta?
«Assolutamente sì. Sarei rimasto».
Immaginavi all'epoca che l'Atalanta sarebbe diventata una big europea?
«No, è stata una sorpresa incredibile. Un percorso nato quasi per caso, con Gasperini che all'inizio era in bilico. Da lì è nato un ciclo irripetibile. Un po' come è successo a Bologna con Mihajlovic, poi Thiago Motta e ora Italiano. Nessuno avrebbe scommesso sulla Champions, eppure è successo».
Due favole calcistiche?
«Sì, ma favole costruite col lavoro, non col caso. Dietro ci sono programmazione, scelte giuste e giocatori valorizzati».
L'Atalanta post-Gasperini ha faticato. Era inevitabile?
«Credo che l'addio sia stato una scelta del mister. Gasperini ha capito che il ciclo era al culmine e ha preferito lasciare da vincente. È intelligente. Atalanta e Bologna oggi sono realtà consolidate che se la giocano alla pari con le big storiche, e questo è frutto di un lavoro di squadra che va oltre il singolo allenatore».
Vale anche per questa stagione di transizione?
«Ci sta non arrivare sempre tra le prime quattro. Ma l'Atalanta è sempre lì, a ridosso. Queste società non hanno l'obbligo di vincere a tutti i costi, il che permette di lavorare con tranquillità. Certo, i tifosi si sono abituati bene, ma bisogna essere realisti: restare sempre al vertice è difficilissimo».
Oggi il Bologna è davanti. Le due rose si equivalgono?
«Secondo me sì. Pochi punti di differenza non definiscono chi è più forte. Certo, l'Atalanta ha più esperienza a certi livelli e questo nei momenti chiave può pesare».
Che idea ti sei fatto dell’Atalanta attuale?
«È sempre una squadra fastidiosa, capace di battere chiunque. E poi mi fa piacere che sia arrivato il mio amico Raffaele Palladino, con cui ho giocato alla Salernitana».
Come vedi il suo impatto?
«Raffaele è empatico, ambizioso, un grande lavoratore. Doveva arrivare già in estate, secondo me. Da quando c'è lui la squadra è migliorata nettamente. È la soluzione migliore per l'Atalanta».
Che partita ti aspetti sabato?
«A viso aperto. Sono due squadre che corrono, giocano e hanno identità. Nessuna delle due scenderà in campo per difendersi. Sarà una bella sfida».
Conta di più per l'Atalanta?
«Forse un filo di più per i nerazzurri, che devono inseguire in classifica. Ma i punti pesano per entrambe».
Chi toglieresti al Bologna?
«Più che un singolo, temerei il collettivo. Poi chiaro, Castro è una spina nel fianco costante, ma la forza vera è il gruppo».
Dove vedi le tue due ex squadre a fine anno?
«Non faccio pronostici per scaramanzia (ride, ndr). Ma ti dico una cosa: se devo pensare a due outsider credibili per lo Scudetto in futuro, penso proprio ad Atalanta e Bologna. Sono le uniche che potrebbero rompere l'egemonia delle solite note. Sarebbe fantastico per il calcio italiano».
Le parole di Davide Bombardini restituiscono l’immagine di due Club che, partiti da storie diverse, hanno saputo costruire percorsi solidi e paralleli. Atalanta e Bologna non sono più sorprese, ma certezze del nostro calcio. Nel suo racconto c’è l'affetto per le radici rossoblù e la gratitudine per la parentesi orobica: due case diverse, vissute con la stessa intensità da un uomo che ha saputo farsi amare ovunque.
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