C'è una regola non scritta che accompagna i grandi allenatori dogmatici: quando cambiano panchina, si portano dietro qualcuno che il loro calcio lo parla già da fluente. Maurizio Sarri lo ha fatto per tutta la carriera — Hysaj e Valdifiori a Napoli, Jorginho al Chelsea — perché un sistema complesso come il suo ha bisogno di traduttori in campo, di uomini che diffondano la dottrina senza bisogno di troppe spiegazioni. Ed è esattamente in questa logica che va letto il primo nome in cima alla lista difensiva dell'Atalanta: Mario Gila, ventisei anni, centrale spagnolo cresciuto nel Real Madrid e già pretoriano del Comandante negli anni laziali. Non un acquisto qualsiasi, ma una scelta di grammatica: il difensore ideale per guidare una linea a quattro tutta nuova, perché quella linea Gila l'ha già interpretata sotto lo stesso maestro.
Stiamo parlando di principi, non di semplici caselle da riempire. Il passaggio dalla difesa a tre di Gasperini alla zona a quattro di Sarri è la trasformazione più profonda di tutta questa rivoluzione, e l'Atalanta è pronta a spingersi oltre i venti milioni proprio perché un reparto da reinventare ha bisogno di un punto fermo che conosca a memoria lo spartito. L'urgenza, peraltro, si è fatta più acuta del previsto: l'infortunio muscolare rimediato da Isak Hien con la Svezia ha tolto a Sarri uno dei pochi centrali su cui contava, rendendo la ricerca di un difensore non più un lusso ma una necessità. Gila, dal canto suo, non chiude affatto: una Lazio senza coppe europee e senza ambizioni di vertice non è il contesto che un ventiseienne di scuola Real sogna, e l'idea di ritrovare il tecnico che lo ha valorizzato esercita un richiamo evidente.
Il problema, come sempre, sta nei numeri e nelle resistenze altrui. La Lazio valuta il giocatore almeno venticinque milioni e per ora fa muro, complice anche la concorrenza agguerrita del Napoli e di diversi club stranieri. Per smussare la parte cash, la Dea valuta di inserire contropartite tecniche come Daniel Maldini, Kamaldeen Sulemana o El Bilal Touré, quest'ultimo di rientro dal prestito al Besiktas. È la classica architettura di scambio con cui Cristiano Giuntoli ama lavorare, quella che permette di abbassare l'esborso e al tempo stesso di alleggerire una rosa che, cambiando pelle tattica, dovrà necessariamente cambiare anche alcuni interpreti. Non tutti i giocatori di Gasperini saranno giocatori di Sarri: è la legge ferrea di ogni rivoluzione, e questa non fa eccezione.
Sull'altro fronte, quello del centrocampo, la logica è la stessa ma l'ostacolo è di natura diversa. Resta vivo l'interesse per Pierre-Emile Hojbjerg, il danese in uscita da un Marsiglia alle prese con guai finanziari e quindi costretto a far cassa: il cartellino sarebbe sostenibile, ma il suo ingaggio da circa sei milioni rappresenta un muro non banale per le politiche salariali nerazzurre. Lo stesso discorso vale per lo svincolato Franck Kessié, seguito da vicino anche dalla Juventus. Ed è qui che conviene essere onesti su un punto che a Bergamo si conosce bene: l'Atalanta può permettersi cartellini importanti grazie al tesoretto delle cessioni, ma sugli stipendi ha sempre mantenuto una disciplina quasi monacale, e non sarà Sarri a farle cambiare filosofia. Il cantiere di Sarri è apertissimo, con il regista Gaetano già ben avviato e i tasselli che cominciano a comporsi. Ma costruire una squadra attorno a un'idea precisa significa anche accettarne i vincoli. E il vincolo, qui, ha un nome chiaro: si chiama monte ingaggi.
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Autore: Lorenzo Casalino / Twitter: @lorenzocasalino
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