C'è una firma discreta dietro l'operazione che ha portato Kerim Alajbegović alla Juventus, e non compare su nessun contratto: è quella di Miralem Pjanić, che in una lunga intervista concessa a La Gazzetta dello Sport ha ricostruito il proprio ruolo nella corsa vinta dai bianconeri sul talento bosniaco classe 2007. Un'accelerazione che ha lasciato al palo mezza Europa, Chelsea compreso: i Blues, forti di 369,5 milioni investiti sul mercato, hanno incassato anche la sconfitta nell'amichevole di Hong Kong contro la squadra di Luciano Spalletti, osservata dal diciottenne a bordo campo.

IL RUOLO DI PJANIĆ - L'ex regista di Roma, Juventus e Barcellona rifiuta però l'etichetta del mediatore. Il legame con la famiglia del ragazzo viene prima di tutto, e da lì è nato tutto: «Io non sono un agente e non ho fatto nulla di speciale: mi sono limitato a esprimere la mia opinione con sincerità». Il merito, nella sua ricostruzione, resta ai dirigenti bianconeri, capaci di convincere un giocatore che aveva sul tavolo proposte economicamente superiori. Una precisazione che vale più di una smentita: Miralem Pjanić si tiene fuori dalle dinamiche di procura, ma non nasconde di aver detto la sua al padre del giocatore.

PERCHÉ LA JUVE E NON LA PREMIER - La scelta italiana, spiega, nasce da una maturità superiore all'anagrafe e da un contesto familiare solido. Cresciuto in Germania e lanciato definitivamente in Austria, al Salisburgo, il bosniaco ha però sempre guardato con attenzione alla Serie A. E il peso specifico del marchio ha fatto il resto, con la sintesi che l'ex numero 5 affida a una frase secca: la Juve è sempre la Juve.

IL TALENTO DI ALAJBEGOVIĆ - L'occhio se l'era formato seguendo le nazionali giovanili bosniache, molto prima che il ragazzo diventasse un nome internazionale contro l'Italia nello spareggio mondiale. Già a Natale ne parlava agli amici italiani, colpito da una combinazione rara di leggerezza e sangue freddo. Poi c'è la specialità della casa: «Ho un debole per il suo tiro, secco e preciso. Se vede la porta, non ci pensa due volte». O segna, o comunque scompiglia le difese avversarie: è questo, per Pjanić, il tratto che lo rende già oggi un problema per chiunque.

IL PARAGONE CON DYBALA - I 30 milioni più 5 di bonus versati al Bayer Leverkusen richiamano un precedente pesante: i 40 milioni spesi al Palermo nel 2015 per Paulo Dybala, compagno di Pjanić a Torino. L'ex centrocampista non si sottrae al confronto ma lo maneggia con cautela: «Speriamo che Kerim possa imitare Paulo». La tipologia di investimento è la stessa, il verdetto lo darà il campo. Il potenziale, aggiunge, è da carriera di primissimo livello, a patto di restare umili e di non caricare il ragazzo di aspettative premature.

IL CONSIGLIO E IL FATTORE SPALLETTI - Il suggerimento consegnato al connazionale è di quelli elementari e proprio per questo efficaci: «Di pensare solo a mettersi le scarpe, ascoltare Spalletti e divertirsi». Alla Juventus, avverte, si respira il peso dei campioni che hanno indossato quella maglia, e gli alti e bassi arriveranno, come arrivarono a lui agli inizi. Le priorità immediate sono due: conoscere lo spogliatoio e imparare in fretta l'italiano. Sull'allenatore il giudizio è entusiasta, forte dei sei mesi vissuti insieme a Roma: avere un tecnico di quel livello, per un giovane di talento, è una fortuna rara.

LA COPPIA CON YILDIZ - Il tema più stuzzicante riguarda la convivenza con Kenan Yıldız, e qui l'ex bianconero non ha dubbi: «Benissimo, parlano la stessa lingua calcistica: i giocatori di qualità si trovano con naturalezza». Alajbegović, precisa, è un offensivo puro capace di muoversi lungo tutto il fronte d'attacco, e sarà Spalletti a trovargli la collocazione ideale. Sul numero di maglia, il 17 già di Mario Mandžukić, nessuna dietrologia: era semplicemente libero. Il suo 5, oggi sulle spalle di Manuel Locatelli, resta invece un piccolo aneddoto privato: giorni fa il ragazzo gli ha mandato la foto di un allenamento con quella maglia addosso, la stessa che Pjanić gli aveva regalato anni prima tramite un amico.

SCUDETTO E MERCATO - Sei anni senza tricolore sono un'attesa lunga, e l'ultimo titolo bianconero coincide con la sua militanza torinese. La fiducia, però, resta intatta: nelle persone che lavorano nel club e in una proprietà rimasta la stessa per oltre un secolo. Adesso, sottolinea, la palla passa ai giocatori, con la consapevolezza che a inizio agosto molto dipenderà da come si chiuderà la sessione. Dopo Randal Kolo Muani, che conosce già l'ambiente, sul dualismo tra Joshua Zirkzee e Pellegrino preferisce non pronunciarsi, limitandosi a una certezza: Douglas Luiz troverà in Spalletti il tecnico giusto per rilanciarsi. Un'operazione, quella per il bosniaco, che ha ridisegnato le gerarchie del mercato offensivo in Serie A.

IL CAPITOLO VLAHOVIĆ - Chiusura sul serbo, ancora senza squadra dopo l'addio a Torino. Nessun paragone possibile con il diciottenne: Dušan Vlahović ha ventisei anni, è uomo fatto e sa gestirsi da solo. Poi un ragionamento generale, che dice di aver applicato per primo a se stesso: «per rilanciarsi al top, a volte meglio rinunciare a qualcosina pure a livello economico». Un mercato partito in ritardo per via del Mondiale complica tutto, ma il messaggio resta chiaro.

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Sezione: Le Altre di A / Data: Gio 06 agosto 2026 alle 08:15
Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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