Il Cesena affida la propria stagione ad Alessandro Diamanti, un nome che a Bergamo suona familiare: prima di diventare allenatore, il trequartista di Prato ha vestito anche la maglia nerazzurra. Oggi il suo nuovo capitolo comincia dalla Serie B, con una parola d'ordine ereditata direttamente dalla tesi discussa a Coverciano, quella «sana follia» che lui traduce come il bisogno di ogni professionista di far passare dal gioco la passione che lo ha portato fin lassù.

LA PARENTESI ALL'ATALANTA - L'incrocio con la Dea risale al gennaio 2016, quando l'allora fantasista arrivò a Bergamo nel mercato invernale: sedici presenze in Serie A e una rete, in un semestre breve ma sufficiente a inserirlo nell'albo degli ex nerazzurri che oggi il calcio italiano ritrova in panchina. Un passaggio che rende la sua avventura romagnola una di quelle storie da seguire anche dall'ombra della Dea.

LA TESI DI COVERCIANO - Il filo conduttore del suo pensiero è la difesa dell'entusiasmo in un ambiente che tende a comprimerlo. Tecnica e tattica, sostiene, le trasmettono tutti: la differenza la fa il coinvolgimento reale in ciò che si fa, dentro un contesto positivo e con l'atteggiamento giusto. Non a caso, dice, la scommessa non è stata solo del club romagnolo: di proposte sul tavolo ne aveva altre. Un percorso partito nel 1989 sui campi e passato per tutte le categorie del mondo, prima di approdare alla sua prima panchina italiana di prima squadra.

I MODELLI: GUARDIOLA, ANCELOTTI, KLOPP - Nel bagaglio ci sono studio e curiosità. Diamanti ha analizzato i lavori di Pep Guardiola, Carlo Ancelotti e Jürgen Klopp, ricavandone una convinzione netta: il rapporto umano viene prima di tutto, in un mestiere che l'ambiente calcio rischia di disumanizzare, e sono i calciatori a salvare la panchina degli allenatori. Con il tecnico catalano, racconta, un anno fa si era aperta una possibilità di collaborazione poi tramontata per altre scelte, ma il tempo trascorso al suo fianco resta un capitale. C'è poi il debito verso Pierpaolo Bisoli, suo maestro ai tempi di Prato e uomo che a Cesena ha lasciato pagine importanti: uno dei pochissimi, ammette, ad avergli fatto capire davvero cosa significhi la professionalità. Da qui la sua massima sul mestiere: «Un bravo allenatore ti cambia la carriera, un grande allenatore ti cambia la vita».

IL CALCIO DI DIAMANTI - Sul piano tecnico rifiuta la logica dei moduli, che considera superata, e ragiona per principi: calcio aggressivo e propositivo, con una variabilità che dipende dalle situazioni. Il resto è carattere. Da combattente e fantasista qual è stato, mette il coraggio come requisito d'ingresso – secondo quanto raccolto da La Gazzetta dello Sport – e non ammette sfumature: «chi non ne ha, con me non gioca». Sul rapporto tra dati e sensazioni la sintesi è altrettanto ruvida: la tecnologia aiuta, ma alla fine bisogna fidarsi dello stomaco e dell'occhiometro, perché le emozioni nessun software le legge al posto dell'allenatore.

IL RITORNO A CASA - Resta il tema del risultato, che Diamanti considera la conseguenza del lavoro settimanale e non il suo giudice unico: se la squadra ha lavorato bene, una sconfitta non deve cancellare il sorriso. Sa che la cadetteria è terreno scivoloso, ma si dichiara orgoglioso del gruppo e impaziente di cominciare, lasciando alla società il compito dei rinforzi. E sul salto dall'Australia alla Romagna il giudizio è già scritto: laggiù viveva da re, ma ricominciare in Italia, dove tutto è nato, ha tutt'altro sapore.

Sette allenatori esordienti in questa Serie B, e uno di loro porta a Cesena il vocabolario della libertà. La cadetteria, che raramente perdona, saprà dire presto se la sana follia è una teoria o un metodo.

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Sezione: L'angolo degli ex / Data: Mer 05 agosto 2026 alle 09:45
Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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