C'è una differenza enorme tra insegnare uno spartito a chi non sa leggere la musica e farlo a chi un altro spartito lo conosce a memoria, nota per nota, da nove anni. Il primo parte da zero; il secondo deve prima disimparare, e disimparare è sempre più faticoso che imparare. Maurizio Sarri, ufficializzato ieri pomeriggio come nuovo allenatore dell'Atalanta dopo tre settimane di accordo congelato per soli motivi logistici, si trova esattamente nella seconda condizione. Eredita un gruppo che per quasi un decennio ha respirato il calcio di Gian Piero Gasperini — difesa a tre, uomo contro uomo, corsa e muscoli — e deve convertirlo a una grammatica opposta: il 4-3-3, il palleggio, la zona, il regista come figura attorno a cui ruota tutto. Non è un cambio di modulo. È un cambio di religione.
Stiamo parlando di principi, non di disegni tattici sulla lavagna. Il reparto più sollecitato sarà la difesa, perché il tecnico di Figline Valdarno alla fase difensiva dà un'importanza quasi ossessiva, e ogni difensore — da Hien in giù — dovrà reimpostare il modo stesso di gestire la linea e lo spazio. È un lavoro da cantiere, non da ritocco, e una rivoluzione che riparte da fondamenta nuove ha bisogno di una cosa che il calendario, quest'anno, concede col contagocce: tempo. Le squadre di Sarri sono storicamente diventate davvero sue nella seconda metà della prima stagione. È successo a Napoli, dove al terzo anno sfiorò lo scudetto con un record di punti; è successo alla Lazio, portata al secondo posto al secondo tentativo. Solo la Juventus non capì che il meglio doveva ancora arrivare, e lo liquidò dopo un Tricolore vinto al primo colpo. L'Atalanta, invece, sa come si fa: diede fiducia anche a un Gasperini zoppicante nelle prime settimane, e quella pazienza fruttò nove anni di meraviglie.
Il problema è che il tempo, questa volta, ha una scadenza scritta in rosso. Il 20 agosto l'Atalanta aprirà la stagione con l'andata del playoff di Conference League, e lo farà da prima testa di serie assoluta della competizione, forte degli 84 punti di ranking UEFA che valgono il coefficiente più alto tra tutte le partecipanti. In un altro momento dell'anno sarebbe un ostacolo abbordabile. A fine agosto, no: il playoff nasconde più di una trappola, perché un avversario tecnicamente modesto può colmare il divario con la sola corsa, mentre una corazzata dal motore ancora freddo rischia di pagare dazio. È il paradosso crudele di questa estate nerazzurra: la squadra che ha più bisogno di tempo è anche quella chiamata prima di tutte a scendere in campo per qualcosa che conta davvero.
C'è poi la questione degli uomini-chiave, quelli che traducono il pensiero del tecnico al resto del gruppo. Sarri in passato si è sempre portato appresso i suoi scudieri — Hysaj e Valdifiori a Napoli, Jorginho al Chelsea, Croce per gran parte della carriera — non fenomeni, ma diffusori della dottrina. Dalla Lazio difficilmente ne arriverà uno: chi non è avanti con l'età ha altre destinazioni o costa troppo. A Bergamo, insomma, bisognerà davvero partire da zero, e la Conference da testa di serie diventa un obiettivo concreto, non un fastidio da sbrigare. Una buona notizia, in mezzo a tutto questo, c'è: Sarri non è uomo da disperarsi per l'assenza della Champions. Non ama le coppe a oltranza, si concentra sul campionato, e quando ha avuto una squadra costruita per una competizione europea — il Chelsea del 2018-19 — l'Europa League l'ha vinta. La rivoluzione delle scrivanie è completata. Quella vera, sul rettangolo verde, comincia adesso. E ha meno tempo di quanto vorrebbe.
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Autore: Lorenzo Casalino / Twitter: @lorenzocasalino
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