C'è una regola che ogni impiegato di banca impara il primo giorno: i patrimoni non si improvvisano, si costruiscono con versamenti piccoli e costanti, e l'interesse composto fa il resto. Maurizio Sarri, che alla Banca Toscana ha timbrato il cartellino per vent'anni prima di scegliere la panchina, si è presentato al Centro Bortolotti di Zingonia esattamente così: senza promettere il montepremi, ma indicando il libretto dei versamenti. «Voglio vedere una squadra che lavora durante la settimana». Il primo deposito dell'era nerazzurra si chiama lavoro, e chi conosce il personaggio sa che non è una formula di circostanza: è l'unica valuta che accetta.
Attorno a lui, al gran completo, la proprietà: patron Antonio Percassi con Stephen Pagliuca, l'ad Luca Percassi e il ds Cristiano Giuntoli, il sodale ritrovato dei tempi di Napoli, quello che gli ha già confezionato — parole del tecnico — «un grande regalo» portandogli Gianluca Gaetano. E qui apro una parentesi biografica che spiega più di mille lavagne: Sarri, napoletano di nascita, è cresciuto bambino a Castro, nella Bergamasca, e lui stesso l'ha ricordato con un pudore raro nelle presentazioni: «Un po' come se si chiudesse un cerchio». Chiusa la parentesi: il forestiero che arriva a Bergamo, in realtà, sta tornando.
Il cantiere tattico è dichiaratamente aperto. Il 4-3-3 come matrice ma non come dogma, il 4-2-3-1 come variante concreta, Samardžić già provato in una posizione nuova, Scalvini laboratorio ambulante da testare come centro-destra o centro-sinistra, Kolašinac da riadattare esterno. E poi la frase che a Bergamo pesa come una sentenza d'inventario: su Scamacca, «è un centravanti forte, ma sono convinto che abbia le caratteristiche per fare di più». Non è una carezza, è un'ipoteca: il potenziale inespresso, per uno come Sarri, non è un complimento ma un debito da riscuotere. Con la collaborazione del ragazzo, ha aggiunto. Tradotto: lo sportello è aperto, ma il conto è cointestato.
Due passaggi, poi, valgono più del resto. Il primo riguarda Ederson: il timore confessato non era la permanenza, ma «con quale testa il ragazzo potesse rimanere», e la risposta del brasiliano — grande voglia di restare, dice il tecnico, che lo battezza pilastro — è la prima vittoria di una stagione non ancora cominciata. Il secondo riguarda il vivaio, guardato da vicino tra le doppie sedute e le notti al Bortolotti: «Alcuni possono giocare in Serie A», ha garantito senza prudenze diplomatiche. Da uno che di solito il credito lo concede col contagocce, è quasi un'esposizione.
C'è stata pure l'autoironia dell'aneddoto — «una volta uno mi disse di venire all'Atalanta e io risposi che ero vecchio» — e la chiusura da filosofo prestato al pallone: «Il viaggio è più bello della meta». Vecchio, lui? Macché vecchio. A 67 anni l'ex bancario ha ancora voglia di aprire conti nuovi. E questo, stavolta, l'ha aperto nella filiale dove da bambino aveva versato i primi ricordi.
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Autore: Lorenzo Casalino / Twitter: @lorenzocasalino
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