Ci sono coincidenze che sembrano scritte da uno sceneggiatore con poca fantasia, e invece le scrive la vita. San Siro è stato inaugurato il 19 settembre 1926; Sandro Mazzola è morto nella tarda serata di ieri, e l'Inter lo ha annunciato alle 0:41, quando il calendario aveva già girato sul giorno del centenario. Aveva 83 anni, e avrebbe compiuto 84 l'8 novembre. Il Baffo ha lasciato lo stadio nel giorno del suo compleanno. Stiamo parlando di un uomo, non di una statistica, ma le statistiche aiutano a capire la statura: diciassette stagioni con una sola maglia, dal 1960 al 1977, quattro scudetti, due Coppe dei Campioni, due Intercontinentali, settanta presenze e ventidue gol in Nazionale, un Europeo vinto nel 1968 e una finale mondiale persa nel 1970 contro il Brasile di Pelé.

Ma la storia di Mazzola comincia prima dei numeri, e comincia male. Suo padre Valentino era il capitano del Grande Torino; il 4 maggio 1949 l'aereo che riportava la squadra da Lisbona si schiantò contro la collina di Superga, e Sandro, sei anni e mezzo, apprese la notizia giocando sotto un tavolo, mentre gli adulti parlavano credendo che non sentisse. Con quel cognome addosso, un cognome che pesava quanto un intero stadio, scelse Milano e l'Inter, e scelse di non essere il figlio di nessuno. Curiosità: il suo debutto in Serie A, il 10 giugno 1961, avvenne per protesta, quando Angelo Moratti impose a Helenio Herrera di mandare in campo la Primavera contro la Juventus. Ma torniamo a lui: da quella partita persa nacque un trequartista che il Mago avrebbe fatto diventare il cervello della Grande Inter, con Suárez, Corso, Facchetti, Picchi. Una squadra che il calcio europeo ha imparato a temere e, molto spesso, a odiare.

C'è un aspetto della sua figura che a Bergamo, dove la parola bandiera è stata pronunciata molte volte in queste settimane, merita una riflessione. Mazzola non ha mai cambiato maglia da giocatore, e dopo il ritiro è rimasto nell'Inter da dirigente, fino a portare a Milano Ronaldo. Non è stato un santo: la rivalità con Rivera, la famosa staffetta del Messico, i rapporti burrascosi con alcune proprietà. Era un uomo con le sue spigolosità, e proprio per questo credibile. La fedeltà, nel calcio di oggi, è quasi sempre un accidente di mercato; nel suo caso è stata una decisione presa a diciassette anni e mantenuta per sessantasei.

Oggi alle 18 l'Inter gioca a Roma la partita che vale la vetta, e ci sarà un minuto di silenzio che nessuno dovrà chiedere. A Bergamo la Dea prepara Torino e, nel suo piccolo, ha appena vissuto un addio di segno opposto, quello di de Roon, che ha lasciato dopo dieci anni una piazza che lo considerava per sempre suo. Non è un paragone: è un promemoria. Le bandiere non le decide il club, non le decide il tifoso, non le decide nemmeno il giocatore. Le decide il tempo, e il tempo, con Mazzola, è stato d'accordo fin dal primo giorno.

Cento anni di San Siro e ottantatré di un uomo che lo ha abitato per quasi tutti: a volte le date sanno quello che fanno.

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Sezione: Copertina / Data: Sab 19 settembre 2026 alle 12:00
Autore: Lorenzo Casalino / Twitter: @lorenzocasalino
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