Alcuni calciatori, una volta appesi gli scarpini al chiodo, continuano a vivere di calcio. Domenico Marocchino, che il pallone continua ad amarlo, ha scelto invece di gustarselo a piccole dosi. Quasi per evitare che diventi un'abitudine. Si definisce, sorridendo, un "giurassico" del calcio e basta lasciarlo parlare per capire perché. Nei suoi racconti ci sono marcature a uomo, ali che oggi non esistono più, fantasia e libertà, ma anche trasferte militari, appartamenti condivisi e un divano sistemato accanto a un tavolo.
Doppio ex di Atalanta e Juventus, Marocchino arrivò a Bergamo nella stagione 1978/79, quella del suo debutto in Serie A e del suo primo gol nella massima categoria, prima di tornare alla Juventus con cui avrebbe conquistato due scudetti e una Coppa Italia, arrivando anche a disputare una finale di Coppa dei Campioni. Ala estrosa, dribbling e fantasia, oggi osserva un calcio profondamente diverso dal suo senza, però, rinunciare all'ironia e, in vista di Juventus-Atalanta, in esclusiva ai microfoni di TuttoAtalanta.com, parte proprio dal presente.
Domenico, guarderà Juventus-Atalanta?
«Penso proprio di sì, perché sono curioso. Sono due squadre in una fase di ri-costruzione e questo rende la partita interessante. Nel calcio è difficile avere una certa continuità se non possiedi una rosa superiore alle altre del 20-30%. L'Atalanta qualcosa di buono l'ha, così come la Juventus. Poi dipenderà tantissimo dai giocatori».
In che senso?
«Si parla sempre degli allenatori, del loro progetto, di come vogliono condizionare una squadra e darle un determinato modo di giocare. Secondo me, però, alla fine contano soprattutto i giocatori che hai, sia nella fase difensiva che in quella offensiva. E l'Atalanta di giocatori ne ha parecchi, a partire da De Ketelaere e Scamacca. Sono loro che devono metterci qualcosa di proprio in più».
Che cosa manca, allora, ad Atalanta e Juventus?
«Forse entrambe non hanno quello che io chiamo lo "smistatraffico" in mezzo al campo. Nella grandissima Juventus, per esempio, c'era Deschamps. Oggi la Juventus ha Locatelli, ma non ha un Çalhanoğlu, un Pirlo, un Pjanić o un Lobotka. Un giocatore con quelle caratteristiche in mezzo al campo. Non è indispensabile averlo, però è sicuramente meglio».
Nell'Atalanta potrebbe diventarlo Gaetano?
«Potrebbe. In questo periodo mi sembra che stiano tornando di moda giocatori di questo tipo. Penso anche a Romano del Cagliari. Sono calciatori che in mezzo al campo sanno dove posizionarsi. Gaetano è un nuovo acquisto e ci vuole tempo. Non è facile. Era facile per Maradona. Per tutti gli altri serve tempo, ma Gaetano potrebbe diventare quel giocatore».
L'Atalanta, secondo lei, ha una rosa all'altezza?
«Siamo ancora all'inizio. Le altre concorrenti per i primi posti sono partite con una marcia diversa, ma a Bergamo sono cambiati allenatore e direttore sportivo. Ogni allenatore porta le proprie idee e ci vuole tempo. Come rosa, però, l'Atalanta, forse anche più della Juventus, ha buoni giocatori. Uno come Ederson, per esempio, la Juventus non l'ha».
Che partita si aspetta?
«Una partita piuttosto pericolosa dal punto di vista psicologico per entrambe. Potrebbe anche succedere che, alla lunga, se nessuna delle due dovesse riuscire a portarla dalla propria parte, possano accontentarsi di un pareggio. Le due rose sono abbastanza simili, anche se in questo momento la Juventus deve fare i conti con alcune assenze di troppo. Entrambe, poi, devono dimostrare qualcosa dopo le ultime prestazioni. Credo che la partita si giocherà molto sul piano psicologico. Io dico sempre che nel calcio c'è una progressività: occhi, cervello e muscolo. La maggior parte dei gol nasce da una disattenzione visiva e poi ci sono, nell'ordine, un'analisi e una giocata fisica sbagliata. Sarà una partita interessante e aperta a ogni risultato».
Secondo lei quanto tempo serve ancora per vedere l'Atalanta di Sarri?
«Secondo me altre quattro partite. Ovviamente dipenderà anche dalle singole situazioni, dalle giocate, dagli errori, dal grado di concentrazione e dalla capacità di prevedere il pericolo. Ce l'ha insegnato proprio la Juventus contro il Sassuolo: non puoi farti sorprendere in contropiede al 94'. Sono situazioni che fanno parte della lettura della partita».
E fin dove può arrivare quest'Atalanta?
«Se Sarri, che stimo molto, riuscirà a trovare il giusto mix, l'Atalanta può arrivare anche tra le prime quattro. Dipenderà molto dall'insieme che riuscirà a creare e naturalmente dalle caratteristiche dei giocatori. Rimane comunque una squadra divertente da vedere, propositiva, con calciatori capaci di metterci qualcosa di personale. De Ketelaere è uno di questi. C'è poi un altro aspetto: secondo me in Italia c'è una sola squadra che può permettersi di essere un po' ballerina in difesa e riuscire comunque a vincere ed è l'Inter. Le altre devono cercare di essere il più ermetiche possibile».
Lei era un'ala, un ruolo che nel calcio di oggi è profondamente cambiato. Esiste ancora un giocatore con le sue caratteristiche?
«No, il mio ruolo praticamente non esiste più. Credo che l'ultimo vero interprete di quel ruolo sia stato Lentini. Sono passati quasi cinquant'anni e nel frattempo è cambiato tutto: i ritmi, i moduli e soprattutto il modo di occupare il campo».
Se però dovesse cercare nell'Atalanta di oggi un giocatore che le piace per quel gusto della giocata, chi sceglierebbe?
«A me piace molto De Ketelaere. È più forte di me, ovviamente. Lui è mancino, mentre io ero destro, quindi siamo diversi, però quando gli arriva il pallone mi fa sempre piacere guardarlo. Sembra quasi che guardi da un'altra parte e poi, invece, s'inventa qualcosa. È piacevole guardarlo giocare. È uno che fa lo slalom gigante con il pallone».
È cambiato completamente anche il modo di difendere rispetto ai suoi tempi?
«Tantissimo. La prima grande rivoluzione è stata il passaggio dalla marcatura a uomo a quella a zona. Ai nostri tempi era proprio uomo contro uomo. Oggi è diverso, c'è una sorta di uomo-zona: il territorio viene occupato in maniera completamente differente. È cambiato il modo di stare in campo e inevitabilmente sono cambiati anche i ruoli».
Lei oggi il calcio lo guarda a piccole dosi: perché?
«Ho fatto l'opinionista televisivo, poi ho preso un po' le distanze. È anche un modo per renderlo più interessante: quel poco che guardi non deve diventare un'abitudine. Io ho sempre vissuto il calcio a modo mio, come divertimento. È probabilmente una predisposizione caratteriale. Ancora oggi ci sono cose che faccio fatica a capire. Siamo diventati troppo intransigenti e c'è una costruzione enorme intorno alla partita. Ci sono perfino più dirigenti che giocatori. C'è lo spettacolo prima della partita, il riscaldamento trasformato in evento. Il calcio è diventato quasi un prodotto hollywoodiano e a me sembra tutto un po' esagerato. Anche la seconda voce che commenta le partite, per esempio, secondo me toglie qualcosa: ci leva un po' d'immaginazione. In certi contesti avere meno informazioni può perfino essere un vantaggio. Se non senti, magari vedi di più. Ai miei tempi era inimmaginabile che un allenatore all'inizio della partita come prima cosa schiacciasse un cronometro per tenere il tempo. Questo meccanismo così matematico un po' mi disturba. Il calcio nasce come espressione di libertà. Il calcio è tanta libertà. È giusto studiare e analizzare, naturalmente, ma oggi secondo me qualche esagerazione c'è».
Facciamo allora un salto indietro. Come arrivò all'Atalanta nell'estate del 1978?
«Ero cresciuto nella Juventus e arrivai all'Atalanta in prestito. Quell'anno, tra l'altro, ero militare. Avevo la sede a Roma, facevamo amichevoli e disputavamo anche un campionato del mondo militare. Mi allenavo pochissimo a Bergamo: spesso partivo il martedì e rientravo il venerdì».
E a Bergamo come viveva?
«Condividevo un appartamento con Cesare Prandelli e Carlo Osti. Io, quando tornavo dal militare, dormivo sul divano perché non c'era posto. Ricordo ancora che quando mi alzavo dovevo stare attentissimo a non dare una craniata contro il tavolo. Era un tinello strettissimo, con il divano praticamente parallelo al tavolo. Vi dico solo che dopo pochi mesi Prandelli preferì tornare a vivere a Orzinuovi e farsi la strada, mentre Osti preferì andare in un collegio (ride, ndr)».
Il 17 dicembre 1978, contro la Fiorentina, arrivò il suo esordio in Serie A. Che cosa ricorda di quel giorno?
«Ricordo soprattutto una battuta. Andrea Orlandini mi disse che aveva avuto più difficoltà a marcare me che Cruijff. Ovviamente era una battuta, però me la ricordo ancora».
Con l'Atalanta arrivò anche il suo primo gol in Serie A, a Vicenza…
«Con i gol non avevo un grandissimo rapporto. La mia pigrizia mi portava a non avere molta voglia di tirare in porta. Preferivo scaricare la responsabilità con un cross. Era proprio il mio modo di giocare».
Quell'Atalanta visse una stagione complicata e alla fine retrocesse. Che gruppo era?
«C'erano, per dirne alcuni, Pizzaballa, Vavassori, Scala, Bertuzzo, Garritano. Era una rosa ampia per quel periodo. Probabilmente, in quegli anni che io definisco un po' "giurassici", l'Atalanta si era ritrovata con tanti giocatori, più di venti. Scala, poi, era incredibile. Era l'unico giocatore capace di mettersi l'abbronzante durante l'allenamento. Era estroso e faceva finte che nessuno capiva, neppure chi era allo stadio».
Lei era cresciuto nella Juventus ed era arrivato all'Atalanta in prestito. Quando venne a Bergamo sapeva già che l'anno successivo sarebbe tornato a Torino?
«No. Dovevo guadagnarmelo sul campo. Non c'era niente di scontato. E quando arrivò il momento di lasciare Bergamo mi dispiacque, perché avevamo creato un bell'ambiente ed eravamo un bel gruppo di compagni. Tutti molto simpatici».
Nel giro di pochi mesi passò dall'Atalanta appena retrocessa alla Juventus di Trapattoni. Che salto fu?
«Era un altro mondo. Passare dall'Atalanta alla Juventus, dove praticamente erano tutti nazionali, significava entrare in una realtà completamente diversa. Il livello era altissimo e l'ambiente diverso».
Poi quattro stagioni alla Juventus con due scudetti, una Coppa Italia e una finale di Coppa dei Campioni. Ma torniamo per un momento a quell'unica stagione bergamasca: dopo quasi cinquant'anni, che cosa le è rimasto soprattutto di Bergamo?
«Una persona: Titta Rota, il mio allenatore. Era una persona eccezionale. E poi Cesare Bortolotti. Erano altri tempi, quelli in cui le società erano costituite da poche persone, ma persone di un certo livello. Sono ricordi ai quali sono rimasto molto legato».
È più tornato a Bergamo?
«Sono tornato per ricordare Ezio Bertuzzo. Era stato mio compagno di squadra e avevamo continuato a frequentarci anche successivamente, quando abitavo a Torino».
Quando lei giocava a Bergamo, l'Atalanta lottava per salvarsi. Negli ultimi anni l'ha vista vincere l'Europa League e stabilizzarsi in Europa: avrebbe mai immaginato allora che quel club sarebbe arrivato a questi livelli?
«Era impossibile immaginarlo allora. Parliamo di un altro calcio e quasi di un'altra Atalanta. Però è sempre piacevole vedere una squadra come questa a certi livelli, soprattutto quando mantiene la capacità di essere propositiva e divertente».
Ma quell'Atalanta che negli ultimi anni aveva costruito un'identità così precisa esiste ancora?
«Il calcio cambia, gli allenatori cambiano e pure i giocatori. Sarri ha le sue idee e ha bisogno del tempo necessario per trasferirle alla squadra. La base però c'è, perché ci sono giocatori di qualità e alcuni hanno proprio quella libertà e quella fantasia che a me continuano a piacere. Per questo dico che, se Sarri troverà il giusto insieme, questa Atalanta potrà ancora divertirsi e far divertire».
Alla fine Domenico Marocchino è forse meno lontano dal calcio moderno di quanto ami raccontare. Non sopporta che il pallone venga trasformato soltanto in numeri, secondi da cronometrare e movimenti da codificare, ma basta sentirlo parlare di De Ketelaere per ritrovare immediatamente l'ala che è stato: quella che aspettava il pallone per inventare qualcosa che gli altri non avevano ancora immaginato. Un ruolo che, dice, oggi non esiste praticamente più e che forse ha avuto in Gianluigi Lentini il suo ultimo vero interprete. Così come è scomparso quel ruolo, è cambiato anche tutto il resto: dalla marcatura rigorosamente a uomo dei suoi anni a quel misto di uomo e zona del calcio contemporaneo. Marocchino lo osserva con curiosità, ma senza rinunciare all'idea che il pallone debba conservare soprattutto una cosa: la libertà. Bergamo, invece, nonostante una sola stagione, gli è rimasta. Dentro ci sono l'esordio in Serie A, il primo gol, la retrocessione, gli amici, il servizio militare, il divano accanto al tavolo e soprattutto il ricordo di Titta Rota e i Bortolotti. Poi arrivò il ritorno alla Juventus, tutt'altro che scontato e conquistato sul campo, e una squadra piena di nazionali con cui avrebbe iniziato a vincere. Oggi, invece, per Domenico Marocchino il calcio resta più bello quando non diventa un'abitudine. E quando gli si lascia ancora la possibilità di sorprendere.
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