Il caso del mancato tesseramento di Giovanni Malagò è diventato una questione di sistema: non riguarda più soltanto la posizione personale del presidente federale, ma la tenuta stessa della governance della FIGC. Tra interpretazioni statutarie e valutazioni politiche, il commissariamento della Federcalcio è un'ipotesi concreta, con conseguenze che toccano il Consiglio federale, la Nazionale e persino il dossier degli Europei.

DA DOVE NASCE IL CASO - Il punto di partenza non è contestato da nessuno: quando depositò la propria candidatura alla presidenza, Malagò non risultava tesserato. A sollevare la questione sono stati i ricorsi presentati da Renato Miele, il terzo aspirante rimasto fuori dalla corsa per mancanza di accreditamento, che ha impugnato l'ammissione sia di Malagò sia di Giancarlo Abete. Sul piano disciplinare il fascicolo personale è stato chiuso, anche perché il diretto interessato non aveva mai dichiarato di possedere una tessera. Ciò che resta in piedi, invece, è un interrogativo ben più pesante: la regolarità della procedura elettorale e il comportamento della Federazione.

IL NODO DELL'ARTICOLO 29 - Tutto ruota attorno a una formula. Lo Statuto federale prevede che alle cariche possano accedere soltanto soggetti «in regola con il tesseramento alla data di presentazione della candidatura», una dicitura mutuata dai Principi fondamentali del CONI. La lettura della FIGC è che "essere in regola" non equivalga a possedere già una tessera; la Procura generale dello Sport, al contrario, ha sostenuto che il requisito implichi un tesseramento valido e attivo. Il destino dell'intera vicenda si decide su questa divergenza interpretativa.

ORA DECIDE IL CONI - C'è un paradosso che complica il quadro: Malagò non è perseguibile disciplinarmente proprio perché, all'epoca dei fatti, si trovava fuori dall'ordinamento sportivo. La palla passa quindi all'ente olimpico, chiamato a stabilire se la Federcalcio abbia violato i Principi fondamentali validando quella candidatura. La Giunta sta raccogliendo pareri legali e, qualora ravvisasse i presupposti, dovrebbe formulare una proposta di commissariamento al Consiglio Nazionale, unico organo titolato a deliberare. Sulle tempistiche circolano indiscrezioni – come ricostruisce TUTTOmercatoWEB – che indicano nel 1° ottobre una possibile nuova riunione della Giunta, senza però alcuna conferma ufficiale.

DECADENZA E COMMISSARIAMENTO - Attenzione a non confondere i due binari. Se il presidente decade, lo Statuto federale è chiarissimo: l'articolo 24, comma 9, prevede che con lui «decade immediatamente l'intero Consiglio federale», aprendo una fase di prorogatio destinata a traghettare il movimento verso nuove elezioni, con i soli poteri di ordinaria amministrazione e di atti urgenti. Il commissariamento è invece un'altra cosa: un intervento straordinario del CONI, attivabile di fronte a violazioni gravi dell'ordinamento sportivo o all'impossibilità di funzionamento degli organi federali. Uno non discende automaticamente dall'altra.

CHI SAREBBE IL COMMISSARIO - Nessun automatismo nemmeno sul nome. È il provvedimento stesso a definire la figura chiamata a guidare la transizione, i suoi poteri e gli obiettivi del mandato. Il precedente più recente è quello del 2018, quando Roberto Fabbricini ereditò le prerogative del presidente, del Comitato di presidenza e del Consiglio federale: un mandato fissato inizialmente in sei mesi e poi prolungato. Tra le ipotesi più accreditate, stavolta, c'è quella di un commissariamento affidato al numero uno del CONI, Luciano Buonfiglio. Quanto alla durata, non esiste un termine standard: i famosi 90 giorni riguardano la procedura federale ordinaria per arrivare all'Assemblea dopo la decadenza degli organi.

IL FUTURO DI MANCINI - La panchina azzurra, invece, non è in discussione. Il commissario tecnico non è una carica elettiva e il suo incarico non cade insieme al presidente e al Consiglio federale: la nomina compete al vertice della Federazione, ma la successiva decadenza di chi l'ha firmata non travolge il contratto. Un eventuale commissario, se dotato dei poteri presidenziali, potrebbe in teoria procedere a un cambio, senza però alcun obbligo. E la storia recente è eloquente: fu proprio la gestione straordinaria del 2018 a portare Roberto Mancini sulla panchina della Nazionale.

IL PARADOSSO MALAGÒ - C'è poi lo scenario che più di ogni altro racconta l'anomalia di questa vicenda: lo Statuto del CONI non vieta espressamente di affidare il ruolo di commissario proprio a Malagò, che tra l'altro non sarà nemmeno deferito. Il commissario è una figura straordinaria scelta dall'ente olimpico, non un presidente eletto secondo le procedure dell'articolo 29. Sul piano normativo, dunque, l'ipotesi non può essere esclusa a priori, per quanto singolare appaia. Diverso il discorso su un eventuale ritorno alle urne: nulla gli impedirebbe di ripresentarsi, a patto di regolarizzare il tesseramento prima del deposito, ma la mappa dei consensi è cambiata. Diversi club di Serie A tra i suoi grandi elettori, da Inter e Roma fino ad Atalanta e Juventus, non hanno nascosto perplessità sui primi tre mesi di gestione, e il tesseramento c'entra poco o nulla.

EURO 2032 NON È IN DISCUSSIONE - Ultimo capitolo, il più delicato sul piano internazionale. La co-organizzazione dell'Europeo con la Turchia non verrebbe meno per effetto di una decadenza o di un commissariamento: la Federazione continuerebbe a esistere e il commissario ne assumerebbe tutti gli impegni, torneo compreso. Il vero fronte aperto è un altro e riguarda gli stadi e gli obblighi sottoscritti con la UEFA: entro ottobre 2026 i due Paesi dovranno indicare i dieci impianti definitivi, cinque ciascuno.

Restano, sullo sfondo, le ragioni di opportunità politica. Che in una partita così, spesso, pesano quanto i codici.

© Riproduzione Riservata

Sezione: Serie A / Data: Gio 17 settembre 2026 alle 21:42
Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
vedi letture