Eljif Elmas si è raccontato a tutto tondo in una lunga intervista concessa a Il Corriere di Bergamo, alla vigilia dei suoi ventisette anni e a poche settimane da un trasferimento chiuso in poche ore. Ne esce il ritratto di un calciatore che ha un'idea precisa di sé, ma che ha imparato a metterla da parte quando serve alla squadra.

IL NUMERO DIECI CHE NON C'È PIÙ - La sua vocazione è dichiarata senza esitazioni: «Vorrei giocare tutte le partite da numero 10». Un'ambizione che convive però con la consapevolezza di quanto il calcio contemporaneo chieda altro: «Sono un classico numero 10 dei vecchi tempi, ma ora purtroppo bisogna adattarsi a più ruoli». E la disponibilità arriva fino all'estremo, con una battuta che è anche una dichiarazione di servizio: «se serve, faccio anche il terzino». Per lui è semplicemente una questione di intelligenza calcistica: mettersi a disposizione e capire cosa chiede l'allenatore.

LA SFIDA TRA DUE FILOSOFI - Sul confronto in arrivo il macedone individua subito la chiave più affascinante, quella delle panchine: «Interessante, veniamo entrambe da una sconfitta, sarà un bel confronto tra due tecnici filosofi a cui piace il calcio». Un modo elegante per inquadrare la sfida contro la Juventus, che mette di fronte due squadre reduci da un passo falso.

SARRI, UN NOME DA CURRICULUM - Il rapporto con l'attuale allenatore è nato già con le idee chiare, perché il suo calcio lo conosceva bene: «È un piacere lavorare con lui». E c'è di più, perché il jolly offensivo attribuisce a questa esperienza un valore che andrà oltre la carriera in campo: poter scrivere di essere stato allenato dal tecnico toscano, dice, conterà anche dopo il ritiro. Un riconoscimento che pesa.

IL RITORNO DI SPALLETTI - Nella sua carriera c'è però anche un altro tecnico destinato a incrociarlo da avversario: «Con lui ho un rapporto speciale, ci sentiamo spesso». Non un allenatore facile da decifrare, ammette, ma l'intesa tra i due si è creata immediatamente ai tempi partenopei. Rivedere Luciano Spalletti dall'altra parte del campo sarà, per lui, un piacere.

NESSUNA GUERRA PER IL POSTO - L'affollamento nel tridente, con l'arrivo dell'esterno inglese, non lo preoccupa minimamente: «Ma non c'è competizione. Io sostengo i miei compagni, per me è importante vincere e perdere insieme». Con una precisazione che chiarisce l'ambizione personale: l'unico risultato che gli interessa è il successo.

L'INTESA CON KESSIE - C'è un compagno con cui il feeling è scattato in fretta, e la spiegazione arriva con una risata: «Non mi aspettavo si creasse una così bella energia tra me e lui, è divertente e intelligente come me». Un'affinità caratteriale che con Franck Kessie è nata quasi subito dentro lo spogliatoio.

IL BLITZ DI FINE AGOSTO - Sull'operazione che lo ha portato in Lombardia il 22 agosto, il centrocampista riconosce il merito della dirigenza: «La trattativa è stata segreta grazie al lavoro di Percassi e Giuntoli, hanno creduto subito in me». Quanto alla formula con diritto di riscatto, nessuna ansia da prestazione: si dice convinto che sia un'esperienza destinata a farlo crescere e chiude con una previsione ottimistica, «secondo me accadranno belle cose».

LA LEZIONE DI LIPSIA - Nel percorso c'è una stagione che ha fatto male, quella tedesca del 2024, trasformata però in un punto di svolta: «A Lipsia ho capito che non basta lavorare una volta al giorno, devi fare sempre di più e credere in te stesso anche quando gli altri non lo fanno». Il bilancio si chiude con una frecciata misurata verso chi non ha saputo valorizzarlo: «mi dispiace per loro che non l'hanno capito».

DALLA PASTICCERIA AL CAMPO - Le radici raccontano un'adolescenza senza scorciatoie in Macedonia del Nord, divisa tra scuola, allenamenti, compiti, lezioni d'inglese e il lavoro nella pasticceria del padre. Nessun accompagnatore, nessun trattamento di favore: «Nella mia famiglia nessuno mi portava agli allenamenti, andavo da solo in bici o in pullman». Da lì la sintesi di un percorso costruito da zero: «Ho fatto sacrifici per il mio sogno e ho creduto in me stesso. Anche quando ero l'unico a farlo».

IL DESTINO CHIAMATO NAPOLI - C'è un dettaglio familiare che assume i contorni della predestinazione. Il padre, guardando le partite italiane trasmesse in patria, si era appassionato a Maradona; il figlio, anni dopo, è finito proprio in quella città per sette stagioni: «ho sempre detto che era destino».

LA FEDE E IL RAMADAN - Un capitolo che non intende negoziare è quello religioso. Musulmano sunnita, osserva il digiuno anche durante la stagione: «L'ho sempre fatto. Ci sono allenatori che si innervosiscono, ma è la mia religione e ci tengo». Ammette che a volte la fatica si sente, ma la scelta resta.

BERGAMO, UNA CASA NUOVA - L'impatto con la città è stato positivo, pur nella differenza rispetto alla piazza precedente: «i tifosi sono calorosi, gentili: mi sono sentito accolto». Città Alta lo ha conquistato, e da amante dei dolci ha trovato un motivo in più per sentirsi a proprio agio.

DOVE PUÒ ARRIVARE LA DEA - La chiusura è una dichiarazione di fiducia, accompagnata da un invito alla calma: «Ha tanta qualità e gente seria, serve pazienza per il cambio di sistema». La convinzione, però, è netta: la squadra è già forte e nei mesi a venire lo diventerà ancora di più.

Un dieci per vocazione che accetta di fare altro. E che a Bergamo si è già sistemato.

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Sezione: Primo Piano / Data: Sab 19 settembre 2026 alle 00:45
Autore: Daniele Luongo
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