Un inedito assoluto in campo, ma un incrocio di destini in tribuna. Atalanta e Chelsea non si sono mai sfidate, eppure il legame è profondissimo. Nel 1998, un diciassettenne Luca Percassi sbarcava alla corte di Vialli e Zola: un'avventura breve con gli scarpini, ma fondamentale per costruire la filosofia che oggi ha reso grande la Dea. TuttoAtalanta.com riavvolge il nastro e ripropone un'intervista profetica di Sky Sport a cura di Massimo Marianella.
IL RAGAZZINO TRA I GIGANTI - Domani sera, alla New Balance Arena, la storia scriverà una pagina bianca: nessun precedente ufficiale tra la Dea e i londinesi. Ma per l'Amministratore Delegato atalantino, quella maglia blu evoca ricordi che sanno di gioventù e di sogni. Bisogna tornare indietro al 1998. Luca Percassi, allora promettente difensore di 17 anni, lasciò le giovanili nerazzurre per accettare la chiamata del Chelsea. Non una squadra qualunque, ma quella "italiana" di Gianluca Vialli (allenatore-giocatore), di Gianfranco Zola, di Di Matteo. La sua esperienza inglese si chiuse con poche presenze (una in FA Cup, poi vinta, e una in Coppa di Lega), ma fu un master accelerato di vita e di calcio.
LA VISIONE DI UN PREDESTINATO - Il giovane Luca mostrava già una lucidità disarmante, anticipando di anni l'esplosione della Premier League (allora non ancora il campionato egemone) e tracciando quelle linee guida sui vivai che sarebbero diventate il marchio di fabbrica dell'Atalanta dei giorni nostri.
L'EVOLUZIONE INGLESE - Alla domanda su cosa lo avesse spinto a partire, Percassi rispondeva con la maturità di un veterano: «Il grande nome Chelsea, il fatto che già italiani come Vialli, Zola, Di Matteo fossero qua, mi ha spinto a prendere questa possibilità». Ma è l'analisi sul sistema a sorprendere: «È un calcio in evoluzione. Basta vedere il Chelsea che 7-8 stagioni fa lottava per la salvezza, adesso è considerata una delle squadre più forti in Europa. Avere la possibilità di lavorare con questi grandi campioni ti fa crescere».
IL MANIFESTO SUI GIOVANI - Il passaggio più significativo, quasi un manifesto programmatico della futura gestione Percassi a Bergamo, riguarda il settore giovanile. Mentre l'Italia iniziava a trascurare i vivai, l'Inghilterra investiva. «Sono convinto che il giovane affiancato ai giocatori di esperienza dia sempre all'interno del gruppo qualcosa in più a livello di stimoli e fame» spiegava il diciassettenne Luca. E citava un esempio che oggi è storia: «Basta vedere il Manchester United: sembra giocare con una facilità estrema, ma se si guardano i Beckham, Giggs, Scholes sono tutti giocatori nati nel vivaio, cresciuti anche con l'opportunità di sbagliare all'inizio».
LA LEZIONE ALL'ITALIA - L'intervista si chiude con una critica al sistema italiano che suona incredibilmente attuale, o che forse spiega perché l'Atalanta oggi sia un modello virtuoso in controtendenza. «È sbagliatissimo non puntare sui giovani perché sono loro il futuro» sentenziava Percassi. «Un giocatore di esperienza arriva a 30, 32 anni, poi anche a livello di stimoli è finito. Il giovane ha sempre voglia, cattiveria che lo porta a migliorare ogni giorno. In Italia si investe sempre meno e si cresce sempre meno nei vivai, mentre qui si va a vedere anche il giovane all'estero per crearselo poi in casa». Parole di un ragazzo del '98 che, vent'anni dopo, avrebbe applicato quella lezione per portare l'Atalanta nell'Olimpo del calcio.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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