Giovane, preparata e con le idee chiarissime. AnnaPia Panassidi è una delle voci emergenti del giornalismo sportivo italiano. Catanese di nascita, milanese d’adozione, la venticinquenne ha costruito il suo percorso passo dopo passo, senza scorciatoie, partendo dalla gavetta sul campo fino ad arrivare alla redazione di Sportitalia, dove oggi segue da vicino dinamiche di mercato, campionati e grandi eventi internazionali. Addetta stampa della Folgore Caratese, in serie D, la dolce AnnaPia, con i suoi modi semplici e veri racconta il calcio in modo misurato, informato e affidabile e in un ambiente in cui spesso l’immagine può diventare una leva, invece di puntare su ciò che è immediato, ha scelto un’altra strada, fatta di contenuti, studio e credibilità. Una scelta consapevole che le ha permesso di conquistare spazio e attenzione e di conquistare il pubblico.
AnnaPia, da Catania a Milano. Ti sei trasferita per lavoro?
«Sì, mi sono trasferita a Milano per lavorare a Sportitalia - confida, in esclusiva, ai microfoni di TuttoAtalanta.com -. In realtà già collaboravo con Sportitalia prima del trasferimento: scrivevo articoli per il sito, ma lavorando da remoto, da casa, a Catania. Poi si è presentata l’occasione giusta: ho parlato con quello che oggi è il mio direttore e lui mi ha detto “sì, certo, vieni a Milano”. Da lì è iniziata quest’avventura».
Era quello che sognavi?
«Sì, assolutamente. Avevo fatto il workshop di Sportitalia l’anno prima, a settembre 2022. In quell’occasione arrivai quarta nella classifica generale. A differenza dei primi due, che solitamente vengono inseriti subito in redazione con un contratto da stagisti, Michele (Criscitiello, ndr) fu molto chiaro: in quel momento storico servivano telecronisti e quindi per me non c’era spazio. Però la porta non si è mai chiusa. Il workshop è finito e io ho a dicembre ho iniziato a collaborare per il sito. All’inizio scrivevo articoli. Un po’ di tutto, ma soprattutto calcio».
È un sogno che avevi fin da bambina?
«Diciamo che intorno ai 13 anni avevo già le idee chiare: volevo fare la giornalista sportiva».
Da dove nasce questa passione?
«Quella per il giornalismo è nata in modo abbastanza casuale ed è una storia semplice, ma molto carina da raccontare. In seconda media feci una gita negli studi Rai della mia città: in realtà una succursale, quindi una stanza molto piccola, ma da bambina mi sembrava una cosa gigantesca. A organizzare la gita fu la professoressa di religione, che non faceva le solite lezioni sul Vangelo. In quell’occasione realizzammo un cortometraggio sulla nascita di Gesù ambientato ai giorni nostri, raccontata come una notizia al telegiornale. Io avevo il ruolo della giornalista e quell'esperienza mi colpì. Non era male. Anzi. Perché non pensarci?».
E lo sport quando entra in gioco?
«Ho sempre praticato ginnastica artistica, che ho amato moltissimo. E poi c’era il calcio, grazie a mio padre, che ne è sempre stato un grande appassionato. Il classico papà che spera nel figlio maschio per trasmettergli la passione per la squadra del cuore, ma peccato per lui, ha avuto due figlie femmine. Però è riuscito comunque nel suo intento perché entrambe adoriamo il calcio».
Hai fatto studi mirati?
«Ho frequentato il liceo scientifico sportivo e all’università ho scelto Lettere. Poi, quando è arrivata l’occasione di Sportitalia, l’ho colta al volo».
Quando sei arrivata a Milano?
«Nel luglio 2023, avevo appena compiuto 23 anni».
Come l’hanno presa i tuoi genitori?
«Un po’ male e un po’ bene. Io, senza dire nulla a nessuno, avevo saputo che si era liberato uno spazio a Sportitalia e ho contattato direttamente Michele. Gli dissi che già scrivevo per il sito e che avevo lasciato la redazione catanese con cui collaboravo, una realtà che mi ha formato tantissimo e alla quale sarò sempre grata perché mi ha permesso di seguire il Catania da vicino e di fare esperienza sul campo, perché se Milano, poi, è stata la vera palestra, è lì che ho fatto la gavetta, sui campi dove capisci davvero che il calcio non è solo quello che vedi in TV, ma tant’altro. Zaino in spalla, telecamera in mano, facevo tutto da sola. Calcio e basket. Ma quando il direttore di Sportitalia mi disse che si poteva fare, fu un sogno. Certo, dire a mamma e papà che due settimane dopo sarei partita per Milano non è stato facile. Sono rimasti un po’ spiazzati. Da una parte erano felicissimi, perché sapevano che era quello che volevo fare; dall’altra c’era un po’ di preoccupazione».
Col senno di poi, sei soddisfatta? È stato difficile all’inizio?
«Paradossalmente, forse è più complicato adesso. All’inizio è tutto bello: nuova vita, nuovo lavoro, nuove emozioni. Ti senti piccola in un contesto enorme, ma sei talmente carica che tutto sembra facile. Poi pian piano ti adatti, cresci e inizi a volere sempre di più. Io sono una persona molto ambiziosa. Quando raggiungo un obiettivo, faccio fatica a godermelo perché penso già al prossimo».
Quindi consiglieresti a un giovane che sogna questo percorso di lasciare casa e rischiare?
«Sì, assolutamente. Io dico sempre: andate, rischiate. Rischiate tanto. Alla fine, se va male, si può sempre tornare indietro. Non è una porta che si chiude per sempre. I miei genitori nei momenti di sconforto, quando mi mancano o quando sento di perdermi qualcosa che succede a casa, mi dicono sempre che la porta è aperta, con il rischio, però, di perdere occasioni importanti. C’è sempre un prezzo da pagare. Però sì, io dico sempre che vale la pena correre il rischio».
A Milano non sei solo giornalista di Sportitalia, ma diventi anche addetta stampa della Folgore Caratese, in serie D. Come nasce quest’esperienza?
«In precedenza avevo seguito il Catania nella stagione della Serie D, dopo il fallimento. Era l’anno della promozione e poi del ritorno in Serie C, quello che chiamiamo sempre l’anno della rinascita. Quando sono arrivata in redazione a Milano, a luglio, per Michele, che è una macchina da guerra, con mille idee e mille progetti, era un periodo complicato: aveva ripreso la squadra, ma poi era venuto a mancare suo padre. Un giorno ho visto che la Folgore aveva acquistato un giocatore che conoscevo. Chiacchieriamo e il direttore mi propone di fare l’addetta stampa per il settore giovanile. Una bellissima occasione. Poi, per una serie di coincidenze, mi sono ritrovata a ricoprire il ruolo di addetta stampa anche della prima squadra, ma il primo impatto con la Folgore non lo dimenticherò mai. Fu per il primo Memorial dedicato al padre di Michele, ad Avellino. Lui ci teneva tantissimo e fu emozionante».
A proposito di Folgore Caratese: quest’anno è quello giusto per il grande salto?
«Ci stiamo divertendo tanto e quando succede, spesso le cose funzionano anche. Quindi sì, potrebbe essere l’anno giusto».
Le avversarie più temibili?
«Il Brusaporto fa molta paura, come squadra e come organizzazione. Però secondo me le squadre da battere restano Milan e Chievo».
Qual è il sogno nel cassetto?
«A me piace stare sul campo. È lì che so di rendere al massimo. Nella mia testa mi vedo a bordo campo: è quello che sento più mio. Il sogno è di fare un bordocampo a San Siro».
Intanto, in Inter-Liverpool è arrivata la prima tribuna stampa a San Siro. È qualcosa che non si scorda mai?
«È stata una delle emozioni più forti in assoluto, ma il sogno della mia vita è fare un bordocampo a San Siro. La tribuna stampa è stato un passo enorme, il bordo campo sarebbe il coronamento».
Perché proprio San Siro?
«Per me è lo stadio più emozionante d’Italia - confida -. È la Scala del calcio italiano. Altri stadi sono bellissimi, ma San Siro ha qualcosa che va oltre».
AnnaPia, Sportitalia viene associata all’immagine di ragazze molto belle in redazione. Com’è il clima tra di voi? C’è invidia?
«Io non ne provo. Personalmente non mi sento una persona che mette l’immagine davanti al contenuto. Anzi, spero sempre che arrivino prima le parole, le idee, il lavoro. È vero che per fare questo mestiere serve anche un minimo di egocentrismo, altrimenti non reggi. Ma io sono molto più concentrata sul contenuto che sull’apparire. Spero passi soprattutto quello che so fare. Se poi ci riuscirò o no, lo dirà il tempo».
Anche il tuo modo di comunicare sui social è atipico. La scelta è di mantenere riservata la tua vita privata?
«Sì, anche se, da quando sono a Milano non riesco nemmeno ad averne (ride, ndr). Uso i social soprattutto per raccontare il mio lavoro. Quello mi fa piacere farlo. Poi capita di postare anche altri momenti, ma io preferisco parlare di quello che faccio dal punto di vista lavorativo e non di quello accade fuori».
Nelle ultime settimane hai seguito per Sportitalia la Coppa d’Africa: che impressione ti ha fatto Lookman?
«Mi ha sorpresa. Il Lookman che stiamo vedendo in Coppa d’Africa è quello dei tempi migliori, quello di Dublino. Un po’ mi dispiace per il calcio italiano e soprattutto per l’Atalanta, che l’ha riaccolto dopo tutto quello che è successo. Vederlo con quel guizzo continuo, fa strano se lo confrontiamo con gli ultimi mesi. È anche vero che con Palladino lo abbiamo visto poco. Probabilmente quando avrà maggiore continuità, tornerà a quei livelli. Per me può davvero tornare ai fasti di un tempo».
Ti occupi di calciomercato. Il blitz su Raspadori quanto è davvero improvviso?
«Già a Capodanno c’erano stati dei sondaggi. La differenza l’ha fatta il contratto: a differenza della Roma, l’Atalanta l’ha preso a titolo definitivo. Non è solo un ritorno temporaneo. E poi a Bergamo giocherà la Champions e trova Palladino».
Un acquisto azzeccato per l’Atalanta?
«Secondo me sì. A Napoli lo abbiamo visto spesso come seconda linea, ma quando entrava faceva sempre la differenza. Con Palladino, che per me è uno degli allenatori emergenti più interessanti, se pur ormai affermato a tutti gli effetti, può crescere tantissimo».
Di Lookman che cosa si dice?
«L’arrivo di Raspadori potrebbe essere legato al futuro di Lookman. Viene da pensare che l’Atalanta stia agendo in prospettiva. Lookman probabilmente andrà via, la domanda è solo quando. Magari non subito, magari a giugno, però la sensazione è che l’agonia venga solo allungata. Con Raspadori l’Atalanta si è tutelata in anticipo. Di fatto, ha un possibile sostituto già pronto. La Turchia spinge forte, prima il Fenerbahçe e adesso anche il Galatasaray. È da capire se l’Atalanta vorrà anticipare i tempi o aspettare l’estate. Quel che è certo è che Raspadori lascia due contesti, Napoli prima e Madrid ora, per giocare con continuità».
L’arrivo di Raspadori può aprire a qualche cessione?
«Maldini è sul mercato a prescindere. Non è incedibile e, se dovesse arrivare la chiamata giusta, soprattutto per avere più minutaggio e spazio, è chiaro che il ragazzo partirebbe».
Ci sono altri nomi non incedibili?
«A gennaio, secondo me, no. A oggi, il nome che circola davvero è quello di Maldini».
Dell’Atalanta cosa ne pensi?
«Con Palladino ha ritrovato la quadra. Per me l’unico errore commesso dalla famiglia Percassi è stato la scelta di affidare la squadra a Juric. Non per una questione tecnica e tattica. Serviva qualcuno capace di assorbire il contraccolpo della separazione da Gasperini. Il lavoro che sta facendo Palladino è stato prima di tutto mentale e adesso si vede anche in campo. C’è stata una svolta in tutti, da Scamacca a De Ketelaere, che è tornato a segnare e ha un rendimento altissimo. Palladino l'ha detto più volte: intensità, allenamenti, lavoro tattico. Il cambio di testa è evidente».
L’uomo in più di quest’Atalanta?
«De Ketelaere: quando è in forma, non ce n’è per nessuno, ma anche Scamacca mi piace tantissimo. È un profilo da Nazionale e lo sta dimostrando».
Secondo te Palladino è arrivato tardi all’Atalanta?
«Secondo me sì. Anche perché lui stesso ha detto che l’Atalanta la seguiva da tempo. Che l’aspettava. Era un passo che forse andava fatto prima, saltando direttamente lo step Juric».
Dove può arrivare quest’Atalanta?
«Tranquillamente in zona Europa. Non mi sbilancio sulla Champions, perché quest’anno la classifica è cortissima ed è davvero complicato: sono tutte lì, servirebbe una serie di passi falsi delle altre. Però è senza dubbio in corsa per l’Europa, che sia Europa League o Conference, non mi sento di sbilanciarmi, l’obiettivo è assolutamente alla portata».
Con il Pisa che partita ti aspetti?
«Gilardino deve recuperare terreno con il Pisa, ma deve fare i conti con molte assenze. Non voglio dire che sia tutto facile per l’Atalanta, anche se sembra una partita agevole. All’andata non era stata una partita semplice, ma era un’altra Atalanta, con un’altra faccia rispetto a quella di oggi».
E con l’Atletico Bilbao?
«L’Atalanta in Europa raramente ha deluso. Anzi, ha fatto un cammino quasi perfetto, anche con Juric. Quella mentalità va mantenuta, perché è diventata una caratteristica della squadra, anche se gennaio, tra mercato aperto e voci, lo spogliatoio non è mai completamente sereno. È inevitabile. In certe partite anche i pareggi, che magari in classifica non aiutano tantissimo, non vanno visti come un dramma, ma secondo me l’Atalanta sta facendo talmente bene che riuscirà tranquillamente a rimediare anche qualcosa in più».
Dalle voci di calciomercato ai campi vissuti a bordocampo, AnnaPia Panassidi rappresenta una generazione giovane, ma già matura. Poteva affidarsi all’immagine e invece ha deciso di costruire la propria identità professionale su lavoro quotidiano, competenza e rapporto diretto con il campo. Ne esce un profilo pulito, vero, mai costruito. Disponibile, umano, coerente con il modo in cui racconta il calcio e lo vive. AnnaPia è già lanciata, ma senza fretta e senza forzature. Ed è spesso così che nascono i percorsi più solidi.
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