Roma sullo sfondo, una partita che si avvicina e un legame che, nonostante la distanza, non si è mai allentato. Giorgio Pasotti vive nella Capitale da anni, ma i colori nerazzurri sono rimasti nel suo percorso, pur senza bisogno di essere esibiti. Tra i proponenti della benemerenza cittadina a capitan Marten de Roon, bergamasco cresciuto tra quei pomeriggi allo stadio condivisi con gli amici, oggi l’attore porta con sé un legame che non si è mai interrotto, nemmeno lontano da casa, coltivato nel tempo e mai ostentato. E insieme una grande disponibilità, quella di fermarsi, raccontarsi, concedersi con semplicità e senza costruzioni. Ne viene fuori un ritratto sincero, fatto di equilibrio e appartenenza, in cui il calcio resta ciò che dovrebbe essere: emozione, identità e, prima di tutto, sport.
LE RADICI DELLA PASSIONE E IL MODELLO SOCIETARIO
Dove nasce la sua passione per l'Atalanta? Le è stata trasmessa oppure è nata spontaneamente?
«La mia passione ha radici lontane – confida in esclusiva ai microfoni di TuttoAtalanta.com –, che affondano nell’adolescenza, quando andare allo stadio significava “andare all’Atalanta”. Era un modo per socializzare, per fare le prime esperienze, anche senza avere per forza una passione calcistica spiccata. Era un’esperienza collettiva che si condivideva con tanti amici e amiche. Da lì è nata una passione che poi mi ha accompagnato nel tempo, che nessuno mi ha tramandato, ma cresciuta spontaneamente».
Oggi, vivendo lontano da Bergamo, che rapporto ha con la squadra? Riesce ancora a seguirla da vicino?
«Non vivo a Bergamo da tanti anni, ma continuo a nutrire una grande simpatia e passione. Quando torno, il club della famiglia Percassi m’invita a vedere le partite e ci vado sempre molto volentieri, anche perché è una squadra che mi diverte e che rappresenta perfettamente la mentalità bergamasca: lavoro sottotraccia, perpetuo, continuo, dove poi i risultati si vedono. È una delle poche società con i conti a posto, attenta a ciò che spende e a ciò che deve rientrare. Ormai la compagine nerazzurra è una realtà importantissima del calcio italiano e riesce a regalare emozioni forti anche a chi non tifa per questi colori. In un certo senso, rappresenta quel Davide contro Golia che nello sport ancora esiste e che questa società ben incarna».
IL POST GASPERINI E IL LAVORO DI PALLADINO
Che idea si è fatto del gruppo in questa stagione, soprattutto dopo l’addio a Gasperini?
«La partenza è stata un po’ tentennante. Forse affidarsi inizialmente a Juric non è stata una scelta corretta. Se si fosse data prima fiducia a Palladino, probabilmente oggi avremmo qualche punto in più e saremmo ancora più in alto, magari a lottare davvero per la Champions League. Il dopo Gasperini non è stato azzeccatissimo all’inizio, ma poi la situazione si è sistemata e la squadra è tornata a correre, a giocare e a fare gruppo».
Che impressione le fa Palladino?
«Mi piace molto. Ha una mentalità fresca, giovane, ma allo stesso tempo è molto sicuro delle proprie idee».
Dove immagina possa arrivare la squadra a fine stagione? Sopra o sotto la Roma?
«Mi auguro ovviamente che chiuda il campionato sopra i giallorossi, ma non per una sorta di rivalsa. Gasperini è un allenatore che stimo tantissimo. È una persona che conosco e credo sia uno dei più bravi, e forse anche sottovalutati, allenatori italiani. L'attuale mister della Roma gode della mia più grande stima e secondo me potrebbe fare molto bene anche alla guida della Nazionale, ammesso che lui voglia. Detto questo, se dovessimo finire sopra i capitolini sarebbe un bellissimo risultato, anche perché significherebbe aver lottato fino all’ultimo per un posto in Champions».
La Coppa Italia può essere la strada più concreta per arrivare in Europa?
«È la via più breve, ma non è per questo motivo che dobbiamo sperare di vincerla. Questa squadra deve vincere perché se lo merita. È arrivata in finale più volte senza riuscire a portarla a casa. Speriamo che quest’anno si compia davvero questo miracolo sportivo. Sarebbe bellissimo vedere una realtà di provincia, ma così ben organizzata e ben voluta da tutti, vincere un trofeo tanto importante come la Coppa Italia».
C’è un giocatore che per lei rappresenta più di altri l'identità nerazzurra?
«Sicuramente il capitano Marten de Roon, che oltre a essere un amico è una persona che stimo molto. Si è integrato perfettamente nella comunità cittadina. Ha scelto di vivere a Bergamo e di farci crescere i propri figli. È un punto di riferimento assoluto ormai da anni».
LA SFIDA DELL'OLIMPICO E I VALORI DELLO SPORT
Lei è bergamasco, ma vive nella Capitale: la gara contro la Roma è una partita che sente in modo particolare?
«Non ho particolari ansie. Vivo il tifo e la passione calcistica con moderazione e con uno spirito assolutamente sportivo, senza esagerazioni. Alla fine è uno sport e tale deve rimanere. A volte in Italia si vive il calcio in modo eccessivo, ma io cerco di mantenerlo nella giusta dimensione. Ovviamente spero in una nostra vittoria, ma, in generale, che vinca il migliore, perché questo è lo spirito sportivo».
Vedere Gasperini sulla panchina avversaria fa un certo effetto?
«Dopo così tanti anni è naturale che un allenatore cerchi nuove strade, nuovi stimoli, nuove ambizioni. Il rapporto con l'ambiente e con la società è rimasto intatto, ma era giusto cambiare, anche per una questione di motivazioni. Io sono felicissimo di averlo più vicino a casa. Vivendo anch’io in questa città, è un modo per godermelo di più».
Che clima si aspetta da questa partita, anche considerando il confronto tra le due tifoserie?
«Mi auguro innanzitutto che sia una partita all’insegna dello spettacolo, del rispetto delle regole e del rispetto tra i tifosi. Deve essere una festa, nonostante la competizione e la voglia di vincere di entrambe le parti. Che vinca davvero il migliore. Io ho molti amici romanisti, tifosi sfegatati, che conoscono bene la mia passione nerazzurra. Devo però dire che la nostra è una squadra che generalmente sta simpatica, perché rappresenta ancora una di quelle realtà piccole diventate grandi. Rappresenta un po’ il sogno sportivo e sono tante le persone che ne apprezzano il valore, il lavoro e la gestione sana».
Che immagine dà questo gruppo anche fuori dal campo?
«È una squadra che trasmette valori positivi. Vedo giocatori che rispettano le regole, che non simulano e non si azzuffano continuamente, come invece può accadere altrove. È qualcosa che apprezzo molto».
Quindi stasera farà il tifo per l'Atalanta?
«Sì, farò il tifo per l’Atalanta, magari anche andando allo stadio».
Nel racconto di Giorgio Pasotti c’è un ambiente che resta riconoscibile anche da lontano: nei valori, nel modo di stare in campo e in quello di essere vissuto, senza bisogno di alzare i toni, ma con un legame che continua a trovare spazio, anche a chilometri di distanza. Mentre la gara dell'Olimpico si avvicina, tra amici divisi dal tifo e una città che farà da cornice, resta un’attesa composta, quasi silenziosa. Con un augurio semplice, che a parlare, alla fine, sia solo il campo. E magari, per una sera, che il cielo sopra la Capitale possa avere sfumature nerazzurre.
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