Il calcio continentale si sta piegando di fronte a una forza della natura che in pochissimi, fino a qualche mese fa, avrebbero pronosticato così devastante e implacabile. Al timone del Bayern Monaco c'è Vincent Kompany, l'uomo capace di trasformare la storica corazzata bavarese in uno schiacciasassi senza alcuna pietà. Una furia offensiva e tattica che l'Atalanta guidata da Raffaele Palladino ha dovuto purtroppo testare in prima persona sulla propria pelle, incassando ben dieci reti complessive in un doppio confronto europeo che ha estromesso in malo modo i bergamaschi dalla competizione, prima che la stessa spietata sorte, punita con un pesante passivo di sei gol, si abbattesse sul blasonatissimo Real Madrid.
L'INTUIZIONE DI GUARDIOLA E LA SCELTA BAVARESE - Il passaggio di testimone sulla panchina tedesca dopo il turbolento addio di Thomas Tuchel era inizialmente avvolto da una fitta nube di scetticismo. Affidare un club di tale caratura e con un'ossessione perenne per la vittoria a un profilo ritenuto giovane e inesperto sembrava un vero e proprio salto nel buio. Eppure, dietro questa mossa azzardata si celava la sapiente regia occulta di Pep Guardiola. L'ex dirigente Karl-Heinz Rummenigge svelò infatti le trame di quelle frenetiche settimane: «Abbiamo parlato con Guardiola e ci ha espresso pareri estremamente positivi su Vincent. Pep ci ha dato una mano, hanno lavorato insieme al Manchester City, è stato il suo capitano e lo ha anche seguito come allenatore». Una pesante investitura che inserisce di diritto l'ex difensore nella prolifica dinastia degli allievi "guardioliani", al fianco di profili come Enzo Maresca, Mikel Arteta e quel "mini Pep" di Erik Ten-Hag, senza dimenticare collaboratori attuali come Kolo Touré, vecchia conoscenza dei tempi di Roberto Mancini in Inghilterra.
LA GAVETTA TRA LUCI E OMBRE IN INGHILTERRA - Prima di incantare la platea di Monaco e raggiungere le semifinali di Champions League e DFB Pokal, il percorso manageriale del tecnico belga ha attraversato tappe intensissime. L'esordio romantico nell'Anderlecht con la complessa veste di giocatore-allenatore lo aveva inizialmente costretto a fare un parziale passo indietro, cedendo temporaneamente il timone a Simon Davies. Appese definitivamente le scarpette al chiodo, la maturazione è avvenuta alla guida del Burnley: una cavalcata trionfale in Championship dominata con cento punti, seguita però da un amarissimo e immediato ritorno in seconda serie l'anno successivo a causa di un penultimo posto in Premier League. Un'altalena di emozioni che non ha intaccato la purezza delle sue idee di calcio dominante.
LA MACCHINA TATTICA E IL FUROR OFFENSIVO - I numeri registrati oggi in Baviera fotografano una realtà letteralmente spaventosa: centocinquantasette reti messe a referto in appena quarantasei partite, un primato assoluto e inarrivabile nei cinque maggiori campionati europei. Il segreto del successo (già sublimato dalla vittoria in Bundesliga e in Supercoppa di Germania) risiede in un 4-2-3-1 asfissiante, progettato per dominare il possesso palla, imprimere un'intensità feroce e puntare sulla riaggressione immediata. La tenuta fisica straripante impedisce agli avversari di respirare. L'orchestra è incastonata su meccanismi perfetti: la diga a centrocampo è affidata alle geometrie di Joshua Kimmich e Aleksandar Pavlovic, mentre sulle corsie esterne l'estro infinito di Michael Olise, Luis Diaz e Serge Gnabry innesca in continuazione l'istinto killer di Harry Kane. Il tutto impreziosito dalle folate di Jamal Musiala, il cui enorme potenziale è stato frenato solo da qualche noia fisica di troppo.
L'apprendista ha definitivamente svestito i panni dell'allievo per indossare quelli dello spietato maestro, dimostrando a tutta Europa che per sedersi sul tetto del mondo non serve la carta d'identità, ma una fame inesauribile e idee rivoluzionarie.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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