PSG
SAFONOV, voto 6
Debutto da titolare in una finale di Champions League, traguardo che già di per sé misura uno status. L'avvio è traumatico: incassa il gol di Havertz nei primissimi minuti, un colpo che avrebbe potuto destabilizzare chiunque. Regge psicologicamente, gestisce le situazioni successive con sufficiente solidità e nella lotteria dagli undici metri rimane spettatore non chiamato a intervenire: nessun rigore parato, nessun intervento decisivo. Decoroso.
HAKIMI, voto 6,5
Recuperato in extremis dopo un'assenza che sembrava precludergli la finale, copre l'intera partita più i supplementari con una tenuta fisica che racconta quanto questo appuntamento contasse. L'apporto offensivo è limitato rispetto agli standard che lo hanno reso uno degli esterni più temuti d'Europa, ma la sua presenza nella struttura difensiva garantisce equilibrio e il contributo definitivo arriva dal dischetto, dove trasforma il suo rigore con la sicurezza di chi non conosce il tremore. Concreto.
MARQUINHOS, voto 5,5
Centoquattro minuti di ordinata gestione difensiva, poi un'amnesia che pesa quanto l'intera partita: il gol di Havertz nasce da un suo errore in posizionamento, una lettura sbagliata che concede al tedesco lo spazio per infilarsi e colpire. È l'episodio che condiziona il copione della finale. Il resto è da capitano navigato, ma certi errori nei palcoscenici più grandi non si cancellano con la sufficienza. Opaco.
Dal 106' BERALDO, voto 6,5
Entra nei supplementari senza che la gara gli chieda particolari ardimenti sul piano del gioco. Si rende utile nell'unico contesto che conta davvero: segna il quinto rigore della serie, quello che consegna la seconda Champions consecutiva al PSG. Nei grandi momenti, basta fare la cosa giusta. Decisivo.
PACHO, voto 6
Non è irresistibile nell'azione che produce il gol di Havertz: il suo intervento su una corsa che poteva essere intercettata prima lascia qualche interrogativo. Per il resto amministra con ordine e senza scosse una serata che, difensivamente, non si rivela mai davvero difficile. Né protagonista né corresponsabile: esiste, e in certi frangenti basta. Ordinato.
NUNO MENDES, voto 5
La versione umbratile di un giocatore che nelle sue serate migliori è semplicemente tra i migliori al mondo nel suo ruolo. Rinuncia alle fiammate sulla corsia sinistra che ne definiscono il profilo e si limita a una prestazione di contenimento che non lo rappresenta. La chiosa è amara: sbaglia il rigore che avrebbe potuto riaprire la serie, firmando l'unica battuta a vuoto dagli undici metri del PSG. Spento.
NEVES, voto 6
Chiamato a rilevare le responsabilità di Vitinha quando il portoghese è costretto al cambio per infortunio, risponde con personalità e applicazione. Non è il suo registro naturale fare da perno della manovra, ma si adatta con intelligenza, abbassando i rischi e garantendo continuità di circolazione. Un apporto misurato, senza lampi, ma solido nel momento in cui la squadra ne aveva bisogno. Affidabile.
VITINHA, voto 6,5
Quando il PSG di Luis Enrique respira, è quasi sempre perché Vitinha ha trovato il tempo giusto per smistare. Regia ordinata, letture preventive nella pressione avversaria, presenza costante nella costruzione: il centrocampo parigino si regge in larga parte sulla sua capacità di orchestrare senza concedere sbavature. Un gol sfiorato nel momento di maggiore intensità. Il guasto muscolare che lo porta fuori ai supplementari è la nota stonata di una serata altrimenti da protagonista silenzioso. Prezioso.
Dal 106' ZABARNYI, SV
FABIÁN RUIZ, voto 6
Seconda finale di Champions in sequenza da titolare, e per la seconda volta il compito assegnatogli da Luis Enrique è quello del faticatore di lusso: coprire spazi, interrompere transizioni, liberare campo per chi ha più fantasia. Lo esegue con la disciplina di chi conosce il proprio ruolo e non ha bisogno di conferme. Senza infamia e senza lode, ma quelle partite si vincono anche così. Funzionale.
Dal 95' ZAIRE-EMERY, voto 6
Entra a inizio supplementari per portare freschezza in un centrocampo già consumato da novanta minuti ad alta intensità. Il contributo non è brillante, ma la gestione del ritmo nei momenti di maggiore pressione dell'Arsenal rivela una maturità che va oltre l'età anagrafica. Ordinato.
DOUÉ, voto 6,5
Nel primo tempo complicato e volutamente prudente del PSG, è il più coraggioso dei tre davanti: cerca il contatto, prova a scardinare la linea difensiva londinese con movimenti in profondità. Non sempre brillante nella riuscita, ma costantemente presente nell'intenzione. Dagli undici metri non trema: rigore trasformato con la disinvoltura di chi non aveva bisogno di aspettare quel momento per dimostrare carattere. Vivace.
DEMBÉLÉ, voto 7
Per oltre un'ora è oggettivamente il peggiore dei suoi, invisibile nel primo tempo, impreciso nelle scelte, fuori dal match. Poi, con la pressione che sale e il PSG ancora sotto, trova il gol dell'1-1 su calcio di rigore: un penalty caricato di un peso enorme, tirato con il coraggio di chi a quei momenti non si sottrae mai. Esce per infortunio prima dei supplementari, ma quella rete cambia la storia della serata. Coraggioso.
Dal 90'+6' GONÇALO RAMOS, voto 6,5
Il subentro è tardivo e la partita non gli offre spazi veri per incidere sul gioco. Ma nei supplementari gestisce il pallone con intelligenza posizionale e ai rigori apre la serie con una trasformazione fredda, quasi chirurgica, che dà il tono giusto all'intera sequenza. Glaciale.
KVARATSKHELIA, voto 7
Il georgiano è il catalizzatore di tutto ciò che il PSG riesce a produrre nella metà campo avversaria: ogni pallone che arriva sui suoi piedi è preceduto da almeno una marcatura in più, spesso due, eppure trova il modo di creare il rigore che riporta in parità i parigini e rimette in equilibrio una finale che stava scivolando via. Esce prima del novantesimo, strappato da un problema fisico, e i supplementari riflettono la sua assenza. Imprescindibile.
Dal 83' BARCOLA, voto 5,5
Il pallone buono arriva: uno contro il portiere, possibilità di segnare il gol che avrebbe chiuso la finale nei supplementari. Lo spreca. Non è il tipo di errore che si dimentica facilmente, e la serie dagli undici metri non lo vede nemmeno coinvolto come rigorista. Sprecone.
LUIS ENRIQUE, voto 7,5
Ripropone dieci undicesimi dell'undici che un anno fa alzò la coppa contro l'Inter, atto di rispetto per una squadra che sa come si vince nelle notti decisive. La partita però non segue il copione immaginato: il PSG va sotto dopo pochi minuti, fatica a costruire nel primo tempo, rientra all'intervallo in svantaggio con la consapevolezza che qualcosa non funziona. L'intervallo diventa il momento della svolta: i suoi escono dal tunnel trasformati, sfruttano il rigore del pari e cavalcano la classe di Kvara fino all'infortunio. Perde Kvaratskhelia e Dembélé prima del tempo, gestisce i supplementari senza follie tattiche e ai rigori vede i suoi trasformare quattro su cinque. Due Champions consecutive: si scrive la storia. Storico.
ARSENAL
RAYA, voto 6,5
La difesa londinese lo protegge con cura per centoventi minuti, concedendogli una serata quasi priva di interventi richiesti. Incassa il rigore dell'1-1, ma è una situazione sulla quale non ha colpe. Nella lotteria dagli undici metri para il tiro di Nuno Mendes, mantenendo viva la speranza dell'Arsenal fino all'ultimo penalty. Non basta, ma la responsabilità non è sua. Reattivo.
MOSQUERA, voto 4
Schierato per contenere piuttosto che spingere, assolve il compito per un'ora abbondante con discreta disciplina posizionale. Poi, in un momento di relativa quiete, in una situazione che non richiedeva nessun intervento eroico, si fa prendere dall'ansia e commette il fallo da rigore su Kvaratskhelia che costa all'Arsenal l'1-1. Un errore di ingenuità pura che cambia l'inerzia della partita e la storia della finale. Difficile dimenticarlo.
Dal 66' TIMBER, voto 6
Meglio del compagno che sostituisce in quasi tutti i fondamentali: presidia la corsia destra con attenzione, non perde le misure e prova anche qualche discesa ordinata. L'ingresso migliora la squadra. Solido.
SALIBA, voto 6,5
Dirige il reparto arretrato con l'autorità di chi non ha ancora trent'anni ma gioca già da veterano. Le letture preventive sugli inserimenti parigini sono impeccabili, la gestione della palla è pulita anche in situazioni di pressione alta. Il migliore della difesa londinese senza discussioni. Imponente.
GABRIEL, voto 4,5
Partita di grande sostanza fino al novantesimo, con Saliba come scudo e complemento ideale nella difesa a quattro dell'Arsenal. Poi arriva il dischetto: il suo rigore si perde fuori, consegnando matematicamente la coppa al PSG. È crudele, perché la prestazione fino a quel momento non meritava quell'epilogo, ma certi errori nelle finali restano. Maledetto.
HINCAPIÉ, voto 6
Preferito a Calafiori nella scelta di Arteta, risponde con una prestazione sufficiente sul piano difensivo. Cresce la fatica nel finale e nei supplementari quando Hakimi trova più coraggio sulla corsia opposta, ma nel complesso la sua partita è da promosso. Adeguato.
RICE, voto 6,5
Giganteggia nella zona nevralgica del campo per novanta minuti e oltre: intercetta, aggredisce, copre, serve. Ogni volta che il PSG prova a verticalizzare, trova davanti a sé un ostacolo fatto di tempi di intervento perfetti e fisicità ben dosata. Dagli undici metri non sbaglia, anche lui. Il problema è che non basta. Onnipresente.
LEWIS-SKELLY, voto 6
Prova equilibrata del giovane numero 49: non cerca la giocata ad effetto, non la sbaglia nemmeno. Mantiene l'intensità per l'intera durata regolamentare senza cali visibili, gestendo con discreta intelligenza le situazioni di uno contro uno sulla fascia. Maturo.
Dal 91' ZUBIMENDI, voto 6
Porta freschezza atletica in un centrocampo che ne aveva bisogno nei supplementari. Non brilla, ma tiene il campo senza scompensi. Ordinato.
SAKA, voto 5
Una delle poche delusioni nell'undici di Arteta. Azionato a intermittenza, soffre la densità del centrosinistra parigino e raramente riesce a mettere in moto le sue qualità di dribbling e cross. Troppe imprecisioni nelle scelte, poca continuità nel contributo offensivo. Una finale che non lo vede protagonista. Evanescente.
Dal 83' MADUEKE, voto 5,5
Qualcosa in più rispetto a Saka in termini di presenza e dinamismo, ma i margini per incidere si restringono man mano che la partita si allunga. L'ingresso non cambia l'inerzia. Insufficiente.
ØDEGAARD, voto 6
Tra le linee non riceve molti palloni puliti da gestire, ma quando li trova li smista con la precisione millimetrica che è il suo marchio di fabbrica. Non è la serata della sua miglior versione, ma la qualità del tocco e la scelta del passaggio mantengono sempre un livello rispettabile. Elegante.
Dal 66' GYÖKERES, voto 6
Ha pochi palloni giocabili in novanta minuti abbondanti di gara, ma quello che conta di più lo sfiora: un colpo di testa nei minuti finali dei supplementari che per un soffio non vale la finale. Dagli undici metri fa il suo. Vivo.
TROSSARD, voto 6
Qualità tecnica e applicazione tattica: partecipa all'azione del vantaggio di Havertz con movimenti intelligenti e quando la partita richiede sacrificio difensivo non si tira mai indietro. Una delle prestazioni più complete dell'Arsenal, nel silenzio di chi non ruba la scena ma lavora per costruirla. Generoso.
Dal 83' MARTINELLI, voto 6
Ingresso con pochi spazi e ancora meno tempo. Chiamato come rigorista risponde con freddezza. Presente.
HAVERTZ, voto 7
L'uomo delle finali che non delude mai le finali. Come due anni fa al Wembley con il City, anche a Budapest segna il gol che apre le danze, infilando Safonov con un movimento che tradisce una lettura del tempo d'anticipo eccezionale. Stavolta però il gol non basta: il PSG pareggia su rigore e ai supplementari la storia prende un'altra direzione. Una prestazione da protagonista assoluto, anche se il finale è amaro. Pungente.
Dal 91' EZE, voto 5
Arteta lo lancia nei supplementari cercando imprevedibilità. Non la trova. Il suo rigore sbagliato è il primo degli errori dal dischetto che consegnano la coppa al PSG: pesante, difficile da assorbire. Sprecato.
MIKEL ARTETA, voto 6,5
In una stagione che ha già regalato il titolo di Premier League dopo ventidue anni di attesa, arrivare a giocarsi la finale di Champions rappresenta un'impresa che pochi avrebbero firmato a inizio campagna. Il piano-partita è quasi perfetto: Arsenal compatto, vantaggio immediato, difesa impenetrabile per un'ora. Poi l'ingenuità di Mosquera e il rigore di Dembélé cambiano il copione, e i supplementari rivelano una squadra senza benzina per sfondare. Scelte di cambio discutibili nell'ordine dei rigoristi, con Eze protagonista del primo errore fatale. Resta l'amarezza di un'opportunità sfumata, ma la direzione intrapresa è quella giusta. Incompiuto.
© Riproduzione riservata
Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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