Lo conosceva da vicino, come pochi altri. Francesco Guidolin è stato un calciatore di Osvaldo Bagnoli nel Verona degli anni Ottanta, quello degli albori, prima del tricolore: un dettaglio che ancora oggi porta con sé un pizzico di rammarico. Bagnoli si è spento venerdì a 91 anni e domani pomeriggio, nella Basilica di San Zeno, si celebreranno i funerali. Abbiamo chiesto proprio a Guidolin di raccontare il "suo" mister: «Era una persona straordinaria e un allenatore speciale. Non gli interessavano le apparenze. Lo ricordo ai raduni estivi in sandali, calzoncini e maglietta: meraviglioso».

L'ARRIVO A VERONA - Estate 1981: Bagnoli approda sulla panchina scaligera e trova in rosa un centrocampista di 25 anni. Guidolin ricorda i colloqui individuali che il tecnico volle con ciascun giocatore: «Io ero timido e riservato, un po' come lui, e trovai la forza di dirgli: "Mister, credo di essere una persona che dà il massimo se viene responsabilizzata". Lui mi squadrò e mi scelse come capitano». Ne uscì la stagione della vita: promozione in Serie A, otto gol da trequartista alle spalle delle punte. «La mia migliore annata, non avrei più giocato così bene. Aveva la grande qualità di mettere tutti nei posti giusti».

GLI ANEDDOTI DI UN UOMO SCHIVO - Il carattere del maestro emerge dai particolari. «Una volta arrivò all'allenamento, noi lo salutammo e lui non rispose: non per maleducazione, ma perché era fatto così, parlava poco e a voce bassa, bisognava aguzzare le orecchie. Mi ha insegnato a parlare con i silenzi, che a volte dicono più di tante parole». C'era poi la capacità di trasmettere fiducia con niente: prima di una gara, notando l'assenza di un mancino per i corner, Guidolin lo fece presente e Bagnoli replicò: «Fallo tu, sei destro, ma sai usare benissimo anche il sinistro». Piccole cose che, ammette l'ex tecnico, «ti fanno sentire importante».

LA CESSIONE E LA LEZIONE - Nell'estate 1982, promozione ottenuta, Guidolin dovette fare le valigie per l'arrivo del brasiliano Dirceu. E lì – ricorda l'ex allenatore a La Gazzetta dello Sport – uscì la statura umana del mister: «Provò a opporsi, disse ai dirigenti che c'ero io. Niente da fare. Mi chiamò nel suo stanzino e senza mai distogliere lo sguardo mi disse: "Francesco, in questo momento mi sento tanto piccolo nei tuoi confronti. La società ha fatto una scelta e io non posso più garantirti il posto"». Una scena mai dimenticata: «Da allenatore mi sono sempre ricordato che ai giocatori bisogna parlare chiaro, dire la verità faccia a faccia».

IL RIMPIANTO SCUDETTO - Guidolin tornò a Verona nel 1983-84, ma un ginocchio rotto a Bologna lo aveva cambiato: due partite e via, ceduto al Venezia in C2. Quando nel 1984-85 gli scaligeri conquistarono quel tricolore leggendario, lui non c'era più: «Rimpianti? Sì, chiaro. Se non mi fossi fatto male, in quel Verona avrei potuto ritagliarmi un posto».

IL MAESTRO IN PANCHINA - Non stupisce che, quando iniziò ad allenare nelle giovanili del Giorgione, il futuro tecnico chiese un incontro proprio a Bagnoli: «Mi dedicò un'ora e mi disse che la cosa fondamentale è capire i giocatori ed essere credibili nel rapporto con loro». Sul piano del gioco, il ricordo va a un'idea attualissima: «Voleva squadre che attaccassero per prime. E nel Verona dello scudetto Tricella, il libero, saliva a centrocampo palla al piede. Poi i due attaccanti, uno piccolo e svelto, l'altro grande e grosso: mi ha insegnato che i movimenti delle punte determinano il gioco della squadra».

Un rapporto lungo una vita, che dai sandali estivi al Bentegodi arriva fino alle panchine più prestigiose di Guidolin. Perché certi maestri, anche quando parlano piano, non smettono mai di farsi sentire.

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Sezione: Interviste / Data: Lun 20 luglio 2026 alle 08:00
Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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